Niente paura: la Cina non è solo tecnologia (e big tech)

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
21.10.2021
Tempo di lettura: 3'
Il giro di vite della Cina sulle società tech ha bruciato miliardi di capitalizzazione. Tuttavia il settore privato è in salute e in crescita e non si limita a internet

Come riporta il Peterson Institute for International Economic il giro di vite sulle società tech da parte di Pechino ha inciso su una minima parte del settore privato cinese

Secondo la All-China Federation of Industry and Commerce nel 2020 solo 11 aziende internet erano tra le 500 più grandi aziende private per fatturato

A fine 2019 le imprese controllate dai privati ammontavano a quasi 20 milioni di imprese contro solo 266 mila imprese controllate dallo stato

A destare nell'ultimo anno i timori degli investitori circa il destino dei propri capitali investiti in Cina, è stato il giro di vite voluto da Pechino sulle società tech, i cui corsi azionari sono scesi agli inferi. Si pensi per esempio ad Alibaba che, sotto il tallone di ferro del Dragone, oggi viene scambiata a un prezzo inferiore del 42% a quello di un anno fa. Nello stesso tempo, Amazon – la controparte occidentale del colosso dell'e-commerce - ha guadagnato nello stesso periodo il 7%. Tuttavia, il settore privato cinese non si limita solo alla tecnologia e le società internet quali Alibaba, Tencent e JD.com.
Secondo la All-China Federation of Industry and Commerce, nel 2020 solo 11 aziende internet erano tra le 500 più grandi aziende private per fatturato. Sebbene rappresentassero il 20% dei profitti netti aggregati – il che riflette il loro forte potere di mercato - pesavano solo per il 7% rispetto alle entrate nette. Parimenti passando dalla capitalizzazione di mercato delle più grandi società tech al contributo all'economia di tutto il comparto tecnologico, emerge una dinamica simile. Se infatti, secondo la China Academy of Information and Communications Technology, il settore tecnologico pesa per il 40% del pil cinese, il reale valore aggiunto delle aziende internet si aggira intorno ad appena il 3,7% del pil. Ovvero: l'economia cinese non è solo internet e internet non sono solo le grandi aziende.
Come riporta il Peterson Institute, la Cina ha un settore privato robusto, grande e in rapida crescita. Secondo l'autorità statistica cinese, c'erano quasi 20 milioni di imprese controllate da privati in Cina alla fine del 2019, e solo 266 mila imprese controllate dallo stato. Il numero di imprese a controllo privato è aumentato di quasi quattro volte nell'ultimo decennio, mentre il numero di imprese controllate dallo stato è cresciuto solo marginalmente. Oltre alle imprese a controllo privato, ci sono quasi 83 milioni di imprese individuali (getihu) di proprietà di una sola persona fisica e non registrate come società. Le aziende private registrate e le imprese individuali insieme rappresentano oltre la metà dell'occupazione totale e una quota molto maggiore dell'occupazione nelle aree urbane in Cina. Le aziende private colpite dalla stretta normativa di Pechino nell'ultimo anno, anche se tra le più grandi in termini di dimensioni, sono semplicemente una piccola parte dell'intero settore privato in Cina. Ci sono probabilmente molte più aziende private innovative che non sono ancora cresciute abbastanza da essere nel radar degli investitori.

Lato tech, nonostante il giro di vite, le vendite al dettaglio online della Cina hanno continuato a crescere e i servizi di ride-hailing hanno continuato ad espandersi negli ultimi mesi. Di riflesso in realtà il giro di vite tecnologico della Cina sta avendo pochi effetti duraturi sulla domanda degli investitori statunitensi per gli stock tecnologici delle megacap del paese. Come riporta Bloomberg, da quando ha toccato il minimo a metà agosto, il fondo KraneShares CSI China Internet Fund - che detiene azioni di 53 società tecnologiche cinesi quotate negli Stati Uniti - ha fatto un salto del 21%. L'inondazione di denaro nel fondo negoziato in borsa ha contribuito a far salire il patrimonio totale ad un record di 8,1 miliardi di dollari.
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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