Donne e finanza: quando l’eredità diventa potere

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Foto in bianco e nero di Valeria Amata Giannella, RTD-A del Politecnico di Milano, in merito al pezzo “Donne e finanza: quando l’eredità diventa potere”.

Nei prossimi vent’anni oltre 83mila miliardi di dollari passeranno di mano, e saranno soprattutto le donne a gestirli. Tra sfide culturali e tabù, l’eredità diventa potere

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Nei prossimi due decenni oltre 83mila miliardi di dollari, secondo un’analisi di Ubs, saranno tramandati. Di questi, circa 9mila miliardi potrebbero essere trasferiti orizzontalmente – da un coniuge all’altro – prima di passare nelle mani di figli e nipoti. E siccome le donne godono tipicamente di un’aspettativa di vita più lunga rispetto agli uomini, è probabile che saranno loro le protagoniste dello storico travaso di ricchezza in atto.

Uno scenario che rischia di scontrarsi tuttavia con una serie di sfide, a partire dal fatto che le vedove si troveranno in molti casi a dover conquistare un’indipendenza (non solo economica) che non hanno mai avuto.

Donne e finanza: una sfida culturale più che economica

“Quando parliamo di eredità o questioni finanziarie, la vera sfida è culturale”, osserva Valeria Amata Giannella, RTD-A del Politecnico di Milano. “Con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in collaborazione con Banca Widiba, ho condotto una serie di studi per analizzare quali sono gli ostacoli che incontrano le donne quando entrano in contatto con il denaro o le questioni finanziarie. I risultati di questa ricerca hanno mostrato con chiarezza che si sentono spesso meno preparate di quanto in realtà siano”.

Una su tre percepisce infatti le proprie conoscenze finanziarie come insufficienti e quasi il 70% non ha mai avuto esperienza diretta con strumenti d’investimento.

Eredità e autonomia economica: il doppio gap di fiducia e competenze

Questo significa che, nel momento in cui ricevono un’eredità, in molte si trovano improvvisamente a dover gestire patrimoni complessi senza aver mai avuto la possibilità di esercitarsi prima. “Moltissime donne delegano partner, padri o fratelli la gestione del loro patrimonio o del patrimonio familiare”, continua Giannella. “Questo non avviene per effettiva mancanza di competenza nel comprendere le questioni finanziarie, ma per un retaggio culturale che le allontana dalle questioni finanziarie. La sfida, quindi, è duplice: da un lato colmare un gap di fiducia e di competenze, dall’altro riuscire a compiere scelte importanti in fasi della vita spesso molto delicate, come la vedovanza o un divorzio”. Il tutto mentre il denaro resta un tabù.

Il denaro resta un tabù: la ricchezza femminile tra cultura e pregiudizi

Storicamente, non è mai stato considerato “un affare femminile”: alle donne veniva riconosciuta la gestione delle spese quotidiane e la capacità di risparmiare per la famiglia, ma non la possibilità di parlare apertamente di soldi o di considerarli uno strumento di realizzazione personale. Non è un caso che, ancora oggi, la ricchezza femminile venga spesso attribuita a fattori esterni, come l’eredità o la fortuna, più che al merito. “Questo contribuisce a creare un senso di distanza e persino di imbarazzo”, afferma Giannella. “La ricerca mostra infatti che le donne parlano meno di soldi con amici e parenti rispetto agli uomini, come se l’argomento fosse ancora qualcosa di poco elegante, quasi sporco”.

Stereotipi di genere e consulenza finanziaria: una gabbia invisibile

In questo contesto, gli stereotipi di genere giocano un ruolo determinante anche nell’offerta di soluzioni finanziarie. “Molte donne hanno interiorizzato l’idea che gli investimenti non facciano parte del loro mondo e che il loro ruolo si limiti alla gestione quotidiana delle spese”, dice Giannella. Secondo l’esperta, persiste una rappresentazione stereotipica che associa le donne a una dimensione “calda” del denaro: uno strumento per prendersi cura degli altri, finanziare l’istruzione dei figli, mantenere l’equilibrio familiare.

Agli uomini, invece, viene attribuita una dimensione diversa, legata all’autorealizzazione, al potere, al successo personale. “Ma non si tratta solo di percezioni individuali: anche il mondo della consulenza risente di questi bias”, sostiene l’esperta. Lo studio sperimentale del progetto ha dimostrato che i consulenti uomini tendono a proporre alle clienti donne prodotti più semplici e a dedicare meno spiegazioni tecniche rispetto a quanto fanno con i clienti uomini, anche quando il profilo è identico. Secondo Giannella, apparentemente è un modo per “andare loro incontro”, ma in realtà si traduce in un freno: meno informazioni significa meno consapevolezza, meno fiducia e, di conseguenza, meno investimenti. “È così che gli stereotipi si trasformano in una gabbia, capace di condizionare sia chi riceve consulenza sia chi la offre”, spiega l’esperta.

Ripensare la consulenza: finanza inclusiva e prospettiva femminile

Tra l’altro, sempre Ubs rivela come il 70% delle donne appena divorziate o vedove decida di cambiare consulente finanziario. “È fondamentale ripensare lo storytelling. Non basta cambiare le parole: serve un vero cambio di prospettiva”, suggerisce Giannella. “Le donne non cercano un approccio paternalistico né semplificazioni eccessive, ma chiarezza, ascolto e la possibilità di sentirsi protagoniste delle proprie scelte.

Costruire fiducia e autonomia: il futuro della ricchezza femminile

Il consulente deve imparare a raccontare la finanza non solo come ricerca di rendimento, ma come strumento concreto per costruire sicurezza, progettare il futuro, conquistare autonomia. E, sempre più spesso, per dare coerenza ai propri valori, perché molte donne valutano gli investimenti anche in termini di impatto sociale e sostenibilità”.

In questo percorso, la presenza di più consulenti donne può fare la differenza. “Hanno spesso maggiore consapevolezza delle barriere e delle insicurezze vissute dalle clienti”, afferma Giannella. “Allo stesso tempo, è cruciale formare l’intera rete di consulenti a riconoscere l’influenza degli stereotipi, sia nelle proprie percezioni sia nelle relazioni con le clienti. Prepararsi al grande trasferimento di ricchezza non significa solo rafforzare le competenze tecniche, ma soprattutto costruire relazioni fondate su fiducia, inclusione e autonomia”.

(Articolo tratto dal n° di ottobre di We Wealth.
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di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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