Fia, la crescita dei fondi di investimento alternativi

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Il mercato dei fondi di investimento alternativi (Fia) è cresciuto di oltre il 100% dal 2013. Il comparto vale oggi 6.600 miliardi di euro e in Italia è ancora residuale

Il comparto vale oggi 6.600 miliardi di euro. Un valore che lo colloca in posizione minoritaria rispetto alla realtà dei fondi armonizzati (Ucits, 10.500 miliardi), cresciuto nello stesso periodo però del 50%

In generale, a livello globale i Fia non godono di particolare successo nel pubblico retail. Ma in Italia essi rappresentano l’1% del mercato europeo

Un mercato giovane, ma in crescita. È quello dei fondi di investimento alternativi (Fia), che, a partire dall’entrata in vigore della direttiva Aifmd (2013), è cresciuto di oltre il 100%. Il comparto vale oggi 6.600 miliardi di euro. Un valore che lo colloca in posizione minoritaria rispetto alla realtà dei fondi armonizzati (Ucits, 10.500 miliardi), cresciuto nello stesso periodo però del 50%. Le parole sono quelle di Alessandro Rota (direttore dell’ufficio studi di Assogestioni) nella prima giornata dell’evento Alternative Investment Funds Days di Assogestioni e Borsa Italiana.
Guardando ai dati Esma (gennaio 2020), si evince che il comparto si caratterizza per la presenza degli investitori istituzionali rispetto a quelli retail. Ciò rappresenta, secondo Assogestioni, un’opportunità di crescita e sviluppo del prodotto. Probabilmente, la maggior presenza di investitori professionali nel settore degli investimenti alternativi dipende dalla normativa. «I fondi alternativi hanno un passaporto, valevole solo per la clientela professionale» – prosegue Rota. Ad ogni modo, «la Commissione europea ha messo in consultazione una serie di ipotesi di riforma della direttiva Alternative [Aifmd]».

In generale, a livello globale i Fia non godono di particolare successo nel pubblico retail. Ma in Italia essi rappresentano l’1% del mercato europeo. «L’imperativo per la crescita dei prodotti alternativi nel nostro paese è crescere e diversificare». È «un’occasione storica per portare la finanza di mercato nel cuore del tessuto produttivo italiano», continua Rota.

Il mercato italiano si può sviluppare grazie al private equity, da utilizzarsi come veicolo di capitali freschi verso le nostre piccole e medie imprese. Ma serve un’adeguata ossatura regolamentare. Dice Rota: «Una proposta è quella di consentire l’accesso ai fondi alternativi riservati da parte della clientela retail». Si parla anche di «investitori semi-professionali». A tal proposito è in corso una consultazione al Mef.

Vi è poi la carta Pir, sia nella versione tradizionale che in quella alternativa. I Pir tradizionali (2017) hanno avuto uno sviluppo esponenziale nei primi due anni, «per poi entrare in una sorta di plateau». Vi è tuttavia ancora spazio per la crescita ulteriore di questi prodotti, che il pubblico retail ha molto apprezzato. Pensando alla nuova versione dei piani individuali di risparmio, Rota afferma che «il decollo dei Pir alternativi potrebbe aiutare ad incrementare la quantità e la varietà di fondi alternativi nel nostro paese». Sarà importante, a tal proposito, capire il futuro del mercato Aim (alternative investment market) di Borsa Italiana, anche alla luce del nuovo assetto proprietario. Fra le proposte in discussione, c’è quella di quotare i fondi chiusi alternativi, con l’obiettivo di renderli liquidi e per questo «interessanti nei confronti degli investitori retail». Vi è poi da segnalare la crescita del peso degli investitori istituzionali nei Fia, come i fondi pensione.

Fabio Galli, dg di Assogestioni, sottolinea che i prodotti alternativi sono «una grandissima opportunità» per un mercato come quello italiano, «ricco sia di risparmio delle famiglie sia di impiego redditizio nella piccola e media e impresa. E, nel mondo post-Covid, nelle infrastrutture. Ora è importante lavorare sugli strumenti e sulle modalità con cui portare questo cambiamento nel nostro mercato dei capitali».

Anche perché, come evidenzia Stefano Cappiello (Sistema bancario e finanziario-affari legali del Mef), adesso in Italia «è aumentato anche il risparmio a scopo precauzionale. Vi sono 1700 miliardi di euro fermi sui conti correnti a rendimenti quasi nulli». Capitali che potrebbero essere meglio impiegati se immessi nel tessuto produttivo dell’Italia. La questione è ricercare prodotti con un profilo rischio-rendimento accettabile.

Da un lato, prosegue Cappiello, bisogna «consentire agli investitori istituzionali di poter disporre di una gamma il più ampia possibile di prodotti finanziari diversificati». Dall’altro lato, è necessario «facilitare l’accesso ai capitali a costi più ridotti per le piccole e medie imprese». Le imprese devono poter avere alternative rispetto al canale bancario. A tal fine, è importante che «l’investimento in Fia possa essere inquadrato in un fondo conforme alla normativa sui Pir alternativi».

La grande sfida del sistema resta quella di aumentare gli investimenti diretti dalle famiglie verso le imprese non quotate, compatibilmente con gli obiettivi del risparmiatore. Scopo che potrà raggiungersi solo migliorando la competitività dell’industria dei fondi alternativi, come ribadisce Roberta D’Apice (Assogestioni). L’esperta auspica una riduzione di tutti gli oneri burocratici, non strettamente funzionali alla commercializzazione. La complessa architettura informativa relativa ai Fia va semplificata: per questo si rende necessario chiarire il quadro normativo comunitario.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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