Crisi Ucraina: verso la fine della globalizzazione?

Nicola Dimitri
25.3.2022
Tempo di lettura: 5'
Forse la globalizzazione volge al termine. Ma non per questo possono dirsi esauriti gli effetti negativi provocati nel corso degli anni da questo fenomeno economico (prima) e sociale (poi)

La guerra in Ucraina ha esacerbato le sfide legate all'aumento dei prezzi dell'energia, all'inflazione e alle interruzioni della catena di approvvigionamento globale

L'Ue e gli Stati membri dovrebbero pensare a nuove forme di politica, anche fiscale, condivisa per reperire le risorse necessarie per affrontare le sfide che questo conflitto, dopo due anni di pandemia, profila all'orizzonte

La globalizzazione è giunta al termine. Questo è quello che sostengono molti commentatori alla luce delle tensioni che caratterizzano l'attuale momento storico che, per certi versi, sembra aver portato le lancette indietro nel tempo: per lo meno a quando ancora esisteva, nettamente, una distinzione tra est e ovest del mondo.
Ebbene, forse la globalizzazione volge al termine. Finisce quindi l'epoca dell'integrazione dei mercati, dell'interdipendenza delle catene del valore, dell'apertura delle barriere commerciali e dei confini geografici, attraverso raffinati percorsi di armonizzazione normativa, tra ordinamenti differenti.
Le crescenti tensioni tra Russia, Ucraina, Ue e Nato, in effetti, tra le altre cose, hanno posto al centro del dibattito pubblico e politico l'urgenza di comprende se, e in che misura, il fenomeno della globalizzazione, che fino ad ora è stato la cifra delle società occidentali, sia ancora sostenibile.

Benché non sia certo semplice giungere a conclusioni univoche, si deve senz'altro riconoscere che la tendenza all'espansione (meccanismo tipico della globalizzazione) sembra andare incontro ad un forte rallentamento.

Allo stato attuale, giorno dopo giorno, a causa del conflitto, assistiamo alla chiusura dello spazio aereo; alla limitazione delle esportazioni verso la Russia; all'interruzione delle transazioni finanziarie attraverso l'esclusione dalla piattaforma Swift; alla sospensione dei regimi di rilascio di passaporti e permessi (cd. golden visa). In buona sostanza, sembra essere in atto un cambio di rotta rispetto al dogma della libera circolazione di capitali, dell'integrazione delle economie e degli attraversamenti di frontiera, quasi, senza ostacoli amministrativi e barriere normative.

E invero, come si accennava, se la globalizzazione d'improvviso dovesse arrestarsi, certamente gli effetti – negativi – provocati dalla stessa continuerebbero a manifestarsi.

Si pensi alla questione del cambiamento climatico, per buona parte accelerato dai processi di globalizzazione. Anche in un mondo frammentato e diviso, il climate change continuerà a produrre i suoi effetti avversi. Si pensi, inoltre, all'aumento delle disuguaglianze: dopo due anni di Covid-19, la ripresa economica degli Stati e con essa la loro capacità di dare abbrivio a nuovi e più efficaci meccanismi di redistribuzione della ricchezza sembra andare incontro a nuovi ostacoli, che ripercuoteranno i loro effetti sulla popolazione.

La globalizzazione sparisce (potrebbe sparire) ma lascia agli Stati e alla comunità di cittadini l'onere di fare i conti con tutte le storture che, per certi versi, ne hanno permesso fino ad ora l'incondizionato sviluppo.

Non è un caso se l'Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico di stanza a Parigi, prevede che durante e a seguito del conflitto bellico in corso occorrerà fare i conti con migrazioni incontrollate di milioni di persone che ad ondate, dall'Ucraina, raggiungeranno i paesi confinanti e in particolare gli stati membri dell'Ue, mettendo perciò in crisi l'economia delle nazioni ospitanti, già particolarmente fiaccate da due anni di pandemia.

Sempre ad avviso dell'Ocse, a causa del Covid-19 (prima) e del conflitto (ora) la crescita economica globale potrebbe conoscere nuovi rallentamenti, idonei ad incidere sulla tenuta di alcuni Paesi.

Ma non è tutto. Con la Russia che fornisce circa il 19% del gas naturale mondiale e l'11% del petrolio, i prezzi dell'energia aumenteranno in modo allarmante. E ancora, a causa del conflitto, i prezzi delle materie prime, già aumentati, continueranno a crescere notevolmente, colpendo, in particolare grano, fertilizzanti, metalli. Siffatta circostanza potrebbe complessivamente incidere sulla capacità degli Stati importatori di soddisfare il fabbisogno energetico degli impianti di produzione e persino alimentare della popolazione.
L'attuale condizione di tensione, precarietà e incertezza, dovrebbe spingere, afferma l'Ocse, gli Stati, in particolare quelli europei, a costruire una nuova rete di solidarietà politica interna, idonea a ripartire gli oneri e i costi comuni della crisi (ad esempio, fornendo pari supporto per la protezione dei rifugiati) e a costruire nuove politiche fiscali per una migliore gestione dei rincari energetici e alimentari.

Secondo BusinessEurope (la Confindustria europea) occorrerebbe pensare ad un framework fiscale e normativo inedito, volto a trovare nuove forme di gettito per recuperare risorse da distribuire, sotto forma di incentivi, alle imprese, al commercio, all'agricoltura.

Inoltre, occorrerebbe diversificare le forniture energetiche, accelerare nella conversione green riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e massimizzare l'uso delle fonti energetiche esistenti a basse emissioni.

Per mitigare gli effetti negativi "di ritorno" dovuti all'adozione di sanzioni nei confronti della Russia, gli Stati membri dovrebbero sostenere le imprese europee con specifiche e mirate forme di sostegno, volte a compensare l'inevitabile riduzione della produzione e del consumo.

In questi termini, lo scenario in atto, se per un verso sembra destabilizzare gli equilibri e rendere l'orizzonte oscuro, per un altro, rafforza l'idea che, soprattutto in Europa, si debba procedere verso una maggiore integrazione e un più profondo rafforzamento della capacità dell'Ue stessa di sviluppare fonti proprie di energia (rinnovabile) e sostenere la competitività delle proprie imprese e, conseguentemente, proteggere le famiglie.

Ebbene, se l'epoca della globalizzazione, la cui cifra è rappresentata dalla condivisione globale dei precetti economici e commerciali, secondo alcuni commentatori, giunge al termine, vuol dire che è arrivato il momento di ripensare – cosa che l'Ue sta cercando di fare – a una nuova forma di condivisione: non più (non solo) basata su precetti economici ma anche solidaristici. Una forma di condivisione orientata alla messa in comune delle risorse energetiche, alla creazione di una politica fiscale autenticamente europea e alla promozione di una nuova rete di cooperazione tra Stati, per garantire che questi e l'intera Ue sappiano affrontare le sfide e le difficoltà correlate all'eventuale evanescenza della globalizzazione.
Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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