Fondi sostenibili: quali sono a rischio di greenwashing? L’indagine

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Un pennello trasforma il fumo nero di un camino in vernice verde brillante su una tela, simbolo di fondi sostenibili e cambiamento ambientale.

La percentuale di fondi sostenibili – classificati come articolo 9 ai sensi della Sfdr – considerati a rischio di greenwashing è scesa al 3%. Cresce intanto la cautela dei colossi dell’asset management rispetto agli impegni assunti finora, specie negli Stati Uniti

Indice

  • Blanks: “All’inizio del 2024 si sarebbe potuto pensare che la complessità normativa sarebbe diminuita rispetto agli ultimi tre anni ma non è stato così, soprattutto con l’entrata in vigore delle nuove regole sulla denominazione dei fondi su entrambe le sponde dell’Atlantico”
  • L’analisi di MainStreet Partners evidenzia una riduzione del rischio greewashing per i fondi classificati come art. 9 ai sensi della Sfdr, con la percentuale scivolata al 3%. Tuttavia, il 23% dei fondi art. 8 ha ottenuto un punteggio inferiore a 3 su 5

Sono trascorsi quattro anni dall’entrata in vigore della Sustainable finance disclosure regulation o Sfdr, la normativa sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari. Da allora, il quadro regolamentare sui fondi “verdi” si è arricchito di nuovi capitoli contro l’ambientalismo di facciata – o greenwashing, in gergo – innescando due movimenti contrapposti tra le società di asset management europee: c’è chi ha fatto una fuga in avanti etichettando i propri prodotti come articolo 9 ai sensi della Sfdr (che hanno come obiettivo l’investimento sostenibile) per poi optare per un dietrofront in luce di una normativa sempre più stringente, e chi ha adottato invece un atteggiamento ultra-conservativo fin da subito.

Blanks: “Pressione regolamentare continua a intensificarsi”

“All’inizio del 2024 si sarebbe potuto pensare che la complessità normativa sarebbe diminuita rispetto agli ultimi tre anni ma non è stato così, soprattutto con l’entrata in vigore delle nuove regole sulla denominazione dei fondi su entrambe le sponde dell’Atlantico”, osserva Neill Blanks, managing director di MainStreet Partners. “La pressione regolamentare continua a intensificarsi, con il rischio di multe per chi non si adegua, oltre al danno reputazionale che ne consegue”. Partendo da questo scenario, il provider londinese di dati sulla sostenibilità, parte del gruppo Allfunds, ha elaborato una nuova analisi sul mercato europeo dei prodotti green. Condotta dal team di ricerca interno della società, si basa su un universo di oltre 9.500 fondi ed Etf per oltre 100mila Isin gestiti da più di 460 asset manager.

Investimenti sostenibili: quanti fondi a rischio greenwashing

“Nel valutare la conformità regolamentare europea dei fondi, MainStreet Partners identifica i rischi di greenwashing suddividendoli in quattro categorie: coerenza, chiarezza, denominazione e linguaggio utilizzato”, prosegue Blanks. Complessivamente, come evidenziato nel grafico sottostante, l’87% dei fondi ha passato il test di MainStreet Partners. La causa principale del mancato superamento è l’adozione di denominazioni non conformi. In particolare, i fondi vengono spesso penalizzati quando la società ritiene che gli impegni assunti non siano sufficientemente elevati da giustificare termini come “sostenibile” o “impatto” nel loro nome. Per esempio, i fondi classificati come art. 8 (che promuovono caratteristiche ambientali o sociali o una combinazione di tali caratteristiche) possono avere “sostenibile” nella nomenclatura, ma impegnarsi ad avere solo un minimo del 10% del fondo in investimenti sostenibili.

Un grafico a ciambella intitolato "Regulatory Adherence" mostra un 87% di fondi sostenibili senza penalità in verde scuro. Altre penalità includono il 7% di coerenza (arancione), il 3% di chiarezza e non fuorviante (rosso), l'1% di denominazione pertinente (giallo-arancione) e il 2% di linguaggio adatto alla strategia (arancione chiaro).

Fonte: MainStreet Partners

“Le recenti pubblicazioni dell’Esma potrebbero cambiare lo scenario, poiché ora si prevede che i fondi debbano avere un livello significativo di investimenti sostenibili (almeno il 50% per i fondi art. 8) per utilizzare il termine”, spiegano i ricercatori. “Recentemente, alcuni gestori patrimoniali hanno rimosso i termini relativi alla sostenibilità dal nome dei loro fondi o hanno ulteriormente chiarito i processi Esg e di sostenibilità. Ci aspettiamo (e speriamo) di vedere ridursi nel tempo il numero di fondi che non soddisfano questi criteri”, aggiungono. Sempre in tema di greewashing, la ricerca mostra che la percentuale di fondi classificati come art. 9 ai sensi della Sfdr che presentano un rischio di greenwashing si è ridotta nel tempo, scendendo al 3%. Tuttavia, il 23% dei fondi art. 8 riporta un punteggio inferiore a 3 su 5, soglia al di sotto della quale MainStreet Partners li classifica a rischio di greenwashing.

Asset manager in fuga dall’alleanza per il clima

Il barometro sottolinea infine una crescente cautela tra alcuni dei principali asset manager sui loro impegni di sostenibilità, evidenziando quello che viene definito “un atteggiamento più prudente”, soprattutto negli Stati Uniti. Come recentemente approfondito da We Wealth, le alleanze dei colossi finanziari per accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni continuano di fatto a perdere pezzi. In una lettera inviata ai suoi clienti istituzionali e visionata dal Financial Times, BlackRock ha recentemente annunciato di aver abbandonato la Net zero asset managers initiative (Nzam), il gruppo internazionale di gestori patrimoniali impegnati a raggiungere l’obiettivo zero emissioni nette entro il 2050, in linea con lo sforzo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. E non è l’unica. Al punto che Nzam ha annunciato a metà febbraio di aver lanciato una revisione dell’iniziativa, per adattarla al nuovo contesto mondiale. In una nota ufficiale, Nzam ha dichiarato che – mentre l’iniziativa è sottoposta a questa revisione – sospenderà le attività per monitorare l’implementazione e la rendicontazione dei firmatari.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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