Lasciare il Tfr per il fondo pensione conviene? La risposta breve è sì, potenzialmente. Il problema è che molti italiani, se non correttamente guidati nella scelta, rischiano di optare per forme pensionistiche talmente prudenti da non coprire nemmeno l’inflazione, oltre a non superare la rivalutazione del Tfr.
È quanto suggeriscono i risultati dell’ultimo sondaggio presentato da Anima Sgr nell’ambito dell’ultima edizione di “Anima è previdente”. I dati sono interessanti: il 75% del campione bancarizzato raggiunto dall’indagine ritiene importante investire in previdenza; il 19% ha già attivato soluzioni in tal senso; ma una schiacciante maggioranza del 47% dichiara di preferire, in ambito previdenziale, rendimenti “bassi ma certi“. Il 27% è disposto ad accettare un po’ di rischio e solo il 9% accetterebbe forti oscillazioni pur di ottenere “rendimenti migliori”.
Il problema è che i fondi pensione nei comparti garantiti e obbligazionari – quelli che meglio si adatterebbero al desiderio espresso dal 47% di italiani prudenti – hanno offerto storicamente meno rendimento del Tfr, facendo correre al sottoscrittore un rischio, peraltro, maggiore.
Secondo i dati Covip contenuti nella Relazione per il 2024, negli ultimi 20 anni il Tfr si è rivalutato del 2,5% a fronte di un’inflazione dell’1,8%. Nel caso dei fondi pensione aperti – che diventeranno accessibili a partire da luglio anche agli iscritti a forme negoziali con il diritto di portabilità – i comparti a basso rischio non sono riusciti a fare meglio: i garantiti, gli unici fondi pensione che, come il Tfr, assicurano la restituzione del capitale conferito, hanno reso solo l’1,5% annuo, così come gli obbligazionari puri. Gli obbligazionari misti hanno strappato appena un 1,8%, che ha pareggiato l’effetto inflazione.
In sintesi, sulla base dell’esperienza degli ultimi 20 anni, un lavoratore può ottenere risultati migliori dal fondo pensione solo se abbandona il Tfr scegliendo gestioni quantomeno bilanciate tra azioni e obbligazioni.
Questo elemento di criticità è stato in qualche modo recepito dalla Legge di Bilancio 2026, che ha previsto l’iscrizione automatica con logiche di ciclo di vita: maggiore esposizione azionaria in età giovane, per ridurre progressivamente il rischio nel tempo. Un provvedimento che ha sostituito il meccanismo del silenzio-assenso che, fino a oggi, aveva portato molte adesioni silenti nei comparti garantiti – ossia, a conti fatti, a risultati peggiori.
L’importanza di una consulenza che porti i numeri sul tavolo
La necessità della previdenza integrativa è iscritta nel profilo demografico della popolazione italiana, sempre più anziana e longeva, ha sottolineato il nuovo amministratore delegato di Anima, Saverio Perissinotto, nella sua prima uscita pubblica. L’altro elemento, però, è la centralità dell’educazione finanziaria: “Siamo un popolo che risparmia con grande abbondanza, ma non sempre siamo i migliori allocatori di questo risparmio. Il vostro ruolo, come fiduciari della clientela ed esperti”, ha dichiarato rivolgendosi alla platea di consulenti riuniti nel Teatro Gaber di Milano, “è fondamentale nel convincere i clienti a sottoscrivere soluzioni di investimento con una componente di previdenza complementare”.
Per il momento, i dati della ricerca condotta da Anima indicano che gli italiani restano prudenti, ma anche esigenti su alcuni punti. Nella classifica dei fattori che spingerebbero gli italiani ad aderire alla previdenza complementare spiccano “costi più bassi” (37%) – un aspetto su cui l’Ue ha spinto molto con l’iniziativa dei Pepp (una cornice regolamentare che, per ora, non ha sviluppato una vera offerta) – maggiori vantaggi fiscali (29%), maggiore flessibilità (27%) e garanzie più forti sul capitale (26%).
A giudicare da questi elementi, gli italiani tollerano poco la volatilità del capitale e i vincoli ai ritiri anticipati che, escluse fattispecie come patologie gravi o acquisto della prima casa, limitano al 30% la possibilità di riscatto anticipato. Anche la conversione di parte del montante in rendita assicurata è stata storicamente poco apprezzata: come ricordato dal presidente di Itinerari Previdenziali, Alberto Brambilla, il 95% dei fondi pensione eroga le prestazioni sotto forma di capitale.
L’aumento dei vantaggi fiscali, della quota riscattabile in capitale (dal 50% al 60%) e l’introduzione di nuove forme di rendita certa, che hanno contribuito a disinnescare la paura di non riuscire a recuperare o trasmettere agli eredi tutti i risparmi accumulati, sono stati oggetto di riforma con la nuova Legge di Bilancio. Ora spetterà alla consulenza finanziaria, laddove manchi un impulso individuale all’approfondimento, fornire gli strumenti per una scelta realmente nell’interesse di un obiettivo sempre più difficile: mantenere un assegno pensionistico complessivo sufficiente a preservare il proprio tenore di vita.

