Csrd, via all’accordo politico provvisorio: ecco le nuove regole

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Trovato un accordo politico provvisorio tra Parlamento e Consiglio Ue sulla Csrd, la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità. Ecco chi dovrà adeguarsi e da quando

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La Csrd andrà ad aggiornare gli attuali requisiti sulla rendicontazione non finanziaria definiti dalla Non-financial reporting directive del 2014

I nuovi obblighi si applicheranno a tutte le grandi aziende, quotate e non, con oltre 250 dipendenti e un fatturato di 40 milioni di euro

Parlamento e Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sulla Corporate sustainability reporting directive, che andrà ad aggiornare gli attuali requisiti sulla rendicontazione non finanziaria definiti dalla Non-financial reporting directive del 2014. Un’occasione, nelle intenzioni dell’Ue, per colmare carenze che ostacolerebbero la transizione verso un’economia sostenibile. E per assicurare agli investitori informazioni affidabili, trasparenti e comparabili.

Csrd: a chi si applica

I nuovi obblighi si applicheranno a tutte le grandi aziende, quotate e non, con oltre 250 dipendenti (non più 500) e un fatturato di 40 milioni di euro che dovranno riferire in modo più dettagliato sul loro impatto ambientale, sui diritti umani, sui diritti sociali e sull’etica del lavoro sulla base di standard comuni. Lo stesso vale per le imprese non europee ma che generano un fatturato netto di 150 milioni di euro nel territorio dell’Unione e con almeno una filiale o una succursale in Ue. E per una manciata di piccole e medie imprese quotate, che avranno tuttavia tempo di adeguarsi al nuovo sistema entro il 2028. Spetterà agli Stati membri verificarne il rispetto con l’aiuto della Commissione. 

“Oggi le informazioni sull’impatto di un’azienda su ambiente, diritti umani ed etica del lavoro sono frammentarie, inaffidabili e di facile abuso”, ha osservato Pascal Durand, membro del Parlamento europeo alla guida dei negoziati. “Alcune aziende non rendicontano. Altre riferiscono su ciò che vogliono. Investitori, consumatori e azionisti sono in perdita. D’ora in avanti, avere un registro dei diritti umani pulito sarà importante tanto quanto avere un bilancio pulito”. Il mercato europeo degli audit extra-finanziari sarà standardizzato, ha aggiunto Durand. Ma anche più rigoroso e trasparente.

“Si tratta di un’ottima notizia per tutti i consumatori europei”, ha esordito Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia, delle finanze e della ripresa dal 2017. “Ora saranno meglio informati sull’impatto delle imprese sui diritti umani e sull’ambiente. Ciò significa maggiore trasparenza per i cittadini, i consumatori e gli investitori. Significa anche maggiore leggibilità e semplicità delle informazioni fornite dalle aziende, che devono svolgere appieno il loro ruolo nella società”. Il greenwashing è finito, ha concluso Le Maire. “Con questo testo, l’Europa è in prima linea nella corsa internazionale agli standard”.

Le prossime tappe

Parlamento e Consiglio europeo dovranno approvare formalmente l’accordo prima che venga pubblicato in Gazzetta ufficiale. Quanto al Consiglio, il testo provvisorio dovrà infatti ottenere la green light del Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri.  Entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione e i diversi Stati membri dovranno recepirne le disposizioni entro ulteriori 18 mesi. L’applicazione del regolamento avverrà poi in tre fasi: dal 1° gennaio 2024 per le società già soggette alla direttiva sull’informativa non finanziaria, dal 1° gennaio 2025 per le grandi imprese che attualmente non sono soggette alla direttiva sull’informativa non finanziaria e dal 1° gennaio 2026 per le pmi quotate, gli enti creditizi di piccole dimensioni e le società captive.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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