Millennial vs baby boomer: ecco chi punta sul consulente

Rita Annunziata
16.5.2022
Tempo di lettura: 3'
Una nuova indagine di Natixis Investment managers rivela come investono i millennial. E perché sono sempre più alla ricerca di una consulenza professionale

Il 59% dei millennial si affida a un consulente finanziario, superando di tre punti percentuali la Generazione X (vale a dire i nati tra il 1965 e il 1980) e di 11 punti percentuali i baby boomer (nati tra il 1946 e il 1964)

L’88% di coloro che puntano sul consulente mostra una certa fiducia nei suoi confronti, mentre appena il 48% si affida agli algoritmi (vale a dire la consulenza automatizzata) e il 24% ai social media

Goodsell: “I millennial godono di cattiva reputazione, sono spesso citati come irresponsabili dal punto di vista finanziario. In realtà hanno grandi aspettative, ma sono anche proattivi quando si tratta di pianificazione”

I millennial (nati tra il 1981 e la fine degli anni ‘90) hanno potuto godere di quello che Dave Goodsell, direttore esecutivo del Centre for investor insight di Natixis, ha definito “un lungo bullish market con bassi tassi d’interesse e poca inflazione per gran parte della propria vita adulta”. Ma hanno vissuto anche l’11 settembre, lo scoppio della prima bolla tecnologica e una grave crisi finanziaria. Un contesto che li ha spinti a conoscere “l’aspetto della perdita” e a desiderare di “proteggere i propri interessi”, di fronte a un’escalation dei rischi e a una situazione economica personale sempre “più complessa”. Sono alcune delle ragioni per cui il 59% si affida oggi a un consulente finanziario professionale, superando di tre punti percentuali la Generazione X (vale a dire i nati tra il 1965 e il 1980) e di 11 punti percentuali i baby boomer (nati tra il 1946 e il 1964).


A rivelarlo è una nuova indagine di Natixis Investment Managers dal titolo Cinque verità finanziarie sui millennial, che ha coinvolto 2.500 investitori individuali tra i 25 e i 40 anni con un patrimonio minimo investibile di 100mila dollari. Il covid-19, spiegano i ricercatori, ha giocato certamente la sua parte in questo contesto, spingendo il 58% dei giovani a sentirsi stressato in merito alla propria sicurezza finanziaria, col 28% che afferma di aver perso reddito durante la pandemia. Parallelamente però il 24% ha incrementato l’attività di trading attraverso il proprio consulente finanziario, cercando un supporto professionale in un contesto di crescente volatilità. 

Contrariamente a quanto si potrebbe credere, infatti, i millennial non credono molto nelle soluzioni digitali. Anzi. L’88% di coloro che si affidano a un consulente professionale mostra una certa fiducia nei suoi confronti, mentre appena il 48% si affida agli algoritmi (vale a dire la consulenza automatizzata) e il 24% ai social media. Il 59% riceve consigli da un consulente, il 40% in via esclusiva e il 19% in combinazione con quelli offerti da un robo-advisor. Ma non manca un 7% che punta unicamente sui consigli d’investimento automatizzati. Viceversa, coloro che puntano sul consulente cercano un supporto nella gestione della volatilità (40%) ma anche su questioni fiscali (37%).


Tra l’altro, il 78% investe per ottenere un impatto positivo sulla realtà che li circonda e il 63% desidera fornire un contributo nel risolvere i problemi sociali. Guardando alla finanza sostenibile, il 77% di chi investe secondo i criteri Esg (Environmental, social, governance) vorrebbe che il proprio gestore facesse engagement attivo con le società in portafoglio. Inoltre, il 57% si dichiara consapevole del fatto che i fondi indicizzati investono in aziende che potrebbero non risultare in linea con i propri valori e il 52% si rivolge al consulente finanziario affinché includa nell’analisi degli investimenti tali fattori ambientali, sociali e di buona governance.


“I millennial godono di una cattiva reputazione, spesso citati come irresponsabili dal punto di vista finanziario”, spiega Goodsell. In realtà, aggiunge, “hanno grandi aspettative, ma sono anche proattivi quando si tratta di pianificazione finanziaria”. Tra l’altro, non solo “riconoscono il valore dei consigli di pianificazione, ma hanno anche fiducia nei consulenti finanziari”. E sono risparmiatori attenti. Mediamente stanno mettendo da parte per la pensione il 17% del reddito annuale e il 76% considera una propria responsabilità finanziare il pensionamento. L’aumento dei prezzi rappresenta uno dei principali rischi in tal senso dal quale difendersi, almeno per il 72%. E un ulteriore 72% teme che i crescenti livelli di debito pubblico si abbattano in futuro sulle prestazioni pensionistiche pubbliche. 

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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