Investire in startup? Per le pmi è tutta strategia (più che profitti)

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Nel nuovo evento annuale organizzato da Gellify sulla corporate entrepreneurship, gli esperti del settore spiegano quali sono gli obiettivi alla base di un investimento di cvc. E perché per le pmi è più una questione di strategia, che di ritorno finanziario

Gli investimenti in corporate venture capital hanno toccato i 79 miliardi di dollari a livello globale solo nei primi sei mesi del 2021

Le circa 14mila startup presenti in Italia oggi (in crescita del +16,1% rispetto al 2020) presentano quasi 83mila quote (+18,8%) detenute da 57mila soci distinti (+15,8%)

Stando agli ultimi dati pubblicati da Cb Insights, gli investimenti in corporate venture capital hanno toccato i 79 miliardi di dollari a livello globale solo nei primi sei mesi del 2021. Una cifra che ha consentito di battere il precedente record annuale di 74 miliardi segnato a fine 2020. Ma in che modo le aziende (grandi o piccole) stanno cavalcando questo trend? Quali sono gli obiettivi che trainano le loro scelte d’investimento? A rispondere a queste e altre domande sono stati gli esperti del settore, nel nuovo appuntamento annuale sulla “Corporate entrepreneurship” organizzato da Gellify e giunto alla quinta edizione.
Partiamo da una definizione. Il corporate venture capital è una forma d’investimento in cui un’impresa “matura” investe in un’impresa target (startup o piccole imprese altamente innovative) ottenendo una quota di minoranza del suo capitale sociale. Due sono i fattori fondamentali considerati: il livello di coerenza con il core business e l’obiettivo, che può essere strategico o finanziario. “Le piccole e medie imprese sono molto più focalizzate sulla strategia, specie nel settore manifatturiero”, racconta Alvise Biffi, vicepresidente di Assolombarda e consigliere di InnovUp. “Con la trasformazione dei processi produttivi in chiave 4.0 molte pmi tradizionali del panorama italiano si sono aperte alla digitalizzazione e hanno sentito la necessità di raccogliere velocemente alcune esperienze per restare competitive sui mercati. La strategia, in altre parole, è quella di acquisire persone, competenze e valori, per diventare più produttive”, spiega Biffi. Diverso è il caso delle grandi aziende, aggiunge, che puntano principalmente sul ritorno finanziario.
Secondo Andrea Pirola, partner di Pirola Pennuto Zei & Associati, “spesso gli imprenditori sono interessati innanzitutto all’idea e solo successivamente verificano se è sostenibile da un punto vista finanziario e se il rendimento potenziale si manifesterà nel breve o nel lungo termine”. E tendono a essere più pazienti da questo punto di vista rispetto agli investitori tradizionali. A raccontare la propria esperienza è Sapio, società italiana fondata nel 1922 con sede a Monza e operativa nel settore dei gas tecnici e medicinali. “Per restare innovativi percorriamo due strade fondamentali: abbiamo una sorta di piccolo incubatore di nuove idee al nostro interno ma guardiamo anche al corporate venture capital per crescere in mercati specifici o esplorare nuovi mercati in cui non siamo ancora presenti. Puntando su life science, transizione energetica e digitale”, spiega Francesca Paludetti, head of merger and acquisition and sustainable development di Sapio.

In questo contesto, secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio sull’open innovation e il corporate venture capital italiano promosso da Assolombarda e InnovUp, con il supporto scientifico di Infocamere e del Politecnico di Milano e con la collaborazione di Confindustria, Confindustria Piccola Industria, AnciLab e Gellify per la raccolta dei casi di successo, le circa 14mila startup presenti in Italia oggi (in crescita del +16,1% rispetto al 2020) presentano quasi 83mila quote (+18,8%) detenute da 57mila soci distinti (+15,8%), tenendo conto sia delle persone fisiche che di quelle giuridiche. Tra queste, circa 5mila hanno almeno un socio corporate e nessun investitore specializzato in innovazione nella propria compagine societaria, in crescita del +23% rispetto al 2020. Inoltre, l’80% di tali soci sono pmi, “a conferma della tipicità e vitalità del tessuto imprenditoriale italiano”, conclude Biffi.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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