L’impatto della guerra in Iran ha già iniziato a farsi sentire nell’aumento dei prezzi in Italia e in Europa: i dati sull’inflazione di marzo hanno indicato un aumento dall’1,9 al 2,5% nell’Eurozona, un’accelerazione che potrebbe essere solo il primo passo di una nuova fase contraddistinta da perdita di potere d’acquisto e, in prospettiva, tassi d’interesse più alti.
Il dato italiano ha avuto un rimbalzo più contenuto rispetto a quello dell’area euro: a marzo, secondo le stime preliminari elaborate dall’Istat, si è registrato un rialzo dello 0,5% su base mensile e un aumento dall’1,5 all’1,7% del tasso annuo.
Per il momento, è la componente energetica ad aver impattato gli indici dei prezzi. In Italia, il tasso annuo dei beni energetici regolamentati ha visto un calo dell’1,3% a marzo, nettamente più contenuto rispetto al dato di febbraio (-11,6%). Anche i prodotti alimentari hanno subito un rincaro più marcato, passando da +3,7% a +4,4%. La crescita su base annua dei prezzi del “carrello della spesa” è pari a +2,2% (dal precedente +2%).
Il rialzo dell’inflazione si innesta in un contesto in cui le famiglie italiane già pagano mediamente 388 euro annui in più di bollette rispetto al periodo pre-guerra in Ucraina, afferma l’Osservatorio sulla Riqualificazione Energetica, realizzato da Humans&Data sulla base dei dati Arera. Se i costi energetici attuali, innalzati dal conflitto iraniano, dovessero mantenersi, “l’impatto complessivo potrebbe raggiungere 705–838 euro annui per famiglia”, una stima coerente con quella di Nomisma Energia, che indica un aggravio medio di 350 euro l’anno per nucleo familiare dovuto alla crisi iraniana.
Banche centrali davanti al dilemma: inflazione o crescita
La buona notizia, per il momento, è che, se si sottrae la componente energetica, l’inflazione di fondo è rallentata dal +2,4 al +1,9%. Una dinamica osservata anche nell’Eurozona, dove l’inflazione di fondo è scesa dal 2,4 al 2,3%.
L’inflazione di fondo non ha una grande rilevanza per la vita quotidiana, ma è una variabile importante per la determinazione della politica monetaria, in quanto i tassi d’interesse hanno poca o nessuna incidenza sui costi dei prodotti importati come l’energia, ma possono incidere sulla domanda di beni e servizi: se questi ultimi non aumentano di prezzo, c’è meno urgenza di alzare i tassi anche in presenza di un’inflazione complessiva in aumento.
“Nel corso della conferenza della scorsa settimana, la Presidente Christine Lagarde ha nuovamente chiarito la funzione di reazione della Banca centrale europea”, ha commentato Ulrike Kastens, Senior Economist, DWS Asset Management, “non è lo shock sui prezzi dell’energia in sé a risultare determinante, quanto piuttosto i potenziali effetti di secondo impatto sull’inflazione che potrebbero derivarne. In questo contesto, non si prevede che la Bce adotti decisioni di politica monetaria affrettate. Si conferma, allo stato attuale, un approccio attendista come opzione più appropriata”.
In ogni caso, le probabilità che quello di marzo sia solo il primo dato di una serie di rialzi dell’inflazione rappresentano lo scenario più probabile per gli analisti. “Finora non abbiamo assistito a un vero e proprio shock dell’offerta, ma principalmente a uno shock dei prezzi. Inoltre, anche questo si è rivelato finora relativamente contenuto. Rimane ben al di sotto dello shock del 2022, ma lo supererebbe facilmente se lo Stretto di Hormuz dovesse restare chiuso fino a metà maggio”, ha dichiarato in una nota Elliot Hentov, Chief Macro Policy Strategist di State Street Investment Management. “Alcuni tipi di carburante, come il jet fuel, hanno già raggiunto i picchi del 2022, motivo per cui si evidenzia un forte aumento dei ‘prezzi alla pompa’. E tutto ciò si inserisce nello scenario base relativamente benigno di una guerra di breve durata”.
“A quasi un mese dagli attacchi iniziali, l’aumento dei prezzi del petrolio sta già influenzando l’economia: nei prossimi mesi ci aspettiamo un’inflazione sopra il 3% annuo nell’Eurozona”, ha affermato nella sua nota settimanale Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer, UBS WM Italy. “A sua volta, l’inflazione più alta ha spinto al rialzo i rendimenti obbligazionari, appesantendo i bilanci di imprese, famiglie e Stati, e quindi erodendo la crescita”. I prezzi in salita e una crescita che potrebbe frenare a causa della dipendenza energetica dell’Europa dall’estero potrebbero portare verso “lo scenario più difficile da gestire”, ossia la stagflazione.
Per le banche centrali, ha affermato Ramenghi, il dilemma sarà se “alzare i tassi per frenare l’inflazione, rischiando di portare l’economia in recessione, oppure lasciar correre l’inflazione, con il rischio di innescare circoli viziosi difficili da interrompere”. Per il momento, gli investitori si aspettano due rialzi dei tassi da parte della Bce nel corso dell’anno: un evento che i detentori di mutui variabili dovrebbero annotarsi.
Come proteggere risparmi e liquidità in uno scenario di tassi in salita
Per i risparmiatori, il ritorno dell’inflazione continua a sottolineare l’importanza della gestione intelligente della liquidità: i conti correnti non remunerati (la norma, oggi) non offrono alcuna copertura e rappresentano, a tutti gli effetti, una perdita certa stimata nell’ordine del 2,6% nel solo anno in corso. I conti deposito, a loro volta, non sono in grado di recepire eventuali aumenti futuri dei tassi e sarebbero sconsigliabili per vincoli superiori a un anno.
Gli ETF monetari possono rappresentare, come già avvenuto nel 2022, un riparo per la liquidità a breve termine, permettendo di adeguare il rendimento in linea con eventuali aumenti dei tassi futuri: la volatilità è minima e sono considerati, per tale ragione, strumenti equiparati al cash.
Per una gestione di medio termine è possibile rivolgersi a strumenti come il Btp Italia, le cui cedole e il capitale vengono rivalutati sulla base dell’inflazione rilevata dall’Istat: per chi cerca protezione dal potere d’acquisto restano lo strumento più preciso. Il Cct, il titolo di Stato indicizzato all’Euribor a sei mesi, è invece una copertura dal rischio di aumento dei tassi: una scelta che può essere sensata se si vuole ridurre l’effetto dei rincari sulle rate di un mutuo variabile ancorato allo stesso Euribor, permettendo di ricevere una cedola più alta quando le condizioni di mercato determinano una rata più onerosa. Rispetto all’inflazione, che può essere molto elevata in un singolo anno e ridursi rapidamente in seguito, ad esempio per un calo dei costi energetici, l’andamento dell’Euribor e quindi del rendimento del Cct tende a essere più distribuito nel tempo.
Più rischioso, invece, acquistare titoli di Stato a lunga scadenza: in caso di rialzo dei tassi, il prezzo tende a scendere, il che rappresenta un problema (e una potenziale perdita) se vengono venduti prima della scadenza.

