Gli analisti tirano la Fed per la giacca: in entrambe le direzioni

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Alzare i tassi a fronte dell’inflazione più elevata dal 1990? Le opinioni su quello che dovrebbe fare la Fed si stanno polarizzando

Alzare i tassi senza aspettare l’atteso raffreddamento dei prezzi, dovuto a fattori transitori, potrebbe colpire immediatamente i mercati. Ma per diversi economisti è una questione di credibilità, prima che l’inflazione vada fuori controllo

La pressione sulla Federal Reserve continua ad aumentare. E gli analisti si dividono, di fatto, fra chi la sprona ad agire con tempestività per contenere l’inflazione e chi, invece, la invita alla calma per minimizzare rischi di un taglio che potrebbe rivelarsi precoce. Alla base delle due opposte esortazioni ci sono previsioni eterogenee sul futuro andamento dell’inflazione. Con il 6,2%, l’indice dei prezzi al consumo americano ha raggiunto ad ottobre il suo incremento annuo più elevato dal 1990. Se la crescita prezzi si manterrà molto al di sopra degli obiettivi ottimali per un lungo periodo di tempo, le scelte della Fed potrebbero cambiare. Per ora, la banca centrale ha preferito prendere tempo. Sembra una questione teorica poco interessante, ma è, in verità, attorno all’inflazione si apre un grande dilemma che potrebbe determinare le future scelte della Fed e la conseguente reazione dei mercati.

Generalmente, gli analisti collegati che suggeriscono un atteggiamento più attendista, prevedono con timore le ripercussioni negative sui mercati nel caso il rialzo dei tassi fosse anticipato in agenda. Un assaggio di quanto potrebbe accadere è arrivato in seguito all’annunciata conferma di Jerome Powell alla guida della Fed: il segnale “falco” lanciato da questa decisione si è subito tradotto in vendite sull’indice Nasdaq, quello più esposto al futuro andamento dei tassi per via dell’elevata presenza di titoli “growth” al suo interno.

Secondo il capo economista di Goldman Sachs, Jan Hatzius, l’inflazione Pce, l’indicatore più sorvegliato dalla Fed, scenderà dal 4,4% di fine 2021 al 2,3% entro il termine dell’anno prossimo – sforando il target solo di tre decimali. L’effetto inflazionistico della crescita dei salari e degli affitti, due componenti più stabili dell’aumento dei prezzi, sarebbe dunque moderato. In questo solco interpretativo si innesta anche il portfolio manager di T. Rowe Price, Chris Brown, per il quale i rischi dell’inflazione sarebbero inferiori rispetto a quelli di un rialzo dei tassi precoce, che potrebbe “annientare la ripresa”.

Le voci favorevoli a una stretta monetaria più tempestiva, però, non mancano e non sono meno illustri. Secondo Stephen S. Roach, senior fellow dell’Università di Yale ed ex capo economista di Morgan Stanley il dibattito sulla transitorietà dell’inflazione sarebbe già finito, perché è diventato evidente che non sarà temporanea. Allo stesso tempo, è la tesi espressa da Roach su Project Syndacate, il rialzo dei tassi dovrebbe essere “la prima linea difensiva, non l’ultima scarpa da lanciare” nella lotta all’aumento dei prezzi. Fra le righe, si inviterebbe la Fed verso un rialzo del costo del denaro anche prima della completa estinzione del piano di acquisti di asset, il cui esaurimento è previsto entro giugno 2022.

“Lo scioglimento delle politiche monetarie ultra-accomodanti è un’operazione delicata che solleva la possibilità di correzioni nei mercati degli asset e nell’economia reale dipendente dagli asset”, ha ammesso Roach, tuttavia le tempistiche della normalizzazione non potranno essere estese come avvenuto nel dopo-2008. “Ripensateci: ora la Fed deve normalizzare di fronte a uno shock inflazionistico”, ha scritto il docente della università di Yale. Rispetto all’ultimo dato sull’aumento dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, il tasso d’interesse reale è negativo di 6 punti percentuali, ancor più basso rispetto a quello sperimentato a metà anni Settanta (-5% nel febbraio 1975).

Per le stesse ragioni il fondatore di Pimco e ormai osservatore “in pensione”, Bill Gross, ha dichiarato che la politica monetaria accomodante di questa fase “è pericolosa” è ha creato “una terra dei sogni supportata da tassi d’interesse che non sono dove dovrebbero”, aveva dichiarato al Financial Times. Anche Mohamed El-Erian, consigliere economico di Allianz nonché fra gli osservatori più influenti al mondo, ha sostenuto che la lettura dell’inflazione offerta dalle banche centrali è sbagliata: “Non è transitoria”, aveva dichiarato alla Cnbc, aggiungendo che la Fed stava “perdendo credibilità”, per via di un atteggiamento troppo attendista.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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