La Federal Reserve si riunisce fra mercoledì e giovedì sotto un fuoco incrociato che i mercati interpretano con la certezza quasi assoluta che Kevin Warsh e colleghi opteranno per un rialzo dei tassi. Martedì il Brent ha raggiunto quota 109 dollari al barile, a seguito dell’estensione della crisi energetica all’oleodotto saudita Abqaiq-Yanbu, attaccato dai ribelli Houthi filo-iraniani. Nelle ore successive, l’ulteriore pressione attesa sull’inflazione ha contribuito a spingere il rendimento del Treasury decennale oltre la soglia del 5%, sui livelli più elevati dal 2007.
Le attese dei mercati sulla decisione del Fomc sono cambiate radicalmente in poco più di due settimane: secondo il FedWatch Tool del CME, le probabilità di un rialzo a settembre sono passate dal 35% precedente al discorso di Warsh a Jackson Hole del 27 agosto all’attuale 92,5%. Appena il 9 settembre le chance di una stretta si attestavano ancora attorno al 60%.
Il rialzo “disordinato” dei rendimenti obbligazionari è diventato la principale fonte di preoccupazione fra i gestori di fondi globali sondati da Bank of America a settembre: un investitore su tre definisce questo fenomeno il principale rischio di coda, in aumento dal 27% di agosto.
L’aumento dei rendimenti obbligazionari è un fenomeno che si estende ben oltre i soli Stati Uniti: anche in Italia il rendimento del Btp decennale ha toccato mercoledì una punta del 4,47%, 0,92 punti percentuali in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
I mercati scommettono ancora sul “no landing”
Gli analisti di BofA prevedono che la Federal Reserve procederà complessivamente a tre rialzi dei tassi da qui a fine anno, includendo l’eventuale stretta di giovedì. Lo scenario di tassi elevati più a lungo, l’“higher for longer”, ha finora contagiato i rendimenti obbligazionari senza provocare una caduta delle azioni. Parte di questa resistenza si ritrova ancora nelle aspettative dei gestori globali: il 55% considera il “no landing”, ossia uno scenario in cui non si verifica un significativo rallentamento della crescita, l’esito più probabile per l’economia globale nei prossimi 12 mesi.
L’aumento dei costi energetici combinato a quello del costo del denaro spinge storicamente gli economisti a temere un contraccolpo sull’attività economica e sulla capacità di spesa delle famiglie. Il dibattito sulla recessione dopo la stretta monetaria del 2022-2023 ha però smentito gran parte degli analisti: al termine del ciclo di inasprimento non si è verificata alcuna recessione né negli Stati Uniti né a livello globale. Oggi i mercati sembrano posizionati sull’aspettativa che, nonostante i nuovi rialzi dei tassi, possa andare ancora una volta così: appena il 2% dei gestori prevede un “hard landing” dell’economia.
Azioni e banche: il portafoglio riflette la stessa scommessa “ottimista”
Nell’ultima revisione dei portafogli, i fund manager globali si sono limitati ad alleggerire il sovrappeso sulle azioni e a ricostruire un cuscinetto di liquidità, salita dal 3,5% al 3,9%, un livello che rimane comunque storicamente basso. In particolare, il settore finanziario ha visto aumentare la propria attrattiva agli occhi degli investitori, con l’allocazione verso banche e assicurazioni salita ai livelli più elevati da novembre 2025. Il sovrappeso sulle banche ha raggiunto un saldo netto del 34% dei gestori.
L’aumento dei tassi, infatti, può contribuire ad ampliare i margini di interesse sui crediti, ponendo le condizioni per quelli che in Italia sono stati ribattezzati “extraprofitti” nel periodo 2022-2023. Anche questa scommessa, però, funziona soprattutto nell’ipotesi in cui l’aumento dei tassi non conduca a una recessione e a un aumento delle insolvenze, che finirebbe invece per pesare sui bilanci delle banche.
Il rischio recessione resta fuori dai prezzi
Le ultime proiezioni macroeconomiche della Bce, pur incorporando uno scenario meno favorevole sul fronte dei costi energetici, hanno nel frattempo rivisto al rialzo le prospettive di crescita. Gli investitori non hanno molti motivi per elaborare la previsione opposta, almeno per ora.
Nonostante la prospettiva di bollette e mutui più cari, l’ipotesi di una recessione appare ancora remota. “Abbiamo ridimensionato la nostra stima del rischio di recessione nei prossimi 12 mesi”, ha dichiarato questa settimana a Yahoo Finance Jan Hatzius, chief economist di Goldman Sachs. “A marzo lo avevamo quantificato intorno al 30%, mentre oggi lo stimiamo al 15%. Detto questo, se dovessimo assistere a un nuovo shock, torneremmo ad aumentare quella probabilità”.

