La spirale prezzi salari: la bestia nera delle banche centrali

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L’inflazione erode i margini delle imprese e il potere d’acquisto delle famiglie. Le prime, se possono, rivedono al rialzo i listini. Le seconde rivendicano un aumento di stipendio, alimentando un pericoloso circolo vizioso

I patemi che percorrono le sinapsi dei mercati, sono tutti legati al sentiero atteso dei tassi, a sua volta segnato dalle probabilità di innesco della spirale prezzi/salari che è il vero spauracchio delle banche centrali. Se l’inflazione si accompagna a una crescente pressione sul costo del lavoro, allora questa si autoalimenta. Ci sono due misure dell’inflazione: quella che viene da fuori e quella che viene da dentro, cioè a dire ‘l’inflazione fatta in casa’. Di solito, queste vengono collassate in un’unica misura, i prezzi al consumo. Ma è importante, per i provvedimenti di politica economica, distinguerle. Anche se è vero che l’inflazione in Europa è diversa da quella in America – colà è originata da una domanda forte, da noi è dovuta a problemi di offerta – il problema è un altro. Agli attori economici – imprese e famiglie – non interessa l’origine dell’inflazione. Se questa erode i margini delle imprese e il potere d’acquisto delle famiglie, se ne difendono: le imprese aumentando i listini, le famiglie rivendicando aumenti di salari e stipendi, e cambiando abitudini e composizioni dei consumi. 

A questa ‘difesa’ le banche centrali possono solo opporre aumenti dei tassi per raffreddare la domanda, o moral suasion (per favore, non chiedete più salari e non aumentate i listini). Il che ci porta alla situazione attuale in Italia e in Europa. Ci sono segni dell’incombente spirale di cui sopra? Questi segni si debbono cercare nei dati sul costo del lavoro e sui profitti. Purtroppo, questo dati, sia in Italia che nell’Eurozona sono disponibili solo a livello trimestrale, e si ricavano dai dati di contabilità nazionale (oggi arrivano fino all’ultimo trimestre del 2022). Il dato principe per il calcolo dell’inflazione interna è il ‘prezzo del Pil’, cioè il deflatore, che si calcola confrontando il Pil a prezzi correnti con quello a prezzi costanti. Questo deflatore ci dice che in effetti la spirale si sta innescando (vedi i due grafici, per l’Italia e per la media dell’Eurozona).

La netta accelerazione nell’ultimo trimestre ha portato l’inflazione ‘casalinga’ a livelli fra il 5 e il 6%. Chi ha contribuito di più a questa accelerazione? I salari o i profitti? La ‘colpa’ è equamente condivisa. Anche i redditi di lavoro dipendente hanno accelerato nell’ultimo quarto del 2022 e oggi la dinamica del costo del lavoro e del suo ‘fratello maggiore’ – il deflatore – è approssimativamente eguale. Questo potrà sembrare una sorpresa per quanti guardano alle retribuzioni contrattuali in Italia, che in effetti sono ferme. Ma il problema statistico è che non abbiamo dati tempestivi sui salari di fatto, e quella poca evidenza aneddotica che abbiamo conferma il dato di contabilità nazionale. Quello che si può aggiungere è che da un anno a questa parte, la dinamica del deflatore è stata superiore alla dinamica del costo del lavoro.

La remunerazione del capitale, insomma, è aumentata più della remunerazione del lavoro. Tutto questo giustifica sia gli assennati moniti alle imprese a non aumentare i listini, sia la politica monetaria restrittiva della Bce.

 

Questo articolo è tratto dal numero di We Wealth del maggio 2023

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