Si è tenuto questa mattina a Milano l’evento con cui Moneyfarm ha voluto fare il punto su uno dei paradossi più discussi della finanza personale contemporanea: la moltiplicazione dell’offerta di ETF, che invece di semplificare le scelte di investimento rischia di complicarle. Il tema, presentato attraverso un’indagine dedicata al comportamento dei risparmiatori italiani, si inserisce in un contesto di mercato in forte espansione, con oltre 1.500 ETF quotati in Europa — cifra che sale a più di 2.500 includendo le versioni a leva e short.
“La sindrome della marmellata”, applicata alla finanza
Il filo conduttore dell’incontro milanese è stato un rimando alla finanza comportamentale, con il richiamo al celebre “Jam Experiment” di Iyengar e Lepper: in un supermercato, un banco con 24 varietà di marmellata generava più curiosità rispetto a uno con appena 6, ma le vendite finali erano dieci volte inferiori. Un meccanismo che, secondo quanto emerso dai lavori, si ripropone identico quando un investitore retail si trova davanti a decine di ETF pressoché sovrapponibili.
I numeri presentati confermano il disagio: il 45% degli investitori italiani dichiara di avere difficoltà a reperire informazioni affidabili per confrontare prodotti simili tra loro, il 51% si sente a disagio nel momento della scelta e il 19% teme apertamente di selezionare lo strumento sbagliato. Il 56% si definisce “abbastanza sicuro” delle proprie decisioni, ma la platea che opera senza una piena consapevolezza dei rischi resta ampia.
Il disagio degli investitori italiani davanti a troppi ETF simili
Fonte: indagine Moneyfarm, presentata a Milano il 22 settembre 2026
Chi è oggi l’investitore fai-da-te
Nel corso dell’evento sono stati condivisi anche i dati interni sulla base clienti di Moneyfarm, che restituiscono il profilo di un risparmiatore giovane, istruito e sempre più al femminile. Il 60,3% dei clienti ha tra i 25 e i 44 anni, con il segmento 35-44 anni (30,8%) in testa, seguito dai 25-34enni (29,5%). Negli ultimi dodici mesi la base clienti è cresciuta del 42,4%, trainata da un incremento del 70,7% tra le nuove clienti donne — anche se il genere maschile resta ancora ampiamente prevalente (87,5% contro 12,5%).
Sul fronte dell’istruzione, il 60,9% dei clienti è laureato e il 35,7% è diplomato. Dal punto di vista operativo, il Piano di Accumulo del Capitale si conferma lo strumento d’elezione per la fascia 35-44 anni, con una rata mediana di 200 euro (media intorno ai 350 euro), mentre il 55% dei clienti effettua più di un’operazione mensile. In portafoglio prevale nettamente la componente azionaria (63,4%) su quella obbligazionaria (25,3%), con l’MSCI World come principale porta d’accesso ai mercati.
Un solo indice, dodici ETF: il caso MSCI World
A illustrare concretamente il problema dell’iper-scelta è stato portato l’esempio dell’MSCI World: a fronte di un unico indice di riferimento, il mercato offre oggi 12 prodotti distinti tra i principali emittenti (iShares, Vanguard, Xtrackers, Amundi, SPDR). L’investitore deve districarsi tra almeno tre variabili — modalità di replica, copertura valutaria, politica di distribuzione o accumulo dei dividendi — e una forbice di TER che va dallo 0,05% allo 0,38%, con una differenza di costo che può arrivare a 8 volte tra lo strumento più economico e quello più caro.
Non stupisce che il costo sia oggi il criterio guida per il 32% degli investitori, contro il 15% che guarda alla liquidità e un marginale 2% che si fa influenzare dal brand dell’emittente. Ma, è stato sottolineato, fermarsi al solo TER può rivelarsi una scorciatoia fuorviante.
Le otto variabili che il TER da solo non racconta
Uno dei passaggi centrali dell’evento è stato dedicato a smontare l’equazione “ETF economico uguale ETF migliore”. Secondo Moneyfarm, una valutazione realmente informata dovrebbe considerare otto dimensioni:
- Costi (TER) — la spesa gestionale annua dichiarata.
- Volume — la profondità degli scambi giornalieri.
- Dimensione (AUM) — il patrimonio del fondo: sotto i 50 milioni di euro il rischio di chiusura sale in modo significativo, con conseguenze fiscali e operative per chi investe.
- Spread bid-ask — il costo implicito nascosto tra prezzo di acquisto e di vendita, capace di erodere il vantaggio di un TER contenuto.
- Discount/premium rispetto al NAV — lo scostamento tra prezzo di mercato e valore reale del sottostante.
- Anzianità — lo storico dello strumento come indicatore di solidità nel tempo.
- Tipo di replica — fisica, generalmente preferita per contenere il rischio emittente, o sintetica tramite derivati.
- Prestito titoli — pratica che permette di ridurre il TER ma introduce un rischio di controparte da valutare.
Dalla ricerca alla soluzione: nasce il Moneyfarm Index
I bisogni espressi dal campione intervistato hanno offerto anche la chiave di lettura per l’annuncio principale della giornata: il 21% degli utenti chiede una valutazione oggettiva e sintetica dei prodotti, un altro 21% invoca più formazione finanziaria e il 17% vorrebbe strumenti di analisi di portafoglio e backtest.
È in risposta a queste istanze che Moneyfarm ha presentato il Moneyfarm Index, un punteggio da 0 a 10 che sintetizza le otto variabili individuate in una misura oggettiva e relativa. L’indice non esprime un giudizio sulla bontà strategica dell’asset class sottostante, ma fotografa la qualità strutturale e la liquidità dello strumento rispetto ai suoi concorrenti diretti, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rischio di imbattersi in ETF destinati al delisting e di garantire eseguiti di qualità superiore.
Per consulenti e wealth manager
L’evento ha offerto uno spunto che va oltre il singolo prodotto: in un mercato che si sposta sempre più verso strumenti complessi — ETF a leva, tematici, attivi — sarà la capacità degli intermediari di accompagnare il cliente con metriche di execution reali e analisi di sostenibilità a fare la differenza nella tutela del valore dei portafogli retail.

