Ecco perché l’inflazione non spaventa, neanche in Europa

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Ad agitare i mercati negli ultimi mesi è l’aumento sostenuto dei tassi a lungo termine. Una risalita in parte legata all’inflazione. Ma che, per gli esperti, non deve destare timori

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Le stime sulla crescita del pil a fine anno toccano il 6,7% per gli Stati Uniti, l’8,6% per la Cina e il 4,0% per l’Unione economica e monetaria

Lea Zicchino: “Non è la prima volta che assistiamo a una risalita del tasso d’inflazione di questa entità. Ma crediamo si tratti di un incremento temporaneo”

Le misure adottate da governi ed enti sovranazionali, intanto, hanno accelerato l’adozione di politiche e strategie aziendali per una crescita sostenibile

Dopo il fortissimo crollo della produzione industriale generato dello scoppio della crisi pandemica, Cina (per prima), Stati Uniti e Europa (poi) hanno raggiunto nuovamente i livelli pre-covid. Come spiega Lea Zicchino, senior partner e responsabile dell’analisi dei mercati e degli intermediari finanziari di Prometeia in occasione della nuova edizione annuale dell’evento Liquidity organizzato da Assiom Forex, a sostenere la ripresa sono state principalmente la politica fiscale e i grandi piani di spesa pubblica. Un contesto che vede le stime sulla crescita a fine anno toccare il 6,7% per gli Usa, l’8,6% per la Terra del Dragone e il 4,0% per l’Unione economica e monetaria. E che lascia spazio a ottimismi anche sull’accelerazione dell’inflazione.
“Guardando agli Usa, l’American rescue plan dell’amministrazione Biden vale 1.900 miliardi di dollari, con circa 450 miliardi volti a garantire assegni una tantum a tutti gli individui con un reddito annuo inferiore ai 75mila dollari. Stimoli che aiutano a spiegare il tasso di crescita per quest’anno particolarmente favorevole (si parla del 6,7% del pil nel 2021) e che si rispecchia anche in Cina (8,6%) e, in misura più contenuta, nell’Unione economia e monetaria (4,0%)”, osserva Zicchino. Una differenza, spiega, legata in parte alla qualità degli stimoli fiscali ma anche alle difficoltà sperimentate dall’Europa nella prima fase della campagna vaccinale, che ha reso più complessa la ripresa dell’attività economica nel primo trimestre dell’anno.

Italia verso una crescita del 4,7% nel 2021

Nel caso dell’Italia, analizza l’esperta, gli interventi di politica fiscale dello Stato hanno superato quest’anno anche il momento di picco della crisi economica, con 122 miliardi di euro (comprese le spese aggiuntive del Next generation Eu) contro i 108 miliardi del 2020. “Prevediamo che due fattori, il superamento della crisi sanitaria e il ritorno a una quasi normalità attese per quest’estate insieme ai sostegni fiscali e al supporto della politica monetaria, porteranno a un rimbalzo della crescita del 4,7%. Un dato che potrebbe anche essere leggermente rivisto al rialzo”, afferma Zicchino.

L’impennata dell’inflazione? Temporanea

In questo contesto, aggiunge, ad agitare i mercati negli ultimi mesi è l’aumento piuttosto sostenuto dei tassi a lungo termine. Una risalita in parte legata all’incremento dei tassi d’inflazione, spiega. Ma che non desta preoccupazioni. “Non è la prima volta che assistiamo a una risalita di questa entità. Crediamo che si tratti di un incremento temporaneo, perché il mercato del lavoro non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, gli effetti della spesa fiscale sono una tantum, e perché questo aumento è legato a pochi item, in particolare a quei prodotti che avevano subito delle riduzioni di prezzo lo scorso anno durante la fase più acuta della crisi sanitaria. Penso alle spese per il noleggio auto, ai biglietti aerei o alle case in affitto per le vacanze. Se escludiamo questi fattori, il tasso d’inflazione è molto più contenuto”, analizza l’esperta. E lo stesso varrebbe per l’Europa, dove le previsioni dello staff della Bce stimano una “piccola fiammata” dell’1,9% quest’anno per poi scivolare all’1,5% nel 2022 e all’1,4% nel 2023.

Gli effetti sul settore bancario

Intanto, osservando gli indici azionari del settore bancario, “l’aumento dei tassi a lungo termine ha sicuramente favorito una ripresa delle quotazioni azionarie”, spiega Zicchino. Il credito alle imprese, nel caso specifico dell’Italia, ha raggiunto un tasso di crescita dell’8%, favorito dalle misure di sostegno erogate al settore dagli istituti di credito, tra moratorie e garanzie, che hanno consentito di limitare accantonamenti e assorbimenti del capitale. “Il tasso di crescita dei prestiti sarà positivo anche nei prossimi anni, ma più contenuto rispetto al 2021, perché la liquidità è stata in gran parte depositata dalle imprese in banca. Una liquidità precauzionale, che potrà essere riutilizzata quando ripartiranno gli investimenti. Anche sostenuti dal Next generation Eu”, conclude Zicchino.

Una ripartenza, quella attesa, anche in green

Parallelamente, la pandemia e le misure adottate da governi ed enti sovranazionali hanno assunto il ruolo di acceleratore anche nell’adozione di politiche e strategie aziendali per una crescita sostenibile. “Se guardiamo al debito legato ai criteri di sostenibilità, l’ammontare outstanding ha già superato i 2.500 miliardi di euro. Per le obbligazioni esg, si parla di oltre 1.100 miliardi. Di queste, la metà sono green bond”, racconta Barbara Valbuzzi, cfa e responsabile market strategy della Imi Cib Division di Intesa Sanpaolo. “Focalizzandoci sul panorama europeo, abbiamo superato i 700 miliardi di euro, e anche in questo caso abbiamo un 60% di green bond. È interessante notare, poi, che se le emissioni esg nel 2020 corrispondevano solo al 5% delle emissioni totali, già nei primi mesi del 2021 rappresentano più del 10%”, spiega. Il trend per emittente, inoltre, mostra volumi di crescita per tutti, focalizzati in Europa sul doppio obiettivo dell’Unione di raggiungere la neutralità climatica nel 2050 e ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030. “Anche il comparto delle emissioni governative esg ha registrato un ottimo tasso di crescita. Abbiamo più di 110 miliardi di green bond di emittenti governativi, di cui oltre l’80% in capo a emittenti governativi europei. E ci sono tante opportunità di sviluppo: prevediamo 54 miliardi di emissioni quest’anno, circa il doppio rispetto al 2020”, stima Valbuzzi.

A chiudere il cerchio Enrico Bernardini, esg equity senior advisor di Banca d’Italia, che sottolinea come oltre 2mila ricerche accademiche mostrino che le imprese con migliori pratiche esg conseguono migliori performance di mercato, in modo persistente nel tempo. Inoltre, le società più sostenibili godono di vantaggi competitivi, sul fronte dell’innovazione e dell’efficienza, minori rischi operativi e legali, e ottengono un più basso costo del capitale. “La sostenibilità è ormai un fattore strutturale di rilievo per gli investitori, non solo dal lato della gestione del rischio ma anche per le opportunità di rendimento che si possono offrire nel ricercare e attuare nuovi progetti rivolti alla transizione energetica e low carbon. Quanto all’attuazione di criteri di sostenibilità, mi preme ribadire come sia importante mantenere un adeguato livello di diversificazione nelle strategie esg. Bisogna dedicare una grande attenzione all’utilizzo dei dati in tal senso”, conclude Bernardini.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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