La salute femminile continua a essere sottorappresentata nella ricerca medica e nei finanziamenti sanitari: le donne trascorrono in media il 25% in più della loro vita in condizioni di salute precarie rispetto agli uomini e molte patologie che le colpiscono in modo specifico o sproporzionato ricevono una quota minima degli investimenti in ricerca.
Questo squilibrio deriva in gran parte da una storica carenza di dati e da una ricerca clinica a lungo basata sul modello del “maschio medio”, con il risultato che le donne ricevono spesso diagnosi più tardive e trattamenti meno efficaci per le stesse patologie.
Negli ultimi anni sta però emergendo un nuovo interesse da parte degli investitori e dell’industria sanitaria verso la cosiddetta “women’s health”, con progressi nella biotecnologia, nei farmaci innovativi e nella medicina riproduttiva, oltre alla crescita del settore fem-tech e delle piattaforme digitali dedicate alla salute delle donne.
Nonostante le opportunità di crescita e l’elevato ritorno economico potenziale degli investimenti nella salute femminile, il settore presenta ancora sfide rilevanti — tra cui ostacoli normativi, difficoltà di accesso ai rimborsi assicurativi e carenza di specialisti — che contribuiscono a mantenere un significativo divario negli investimenti rispetto ad altre aree della sanità.
Disparità di genere nella sanità: un divario ancora aperto
Tra le numerose sfide che oggi interessano i sistemi sanitari a livello globale, una merita di essere presa quasi alla lettera: l’emicrania. Si tratta infatti di una patologia che colpisce le donne circa tre volte più degli uomini, ma che continua a essere studiata in modo insufficiente sotto il profilo delle differenze di genere. Nonostante questa evidente asimmetria, una recente analisi mostra che solo il 4% dei trial clinici dedicati all’emicrania pubblica risultati distinti tra popolazione femminile e maschile.
È solo un piccolo esempio che però mette in luce un problema molto più ampio: la disparità di genere nella ricerca medica, nei finanziamenti alla sanità e, in ultima analisi, nei farmaci pensati per uomini e donne. Stando al World Economic Forum e al McKinsey Health Institute, la popolazione mondiale femminile trascorre il 25% in più della propria vita in condizioni psicofisiche precarie rispetto a quella maschile. Per l’economia globale tale divario significa che ogni anno va perso l’equivalente di 75 milioni di anni in buona salute. Ad essere maggiormente penalizzate sono le donne nella parte più importante della loro vita lavorativa, ossia dai 20 ai 60 anni.
Salute femminile e ricerca medica: il nodo della carenza di dati
Ciononostante, solo l’1% degli investimenti in ricerca e innovazione nella sanità è impiegato per le patologie squisitamente femminili, ad eccezione dell’oncologia, benché queste ultime, come endometriosi, menopausa e grave sindrome premestruale, rappresentino il 14% della disparità di genere nel settore medico. Solo per avere un’idea, il diabete contribuisce al divario per il 2%, ma ottiene il 12,5% dei finanziamenti totali. Nel complesso, per le donne tutto ciò si traduce in diagnosi tardive – che nel loro caso arrivano in media quattro anni dopo quelle degli uomini per le stesse malattie – e in terapie meno efficaci.
Il motivo del divario non è di natura economica: secondo le stime, da ogni dollaro investito nella salute femminile se ne ricavano tre in termini di crescita. Allora perché esiste questa diseguaglianza? Una delle ragioni principali è la semplice mancanza di dati. Nella ricerca medica in passato lo standard era rappresentato in automatico dal ‘maschio medio’, per cui fino ai primi anni Novanta le donne erano sistematicamente escluse dalla sperimentazione clinica e molti prodotti farmaceutici erano quindi calibrati sulla fisiologia maschile. Ad esempio, l’efficacia degli inalatori combinati per l’asma è il 20% in meno nella popolazione femminile. Ancora oggi le donne sono sottorappresentate negli studi sui disturbi che le affliggono in modo sproporzionato, come le malattie cardiovascolari e autoimmuni. Quando vengono incluse nei test, difficilmente i risultati sono analizzati in base al genere, come nel caso dell’emicrania.
Investimenti nella women’s health
Lo squilibrio nei dati ne alimenta un altro nella ricerca e nell’innovazione, ma è qui che noi investitori di private equity possiamo svolgere un’azione incisiva, puntando direttamente sulle aziende che vanno incontro alle esigenze delle donne. In particolare, il panorama degli investimenti dedicati alla salute femminile sta cambiando per concentrarsi maggiormente sull’integrazione delle scienze esatte nelle biotecnologie, nei farmaci e nei dispositivi medici piuttosto che sulle preoccupazioni legate allo ‘stile di vita’.
Se si considerano innanzitutto i settori biotech e farmaceutico, si nota che gli investitori si focalizzano sempre più su disturbi tipicamente femminili e vanno al di là della gestione dei sintomi per intervenire sulla biologia. Lo spostamento verso le scienze esatte è particolarmente visibile nell’oncologia, dove innovazioni come gli anticorpi farmaco-coniugati (Antibody Drug Conjugates, ADC) – una forma di chemioterapia più selettiva che colpisce in modo mirato il tumore perché si lega alle cellule cancerose per poi rilasciare un agente citotossico dal loro interno – e l’immuno-oncologia stanno ridefinendo gli standard di cura. L’azienda danese Genmab, ad esempio, ha messo a punto un ADC per una forma aggressiva di carcinoma ovarico che promette di riscuotere un grande successo commerciale.
La medicina riproduttiva trae inoltre vantaggio da vere e proprie conquiste scientifiche: infatti diverse aziende private europee non si limitano a migliorare la FIV, ma incrementano la fertilità biologica. Freya Biosciences, con sede in Danimarca, sta studiando immunoterapia e microbiota per affrontare le cause immunologiche dell’infertilità nelle donne. La spagnola Oxolife lavora a un farmaco non ormonale pensato per ottimizzare il tasso di impianti embrionali per cercare di ovviare a uno dei maggiori punti deboli della fecondazione assistita.
Fem-tech e sanità digitale
Non solo la ricerca scientifica compie progressi, ma anche alcune aziende private contribuiscono a colmare il divario nell’erogazione delle cure alle donne, occupandosi di aspetti quali le diagnosi tardive, la frammentazione delle reti di fornitori e la carenza di clinici specializzati che producono così tante conseguenze negative.
Il settore ‘fem-tech’, ad esempio, è in fase di maturazione poiché sta passando dalle applicazioni di semplice monitoraggio del ciclo mestruale alla prestazione di servizi medici ‘virtual-first’ che danno la priorità alle interazioni virtuali e alle consultazioni da remoto. Tali piattaforme affrontano le disparità di accesso alla sanità scindendo l’assistenza specialistica dalla posizione geografica e offrendo un supporto più ampio per disturbi complessi spesso trascurati dai medici di base. Flo Health è diventata addirittura il primo unicorno in questo segmento – ossia un’azienda di un valore stimato di oltre 1 miliardo di dollari – dopo essersi aggiudicata un ingente investimento di private equity. La sua transizione da sistema di rilevamento passivo a super-app proattiva nel settore sanitario in grado di proporre alle donne analisi personalizzate e canali più diretti ‘dal sintomo al medico’ dimostra la scalabilità dello ‘user engagement’ basato sui dati.
Tuttavia, per quanto promettente, questo è un settore che presenta anche dei rischi di cui gli investitori devono tenere conto. Da sempre le aziende biofarmaceutiche specializzate nei disturbi femminili registrano uno sconto valutativo mediano del 41% nelle fasi iniziali e del 52% in quelle di maturità rispetto al settore sanitario nel suo complesso. Gli attriti con le assicurazioni mediche suscitano preoccupazioni crescenti vista la diffidenza degli assicurati nei confronti delle soluzioni digitali standalone. Gli ostacoli normativi, in particolare per le nuove terapie, creano esiti binari successo/insuccesso legati ai processi di autorizzazione. Anche la scarsità di professionisti di talento, soprattutto nell’endocrinologia riproduttiva, costituisce un problema.
Le opportunità degli investimenti nella salute femminile
Noi investitori di private equity riteniamo che le migliori opportunità si collochino a cavallo tra innovazione biologica e organizzazione assistenziale scalabile. È un ambito che spazia dalle terapie per la menopausa alla diagnostica dell’endometriosi, dai grandi traguardi dell’oncologia alle tecniche ibride di procreazione assistita. Questi investimenti offrono non solo un potenziale finanziario interessante, ma anche la rara opportunità di ridurre una disparità storica nel settore sanitario e di generare importanti rendimenti sociali ed economici.
Basti pensare che tra il 2019 e il 2023 le startup specializzate nella disfunzione erettile hanno attratto capitali per un totale di oltre un miliardo di dollari, mentre quelle focalizzate sull’endometriosi – impegnate ad alleviare un disturbo di cui soffre una donna su dieci in età riproduttiva – hanno raccolto solo 44 milioni. Se gli investimenti possono risolvere l’una, non dovrebbe essere così difficile curare l’altra.
A cura di Chiara Brambillasca, Healthcare Investor di Pictet
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