De Felice: la vera sfida è costruire le basi della crescita post-Pnrr

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Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, racconta l’Italia degli ultimi 50 anni. E lancia uno sguardo a quello che sarà dopo il Pnrr

Dal 1999 al 2019 l’Italia ha conosciuto una crescita del +7,9% a fronte del +30% della Germania, del +32% della Francia e del +43% della Spagna

De Felice: “La vera sfida oggi è quella di mettere le basi per una crescita post-Pnrr che non sia più quella alla quale abbiamo assistito nel decennio pre-covid”

Negli ultimi 50 anni l’Italia ha vissuto in una sorta di centrifuga, con una crescita economica che si alternava a fasi di recessione. Come ricorda Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo intervenuto in occasione di un evento organizzato dall’Associazione italiana per l’analisi finanziaria (Aiaf), durante le due crisi petrolifere degli anni Settanta il “vero problema” era l’inflazione. Un’inflazione “altissima”, cui il governo pensò di dare risposta con la cosiddetta “scala mobile”: a un suo incremento conseguiva un incremento dei salari. Questo, spiega De Felice, portò a una “spirale prezzi-salari” la cui valvola di sfogo fu il deprezzamento della lira nei confronti delle altre valute europee.
“Nonostante nel 1979 l’Italia entrasse a far parte del Sistema monetario europeo”, racconta l’esperto. “Il debito cresceva sempre di più perché, per ottenere il consenso, l’espansione della spesa pubblica era un metodo fantastico ma avveniva a scapito delle generazioni future. Il 2 maggio del 1998, poi, anche l’Italia fece il suo ingresso nell’Unione economica e monetaria. Uno spartiacque per l’economia tricolore. Ma l’opportunità della moneta unica non è stata sfruttata a pieno, perché non sono state implementate parallelamente le giuste riforme”. Con la crisi dei mutui subprime prima e del debito sovrano poi, continua De Felice, l’Italia ha finito per allontanarsi sempre di più dai cugini europei. Con tassi di debito che la posizionavano agli ultimi gradini nella regione. Dal 1999 al 2019 ha conosciuto una crescita del +7,9% a fronte del +30% della Germania, del +32% della Francia e del +43% della Spagna. Tra le motivazioni, secondo De Felice, ci sono innanzitutto la bassa dinamica della produttività (in Italia sale nel periodo del +4%, mentre in Francia e Germania del +23%) ma anche l’assenza degli investimenti pubblici e privati e la lentezza delle riforme strutturali.
Guardando a oggi, interviene Paolo Guida, head of research for private investors di Intesa Sanpaolo, il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un’opportunità unica. “Si parla complessivamente di circa 250 miliardi di euro, un ammontare di risorse mai visto prima in grado di stimolare (anche grazie a un effetto moltiplicativo) una crescita economica ma soprattutto di produttività”, osserva Guida. “La possibilità di incrementare il cosiddetto pil potenziale fa sì che il nostro Paese cresca strutturalmente di più rispetto al passato visto che, come sappiamo, uno dei problemi storici dell’Italia è stato quello di una crescita anemica determinata da una crescita della popolazione limitata ma soprattutto da una crescita della produttività altrettanto contenuta. Tutto questo può essere superato attraverso investimenti ma anche attraverso riforme strutturali, che possono rappresentare un fattore importante di accelerazione”.

Tra quelle in cantiere, secondo Guida, le riforme della pubblica amministrazione e della giustizia sono quelle sulle quali sono riposte le speranze maggiori in termini di effetti positivi sulla produttività. Alcuni studi, rivela l’esperto, evidenziano che una riduzione della durata dei processi civili del 50% possa determinare un aumento della dimensione media delle imprese manifatturiere italiane del 10%. Altri, invece, indicano che la partecipazione delle stesse alle catene globali del valore sia legata anche alla durata dei procedimenti civili, per esempio dei procedimenti fallimentari. “Tutti aspetti che vengono analizzati anche dagli investitori esteri, quando decidono se investire o meno in Italia”, analizza Guida. “Se sommiamo tutti gli effetti delle riforme previste potremmo avere inoltre un impatto in termini di maggior pil nel medio termine superiore al 3%. Ma è necessario implementare nel modo giusto anche gli investimenti. In modo da realizzare l’effetto sulla crescita potenziale che ci si aspetta”. Per De Felice, in conclusione, la vera sfida oggi è quella di mettere le basi per una crescita post-Pnrr che non sia più quella cui abbiamo assistito nel decennio pre-covid. “Dal 2009 al 2019 l’Italia è cresciuta con una media annua dello 0,4%, la Germania dell’1,8%. Il Pnrr deve servire a colmare questo gap. Per combattere la disoccupazione e garantire la sostenibilità del debito pubblico”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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