Investire negli emergenti è diventato più rischioso?

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Le prospettive di crescita si sono ridotte, in rapporto a quelle delle economie avanzate; e il rialzo dei tassi Fed non sarà certo di aiuto

Complici i più modesti livelli di vaccinazione nei Paesi in via di sviluppo e i maggiori stimoli economici adottati nei Paesi sviluppati, il divario dei tassi di crescita fra le economie avanzate e quelle emergenti si è assottigliato

Minori prospettive di crescita hanno ripercussioni dirette sulle decisioni dei gestori e degli investitori: puntare sugli emergenti in questa fase potrebbe avere meno senso rispetto a un tempo

Di solito, l’adagio recita così: maggiori i rischi, migliori le opportunità di rendimento. Per le economie emergenti, però, il discorso si sta facendo un po’ più complicato. L’impatto della pandemia, da un lato, e del rialzo dei tassi d’interesse Fed, dall’altro, stanno incrementando i rischi di turbolenza finanziaria e riducendo, contemporaneamente le prospettive di crescita. Con tutto quello che ne consegue in termini di ritorni per chi investe.

Complici i più modesti livelli di vaccinazione nei Paesi in via di sviluppo e i maggiori stimoli economici adottati nei Paesi sviluppati, il divario dei tassi di crescita fra le economie avanzate e quelle emergenti si è assottigliato. Secondo le ultime proiezioni del Fmi, la differenza fra i due gruppi sarà pari a 1,54 punti percentuali nel 2021 e scenderà ulteriormente a 1,35 punti nel 2022: in entrambi i casi si tratterebbe del divario più basso, in favore degli emergenti, dall’inizio del secolo. Fra il 2003 e il 2012 tale differenza non era mai stata inferiore ai 4 punti. Nel 2019 si attestava, comunque, su un più consistente 1,98%.

Minori prospettive di crescita hanno ripercussioni dirette sulle decisioni dei gestori e degli investitori: puntare sugli emergenti in questa fase potrebbe avere meno senso rispetto a un tempo. E’ quanto affermato in un recente approfondimento del Financial Times. I sintomi di questa minore attrattiva si vedono già nei flussi di denaro estero su azioni e obbligazioni emergenti.

Secondo quanto calcolato l’Istituto della finanza internazionale, i flussi sono rallentati notevolmente nel corso del 2021, con deflussi netti piuttosto frequenti sull’azionario emergente (esclusa la Cina). Nel frattempo, i debiti sovrani di una lunga lista di Paesi hanno collezionato numerosi downgrade da parte delle agenzie di rating. La sola Fitch ha declassato 27 Paesi emergenti su 80 nel 2020. Alcuni altri Paesi, come l’Argentina e l’Equador hanno già dovuto dichiarare default.

Il rialzo dei tassi d’interesse, che segnerà il 2022, è il rischio più familiare per le economie emergenti. Per le imprese e per gli Stati un dollaro più forte incrementa le difficoltà di restituzione del debito denominato in questa moneta. E’ un problema più pronunciato per le imprese che realizzano profitti soprattutto in moneta locale (il cui valore sul dollaro, con i rialzi Fed, tende a scendere) e per gli Stati che non vantano cospicue riserve di valuta pregiata (accumulate nel tempo grazie ad avanzi nella bilancia corrente). Su quest’ultimo aspetto alcune importanti economie sono riuscite a mettersi in maggiore sicurezza, ad esempio il Brasile, l’India e il Sudafrica sono riusciti a mettere da parte riserve valutarie consistenti. Quanto alle aziende, le vendite già osservate sul fronte azionario potrebbero aver già compresso “lo spazio” per ulteriori ribassi a causa della stretta monetaria.

In generale, però, l’incremento del debito pubblico osservato nei Paesi emergenti negli anni della pandemia ha accresciuto anche l’esposizione negativa ad un aumento dei tassi d’interesse Fed.

Se si estende l’analisi a un orizzonte più lungo le economie emergenti dovranno fare i conti con altri due fenomeni negativi per il loro modello di crescita. I Paesi emergenti, la cui crescita dipende in buona parte dalle esportazioni nette, vedranno ridurre la crescita dei commerci nel 2022 e nel 2023, dopo il forte recupero del 2021. A questo fenomeno si aggiunge il cambio di politica economica e il rallentamento economico in Cina: entrambi i fenomeni renderanno il Dragone meno propenso a importare materie prime dagli altri Paesi emergenti.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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