Il private capital sta entrando in una nuova fase, caratterizzata da una maggiore convergenza con il mondo patrimoniale. E accompagnata da un’innovazione nei modelli di distribuzione e una rinnovata fiducia da parte della clientela sul fronte investimenti e raccolta.
La nuova edizione di IPEM Wealth 2026, tenutasi a Cannes lo scorso 4 e 5 febbraio, ha restituito questo messaggio in maniera chiara e cristallina. Il riferimento all’onda, scelto come motto di questa edizione, richiama l’idea di un settore che non si limita a reagire al ciclo, ma si prepara a cavalcarlo con maggiore maturità. Con l’obiettivo di navigare nel mare di opportunità che sta travolgendo i mercati privati globali e il numero crescente di investitori che si approcciano a questo mondo.
Insomma, si sta delineando una nuova fase che i mercati privati si preparano ad affrontare con maggiore innovazione e consapevolezza.
IPEM Wealth 2026 in numeri
3.730 partecipanti, 1.455 aziende (di cui 540 gestori di fondi), 730 Limited Partners (+20% rispetto al 2025), 300 espositori, 220 relatori e circa il 55% di aziende internazionali riunite al Palais des Festivals di Cannes nel corso della tre giorni. Sono numeri importanti, che riflettono la dimensione di un ecosistema in costante crescita, ma anche una prova concreta del crescente interesse del mondo del wealth nei confronti dei private markets.
Il private capital incontra il wealth
I numerosi panel della seconda giornata hanno messo in luce una trasformazione ormai strutturale: l’ingresso sempre più deciso del capitale privato nei portafogli della clientela wealth. Se negli anni passati il tema era quello dell’accesso, oggi – con una democratizzazione del comparto sempre più evidente – la discussione si è spostata su come rendere questo accesso scalabile, sostenibile e coerente con le esigenze di una platea più ampia di investitori.
Al centro del dibattito, c’è stato anche il ritorno e l’espansione delle strutture evergreen, sempre più considerate il ponte naturale tra illiquidità degli asset privati e necessità di continuità allocativa per gli investitori. Senza dimenticare le loro potenzialità di essere una vera e propria risorsa per le nuove generazioni – protagoniste del Great Wealth Transfer – poiché diventeranno sempre più il nucleo delle loro allocazioni nei mercati privati. Questi strumenti consentono una maggiore flessibilità in ingresso e uscita, pur nell’ambito di meccanismi di liquidità gestita. Una semplicità di gestione che, quando si parla di investimenti, non è mai scontata.
Tuttavia, l’espansione delle strutture evergreen richiede anche maggiore consapevolezza. Liquidità gestita, trasparenza sulle valutazioni e coerenza con il profilo di rischio complessivo del portafoglio diventano elementi centrali per evitare un utilizzo improprio dello strumento.
Un altro punto cruciale delle discussioni degli esperti è stato il ruolo crescente del family capital, sempre più diretto e meno intermediato. Parallelamente, si è discusso di come mobilitare il capitale inutilizzato in Europa per alimentare investimenti di lungo periodo. Il suo potenziale è enorme e, in un momento storico che, da un po’ di anni, ci ha abituati a vivere nell’incertezza – macro e geopolitica – il private capital viene sempre più visto come strumento di supporto all’economia reale, oltre che come leva di rendimento.
Le discussioni che hanno aperto l’edizione 2026 di IPEM hanno restituito un’immagine chiara: la democratizzazione dei mercati privati non è più un progetto teorico, ma una dinamica già in atto, che impone al settore un’evoluzione organizzativa e culturale.
Nuovi equilibri nell’asset allocation
Se la seconda giornata ha messo a fuoco l’infrastruttura della convergenza tra private market e wealth, la terza si è concentrata sulle implicazioni concrete per l’asset allocation.
Il dibattito si è spostato sul nuovo modello di portafoglio e sullo sguardo degli operatori che va oltre il tradizionale schema 60/40. L’ipotesi di un approccio 50-30-20 – con una quota strutturale dedicata ai private markets – è emersa come una delle evoluzioni più discusse, che sempre più operatori stanno iniziando a considerare nei propri modelli allocativi. Per questo, non si guarda più ai mercati privati con un occhio “opportunistico”, ma in ottica di un’allocazione strategica di lungo periodo. In diverse discussioni, infatti, è emerso che dovrebbero diventare una componente core del portafoglio.
Ma per sostenere una maggiore allocazione in asset privati servono modelli di governance più robusti, maggiore educazione finanziaria e piattaforme in grado di integrare private e public assets in modo coerente. Ecco che questa nuova condizione sine qua non obbliga i GP, i distributori e tutti gli attori del wealth a ripensare sé stessi, per dialogare con un investitore sempre più sofisticato ed esigente e adattarsi a un pubblico sicuramente diverso rispetto a quello istituzionale tradizionale. Distribuzione, formazione e innovazione di prodotto diventano quindi centrali, tanto quanto la performance.
Il messaggio che arriva da Cannes è chiaro: il private capital non è più un segmento “alternativo” rispetto alla gestione patrimoniale, ma una componente strutturale dell’asset allocation di lungo periodo. E la sfida dei prossimi anni sarà rendere questa integrazione sempre più efficiente, accessibile e sostenibile.

