Presidente Guerranti, partiamo dalle dimensioni del fondo: quanti iscritti e quante masse gestite oggi?
Al 31 gennaio il patrimonio è pari a circa 10 miliardi e 820 milioni di euro, mentre gli iscritti sono 191.013. Il dato che caratterizza davvero Fonchim è però il tasso di adesione: abbiamo tra il 98% e il 99% degli aventi diritto iscritti al fondo. È un risultato che non nasce per caso, ma da una cultura previdenziale consolidata nel settore, dal ruolo delle organizzazioni sindacali e datoriali, e in più da una buona conoscenza dello strumento sia da parte delle aziende sia dei lavoratori. In altri comparti industriali non è sempre così, e lo si vede dai livelli di adesione più bassi. Questo dimostra quanto la cultura di settore faccia la differenza.
Come sono distribuite le masse tra i comparti?
La gran parte del patrimonio è concentrata nel comparto Stabilità, quello bilanciato, che raccoglie circa 8,4 miliardi. Il comparto Crescita, con una componente azionaria più elevata, vale circa 1,3 miliardi, mentre nel garantito ci sono circa 395 milioni. Di conseguenza anche la maggioranza degli iscritti si trova nel comparto bilanciato, che rappresenta la scelta più coerente con l’orizzonte previdenziale medio. È una distribuzione abbastanza tipica per un fondo negoziale maturo, dove prevale una logica prudente ma con una componente di crescita nel lungo periodo.
Che fotografia emerge oggi della previdenza complementare?
Se guardiamo ai fondi della nostra categoria, vediamo una crescita importante degli iscritti, anche nei comparti più maturi. Questo è un segnale incoraggiante. Sul fronte dei risultati, i rendimenti sono ampiamente superiori all’inflazione e il pessimo 2022 è stato recuperato. Oggi registriamo i massimi storici del valore delle quote: mese dopo mese tocchiamo nuovi record. Tradotto in parole semplici, i fondi pensione stanno attraversando una fase positiva e stanno dimostrando la loro capacità di recupero anche dopo anni difficili.
La Legge di Bilancio ha introdotto alcune novità. Qual è il vostro giudizio?
Ci sono aspetti positivi. L’aumento al 60% della possibilità di riscatto immediato ha ridotto uno dei principali ostacoli all’adesione, cioè la difficoltà di recuperare il montante, e ha depotenziato l’obbligo della rendita, che era un altro elemento di diffidenza per molti lavoratori. Positivo anche l’aumento della deducibilità a 5.300 euro: è un primo segnale dopo oltre un decennio senza interventi. La criticità principale riguarda invece la portabilità del contributo aziendale. Mettere in concorrenza fondi negoziali, fondi aperti e PIP rischia di penalizzare i lavoratori, perché i fondi chiusi sono senza scopo di lucro e hanno costi molto bassi. I nostri calcoli indicano che, in quarant’anni, un lavoratore potrebbe pagare oltre 30 mila euro in più di costi. Quando questi fondi sono nati, la logica era diversa: i fondi chiusi per i dipendenti, quelli aperti per chi non lo era. Cambiare questa impostazione rischia di creare più costi senza reali benefici.
Qual è oggi il vostro approccio agli investimenti alternativi?
Storicamente Fonchim non ha mai avuto un orientamento particolarmente favorevole agli alternativi, ma non per una ragione ideologica. Infrastrutture o private debt possono essere utili anche per l’economia del Paese. Il problema è la mancanza di stabilità normativa e fiscale. Parliamo di investimenti di lungo periodo: se le regole cambiano a ogni legge di bilancio, diventa difficile pianificare. Gli incentivi sulla carta esistono, ma spesso non sono applicabili con certezza. Per questo la componente alternativa nei nostri portafogli è limitata, concentrata soprattutto su private debt e piccole quote infrastrutturali. Noi dobbiamo rispondere a una missione precisa: garantire il miglior rendimento possibile agli iscritti. Ogni anno dobbiamo dimostrare che il fondo rende più del TFR in azienda. Non possiamo chiedere fiducia dicendo che i risultati arriveranno tra quindici o vent’anni.
Quanto pesa oggi l’Italia nel portafoglio del fondo e come è organizzata la gestione?
L’Italia rappresenta circa l’8,5% del patrimonio complessivo, in linea con il benchmark. La quota maggiore è sulle obbligazioni, perché il comparto principale ha una forte componente obbligazionaria. In generale investiamo nei Paesi sviluppati, con esposizioni marginali ai mercati emergenti. Quanto alla gestione, abbiamo undici gestori. La logica è quella della diversificazione e della competizione: chi resta sopra benchmark viene confermato, chi è sotto viene sostituito. I mandati durano mediamente cinque anni, ma con possibilità di uscita anticipata. Tra questi, circa la metà sono gestori italiani.
Nel 2026 potreste aumentare l’esposizione agli alternativi?
Al momento non è all’ordine del giorno. Il sentiment dei gestori sul 2026 è positivo e, senza regole chiare e stabili, non vediamo convenienza ad aumentare questa componente. Se gli investimenti alternativi sono considerati strategici per il Paese, allora servono incentivi fiscali certi e duraturi nel tempo. Senza questo presupposto, difficilmente i fondi potranno aumentare l’esposizione. Noi dobbiamo essere giudicati sui rendimenti che diamo agli iscritti, non su altre logiche. Questa resta la nostra priorità.
(Articolo tratto dal magazine n. 88 di marzo 2026 di We Wealth)
