E’ tempo di aprire le porte agli Etf anche in Italia

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I fondi passivi hanno reso 90 punti base in più ogni anno tra 2016 e 2020, secondo l’Esma, ma restano sottorappresentati nei portafogli

Le analisi indipendenti condotte dall’Esma ne hanno indicato i vantaggi per i clienti al dettaglio, ma gli Etf restano poco utilizzati in Italia e in Europa

La ragione di questo gap, rispetto a quanto si osserva negli Stati Uniti, è dovuto allo scarso interesse dei grossi attori bancari a promuovere questi prodotti, ha scritto la Commissione europea in un suo studio del 2018

Per quanto tempo ancora un prodotto che l’evidenza empirica indica come molto efficiente ed adatto alla clientela retail potrà restare marginale nella prassi dei consulenti e nei portafogli degli italiani?

Molti ne parlano, decantandone le virtù di efficacia ed efficienza. Eppure, pochi risparmiatori italiani (ed europei) li hanno effettivamente in portafoglio. Gli Etf, fondi quotati prevalentemente a gestione passiva, rinunciano a battere gli indici di riferimento: promettono agli investitori di replicarli con costi mediamente più bassi. I dati più recenti confermano che questo messaggio non solo è reale, ma che comporta anche una serie di vantaggi per il piccolo risparmiatore. Secondo il rapporto Esma sulle Performance e costi dei prodotti d’investimento retail nell’Ue, pubblicato lo scorso 5 aprile, i tradizionali fondi comuni azionari, al netto dei costi, hanno registrato una performance annua del 3,7% nei cinque anni compresi fra il 2016 e il 2020: gli Etf, invece, hanno portato a casa il 4,6%, ossia 90 punti base in più ogni anno. L’Autorità europea del mercato ha molte volte riscontrato come, nel lungo periodo, le alternative a gestione passiva abbiano offerto maggiori probabilità di rendimento netto, rispetto alle controparti attive. La questione dei costi non è secondaria, ha affermato l’Esma nel suo rapporto: “un investimento da 10mila euro della durata di dieci anni, in un portafoglio diversificato fra fondi azionari, obbligazionari e bilanciati” avrebbe reso 8mila euro lordi; di cui 5.400 euro di rendita netta, 2.600 euro dispersi in costi.

L’efficienza degli Etf non è certo una scoperta recente. Eppure, questi fondi restano una nicchia nel mercato europeo ed italiano, tanto che, scrive l’Esma, “solo quattro giurisdizioni nell’Ue hanno un mercato Etf rilevante, vale a dire Irlanda, Lussemburgo, Francia e Germania” e “in alcuni paesi (tra cui Austria, Finlandia, Italia, Lituania, Malta, Slovenia) non ci sono Etf domiciliati. Nel 2018 la Commissione europea aveva stimato che solo il 10-15% degli asset gestiti in Etf appartenevano alla clientela al dettaglio, contro il 50% degli Stati Uniti.

Secondo la Commissione Ue la difficoltà che gli Etf incontrano in Europa hanno una diretta relazione con la struttura distributiva dominante nel Vecchio Continente, con un’evidente responsabilità delle istituzioni finanziarie e dei loro consulenti. “La nostra ricerca mostra come la quota di Etf attivamente offerti attraverso le pagine web delle istituzioni finanziarie è ovunque bassa negli stati membri, rappresentando approssimativamente il 12%”, ha affermato la Commissione Ue. In Italia meno del 2% dei fondi attivamente offerti sui siti delle banche sono Etf, facendo così del risparmiatore italiano quello meno esposto alla promozione degli Etf, assieme a quello ceco, polacco e romeno. “Solo in pochissimi casi i consulenti delle banche hanno proposto degli Etf ai nostri compratori in incognito”, ha scritto l’esecutivo Ue nel rapporto ‘Distribution systems of retail investment products across the European Union‘, aggiungendo che questa reticenza delle banche nei confronti degli Etf “può essere dovuta alla mancanza di uno schema di incentivi, perché i manager degli Etf non pagano commissioni”.

Per quanto tempo ancora un prodotto che l’evidenza empirica indica come molto efficiente ed adatto alla clientela retail potrà restare marginale nella prassi dei consulenti e nei portafogli degli italiani? Che i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede saranno in qualche modo incoraggiati ad aumentare la proposta di Etf alla clientela è quanto si attende Moneyfarm, società di investimenti digitale che propone gestioni basate esclusivamente questo genere di fondo. “Ci aspettiamo di assistere a questa tendenza, di certo ce lo auguriamo”, ha dichiarato a We Wealth Andrea Rocchetti head of investment advisory di Moneyfarm, “chiaramente c’è il tema dell’assenza degli inducements, che fanno ancora preferire altre tipologie di prodotti rispetto agli Etf, ma crediamo che l’industria del risparmio si dovrà adattare alle esigenze degli investitori che ci chiedono flessibilità ed efficienza, e non viceversa”.

La scelta di portafogli in Etf al 100% di Moneyfarm, ha spiegato Rocchetti, è stata dovuta a ragioni di “costi, sicurezza, trasparenza e flessibilità”. Del resto, una replica Etf dell’S&P 500 si “coglie” al volo, così come un Etc sull’oro. Inoltre, l’offerta di Etf si è fatta talmente ampia “da permettere al gestore l’elaborazione di strategie anche molto sofisticate, garantendo al cliente un’ottimale liquidità unitamente alle garanzie proprie degli strumenti di risparmio gestito”. In ogni caso, la forte presenza degli Etf nei portafogli creati dai servizi di robo advisory è una tendenza generale, come ha riscontrato la Commissione europea, così come lo è fra i consulenti finanziari autonomi retribuiti a parcella direttamente dal cliente. Certo, rispetto a quella degli Etf l’offerta di fondi comuni rimane di gran lunga più ampia e variegata. Moneyfarm ha in realtà “ricevuto richieste anche in merito all’inserimento di strumenti diversi dagli Etf… se riteniamo che un prodotto possa offrire un beneficio al netto dei costi, potremmo valutare l’inserimento nei nostri portafogli anche di prodotti a gestione attiva”. Per il momento, però, non ciò non è avvenuto.

La tendenza osservata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna suggerisce come la diffusione degli Etf non potrà essere ostacolata nel lungo periodo. Le nuove generazioni interessate al mondo degli investimenti, del resto, sono esposte costantemente a influencer finanziari che fanno della dimostrata efficienza degli Etf un “cavallo di battaglia” che, inevitabilmente, getta il seme della sfiducia nei confronti della finanza tradizionale che non li propone quasi mai ai suoi clienti.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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