Con un’economia che si fa sempre più robusta nelle previsioni dei gestori e un’inflazione ancora saldamente sopra l’obiettivo di lungo termine, la Federal Reserve ha pochissime ragioni per tagliare i tassi o per aprire uno spiraglio nell’immediato futuro.
Dopo la vicissitudine giudiziaria che ha coinvolto il presidente Jerome Powell, finito sotto indagine per la ristrutturazione di una sede, il FOMC si riunisce portando attorno al tavolo più suggestioni politiche sulla futura linea che vere novità nei dati macroeconomici.
A dicembre l’inflazione al consumo ha mantenuto lo stesso tasso congiunturale dello 0,3%, dopo due mesi di dati mancanti a causa dello shutdown. Sono accelerati soprattutto gli alimentari e i costi abitativi, con un indice di fondo (depurato dalle componenti più volatili del paniere) ancora al 4,4% annuo. Gli ultimi dati occupazionali dei NFP hanno mostrato un tasso di disoccupazione in calo dal 4,6% al 4,4%, nonostante la revisione al ribasso dei nuovi posti di lavoro creati. Con un mercato del lavoro ancora solido, gli argomenti per tagliare i tassi – almeno sulla carta – non sono numerosi, nonostante le evidenti pressioni della Casa Bianca per una sforbiciata.
Su questa diagnosi concorda l’attuale posizionamento degli investitori: secondo il FedWatch Tool del CME, che ricava le probabilità implicite dal posizionamento sul mercato dei derivati, le chance di un taglio dei tassi già questo mercoledì sono inferiori al 3%. Al momento, il mercato prezza il primo taglio nella riunione del prossimo giugno, mentre l’allentamento successivo si farebbe attendere fino a dicembre.
Bank of America: spazio per toni più dovish, ma reazioni limitate
Secondo gli analisti di Bank of America, le attese degli investitori, dopo essersi spostate in senso restrittivo, hanno creato lo spazio per reazioni di mercato tipicamente “da colomba”.
“I commenti [di Jerome Powell] potrebbero risultare lievemente più dovish rispetto al recente repricing dei tassi”, hanno scritto in una nota di previsione. “Ci aspettiamo inoltre che le domande di natura politica abbiano un peso rilevante durante la conferenza stampa, anche se Powell con ogni probabilità eviterà di rispondere direttamente. Nel complesso, prevediamo reazioni limitate sui mercati valutari e obbligazionari in seguito al FOMC”.
A livello macro, “il bilancio dei rischi non è cambiato” e “non c’è fretta di intervenire”, hanno aggiunto, “a maggior ragione considerando che l’economia sta per ricevere una dose significativa di stimolo fiscale”.
La vera sorpresa economica osservata è l’aumento della produttività, “con implicazioni contrastanti per la politica monetaria: da un lato spinge verso l’alto il tasso neutrale, dall’altro ha effetti disinflazionistici. A nostro avviso, ciò rafforza il caso a favore dell’inazione”.
Oro oltre quota 5.100: rifugio, geopolitica e crisi di fiducia monetaria
Nel frattempo, l’incertezza geopolitica in aumento si è aggiunta agli altri fattori trainanti per l’oro, che ha toccato un nuovo record oltre quota 5.100 dollari l’oncia. “Il metallo prezioso è sostenuto dalla forte domanda di beni rifugio e dall’indebolimento del dollaro statunitense, che è sceso al minimo degli ultimi quattro mesi rispetto a un paniere delle principali valute”, ha dichiarato Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades. “Le turbolenze geopolitiche e l’incertezza economica continuano a pesare sugli investitori, con nessun progresso nei colloqui di pace tra Russia e Ucraina, crescenti speculazioni su un attacco su larga scala degli Stati Uniti all’Iran e nuove minacce tariffarie da parte dell’amministrazione americana, questa volta rivolte al Canada, a seguito dei colloqui commerciali di Ottawa con Pechino”.
Il Canada è stato intimato a non stringere accordi commerciali con la Cina, un obiettivo che trapelava dal discorso del premier Mark Carney a Davos, con la minaccia di un dazio al 100%.
“L’accumulo di oro non risponde all’urgenza del momento, ma alla necessità strategica di ridurre l’esposizione a valute sempre più soggette a pressioni politiche e strumentalizzazione geopolitica. L’oro, a differenza delle riserve finanziarie tradizionali, non può essere congelato, né diluito, né condizionato da decisioni discrezionali”, ha dichiarato Diego Franzin, head of Portfolio Strategies di Plenisfer Investments SGR. “Il 2025 ha segnato un ulteriore passaggio: anche gli investitori finanziari hanno iniziato a trattare l’oro non più come copertura tattica, ma come componente strutturale di portafoglio, in un contesto in cui manca un riferimento credibile privo di rischio in termini reali. L’oro sta diventando il punto di convergenza di timori diversi — geopolitici, monetari, istituzionali — fino a essere percepito come soluzione universale. In questo senso, il rialzo dell’oro non prezza il caos, ma la normalizzazione dell’instabilità: un mondo caratterizzato da maggiore indebitamento, minore coordinamento internazionale e crescente interferenza politica nelle decisioni monetarie”.

