Cina, la scure del governo cala sulle società tech

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Dopo lo stop alla quotazione di Ant Group arriva la stretta regolamentare da parte del governo. In due giorni le società tech cinesi, che producono almeno due volte tanto l’Italia, bruciano circa 290 miliardi di dollari

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Gli indici tecnologici quotati sulle borse cinesi mercoledì hanno perso tra il 3% e il 6%. La capitalizzazione bruciata da inizio settimana è quantificabile in 290 miliardi

Martedì è stata diramata una bozza regolamentare da parte della State Administration for Market Regulation. Mercoledì la China Banking and Insurance Regulatory Commision ha promesso che osserverà con molta attenzione i monopoli delle fintech

Mentre le borse occidentali volano sull’entusiasmo di un vaccino che fa ben sperare, in Cina i listini invertono la traiettoria al rialzo delle ultime settimane. I tonfi più importanti si osservano sulle società tech. Il motivo? Una bozza regolamentare diramata dal governo nella giornata di martedì. Michele Geraci, sottosegretario di Stato del primo governo Conte e professore alla New York University Shanghai, intervistato da We Wealth, ha fatto chiarezza sulle motivazioni che hanno portato il governo cinese a questa decisione.

I due giorni neri delle società tech

Su tutte e tre le borse valori cinesi nella giornata di mercoledì si è osservato un calo dei prezzi del comparto tech. A Shenzen l’indice ChiNext, ha perso il 3,3%; a Shanghai lo Star 50 è calato del 3,2%, ad Hong Kong l’Hang Seng Tech è capitolato del 6,3%. Le azioni di Alibaba nelle ultime due sedute hanno perso il 14,4%, bruciando 117 miliardi di capitalizzazione di mercato. Le rivali Tencent e JD.com non hanno fatto meglio, l’una perdendo l’11,4% e l’altra il 17,2% nello stesso periodo. Tra le performance più negative anche quelle del gigante del food delivery Meituan (-19,2%) e di Xiomi, diretta concorrente di Apple (-12,1%). Tutto questo a una settimana esatta dalla sospensione della quotazione di Ant Group, preannunciata come la più grande ipo della storia, con una raccolta stimata in 37 miliardi di dollari e una capitalizzazione di mercato superiore ai 300 miliardi di dollari, quasi come quella di Bank of America.

La stabilità viene prima dell’innovazione

Il fil rouge tra gli eventi di questa e della scorsa settimana è la svolta regolamentare voluta dal governo sulle società tech. In particolare quelle operanti nel settore finanziario. “Il governo si è accorto come molte fintech, pur essendo soggette a una regolamentazione minore rispetto a quella bancaria, hanno iniziato a sostituire le banche nelle loro funzioni” spiega Geraci, che vede nell’operato del governo una certa sistematicità. Si lasciano crescere i settori finché non si osserva un rischio sistemico. “Jack Ma recentemente aveva detto che il sistema finanziario cinese reprime l’innovazione. La risposta del governo non si è fatta attendere” continua Geraci, che spiega come generalmente vi sia un trade-off tra innovazione e regolamentazione e che quando c’è pericolo per la stabilità del sistema si sceglie la seconda opzione. Sotto la lente del governo la leva finanziaria. “Limitare la leva significa avere ritorni più bassi. A livello di mercato la valutazione non dovrebbe variare in quanto anche il rischio sopportato è minore. Eppure i prezzi scendono, perché gli investitori guardano più al rendimento che al rischio” osserva il professore della New York University Shanghai. Infine Geraci osserva come il discorso fintech è da inserirsi nella crescita più generale ed sostenuta di tutto il comporto tech: “In Cina l’economia digitale vale il 35% del pil: ovvero 5.000 miliardi, quasi tre volte il pil italiano. Il fintech è solo la punta dell’iceberg”.

di Lorenzo Magnani

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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