I Treasury volano al 3%, ma c’è chi in silenzio li vende

Teresa Scarale
Teresa Scarale
3.5.2022
Tempo di lettura: 3'
Alla vigilia delle decisioni Fed, volano i titoli del debito Usa a dieci anni, mai così in alto dal 2018. Intanto, il maggiore investitore mondiale se ne disfa, a favore di altri asset (e dell’Italia)

Si impennano i rendimenti dei Treasury Bond decennali, arrivati a superare il 3% (3,01%) nella giornata di lunedì 2 maggio 2022. I titoli del debito pubblico Usa stanno performando coerentemente con il rapido trend di crescita (1,5% a fine 2021, 2,33% a fine marzo 2022) in atto quest’anno. Si tratta del livello più elevato di rendimento dal 3 dicembre 2018, raggiunto proprio alla vigilia della due giorni Fed (3-4 maggio 2022) da cui emergeranno le nuove decisioni di politica monetaria della banca centrale Usa. Le attese, o forse sarebbe meglio dire le certezze, sono per un aumento dei tassi di riferimento, avendo la Fed di fatto abbandonando il suo momentaneo approccio "flessibile" nei confronti dell'aumento dei prezzi (Fait, flexible average inflation target) di due anni addietro.

Quella del 3% è una soglia psicologica, rilevante in un contesto inflazionistico Usa surriscaldato: l’indice dei prezzi per le spese per i consumi personali (core personal consumption expenditures price index) è arrivato negli Stati Uniti al 5,2% a fine aprile. Ma se includono nella misurazione anche i prezzi dell’energia, il tasso ha raggiunto l’8,5% (marzo): livelli che non si vedevano da quarant’anni a questa parte. Poco incoraggianti gli altri indici macro: le ultime rilevazioni dell’indice manifatturiero (PMI) Usa lo danno a 59,2 (S&P Global) in leggero calo rispetto a marzo. Anche l’indice manifatturiero ISM è calato al 55,4 e facendo peggio del previsto.

“La natura globale dell’attuale inflazione rende il lavoro della Federal Reserve nel ridurla ancora più difficile. Molte pressioni inflazionistiche arrivano dall’esterno: prezzi del petrolio, strozzature negli approvvigionamenti internazionali, tolleranza zero nei confronti del covid in Cina. Ciò limita l’efficacia delle leve di politica monetaria (innalzamento del tasso di interesse) da parte della Fed”. È l’opinione più diffusa fra gli analisti finanziari, che prevedono in media un aumento dello 0,50% dei tassi sui fondi federali.

Intanto, sul versante degli acquisti globali in Treasury, è in atto un silenzioso terremoto. Gli investitori istituzionali giapponesi, da sempre i maggiori acquirenti non statunitensi di titoli del debito pubblico Usa, stanno riscattando massicciamente le loro posizioni. Nei soli ultimi tre mesi, il maggior detentore di Treasury ne ha venduti per l’equivalente di 60 miliardi di dollari (le stime sono di BMO Capital Markets). Quasi una goccia nel mare, considerando i 1300 miliardi di dollari che in Giappone sono allocati in Treasury. Ma è la tendenza a spaventare.

A cosa è dovuto il sell-off degli investitori giapponesi? Alla mancanza di convenienza dei Treasury per i portafogli nipponici. Il sentiero monetario di Usa e Giappone non potrebbe essere più divergente: lo yen è ai minimi da 20 anni, con il dollaro in rafforzamento. I costi di copertura valutaria sono troppo diventati troppo elevati (1,66%) perché sia conveniente mantenere i Treasury in un portafogli giapponese. Il costo del currency hedging riduce all’1,3% il rendimento per il Sol Levante. 

Il prospettato aumento dei tassi Usa non potrà che far peggiorare la situazione. Mentre la Fed sta tornando alle sue politiche più aggressive, la Banca centrale del Giappone è ferma in uno stimolo senza fine. Lo yen è sempre più debole e nemmeno gli scarsi rendimenti dei titoli giapponesi a 10 anni (0,25%) riescono più a rendere appetibili le obbligazioni americane. E’ vero che fenomeni del genere si sono già manifestati in passato, per poi rientrare. Il problema questa volta è che lo scenario appare più fosco e incerto: non si sa quanto potrà durare questa inflazione selvaggia, e di conseguenza non è prevedibile quando termineranno i cicli di rafforzamento monetario della Fed. Ma gli investitori giapponesi sembrano aver già trovato un’alternativa: l’Europa. “Nel corso dei prossimi sei mesi o giù di lì, investire in Europa sarà meglio che investire negli Usa, dato che i costi copertura valutaria saranno verosimilmente più bassi”. A parlare è Tatsuya Higuch, gestore capo dei fondi di Mitsubishi UFJ Kokusai Asset Management Co. “Fra gli euro bond, i più appetibili sono quelli di Spagna, Italia, Francia”.

Caporedattore della sezione Pleasure Asset di We Wealth. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia e mercati dell’arte. È in We Wealth dalla sua fondazione

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