Buoni fruttiferi, convengono? Quanto rendono rispetto a un anno fa

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I buoni fruttiferi sono molto “meno buoni” di una volta e hanno perso più attrattiva del Btp: ecco quanto rendono (e quanto rendevano).)

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Non è solo un’impressione: i buoni fruttiferi postali sono molto meno “buoni” rispetto a un anno fa. I tassi d’interesse stanno calando, e con essi anche i rendimenti dei Btp, primo concorrente dei buoni postali tra i piccoli risparmiatori italiani. Tuttavia, un rapido confronto numerico mostra come i buoni fruttiferi abbiano subito un taglio molto più drastico, soprattutto sulle durate di medio-lungo termine.
Prendiamo il buono fruttifero ordinario a 20 anni, uno dei simboli dell’investimento a basso rischio. Nel novembre 2023, il rendimento lordo a scadenza era del 3,5%. Oggi, secondo le condizioni del 10 dicembre, è sceso al 2,25%, segnando una riduzione del 35,7%. Nello stesso periodo, il Btp a 20 anni è passato dal 4,3% al 3,5%, con una contrazione decisamente più contenuta del 18,6%.

Il Btp non solo offre rendimenti superiori, come da tradizione, ma ha anche migliorato la sua attrattiva rispetto ai buoni fruttiferi. E la scadenza a 20 anni non è nemmeno quella più penalizzata: chi decidesse di detenere un buono postale per 9 anni si vedrebbe riconosciuto meno della metà del rendimento rispetto a un anno fa. Questo calo, drastico in termini percentuali, non trova riscontro nei rendimenti osservati dai Btp di pari durata nello stesso arco temporale.


Liquidità e convenienza: i due mondi a confronto

I buoni fruttiferi mantengono la certezza del rimborso integrale del capitale in qualsiasi momento, un vantaggio indiscusso per chi cerca sicurezza assoluta. Tuttavia, l’attuale scenario di tassi in discesa sembra favorire i Btp: i titoli di Stato, infatti, aumentano di prezzo quando i rendimenti calano, permettendo ai risparmiatori di vendere in anticipo incassando un profitto immediato. Sebbene questo comporti un rischio maggiore in caso di rialzo dei tassi, chi detiene i Btp fino alla scadenza ha comunque la garanzia di rientrare in possesso del capitale iniziale.


Per il resto, restano valide alcune considerazioni che We Wealth aveva raccolto dal mondo della consulenza finanziaria un anno fa, al picco di interesse sui buoni di Poste Italiane. “I buoni fruttiferi postali, essendo per natura strumenti di investimento molto semplici, dovrebbero essere utilizzati solo dai risparmiatori/famiglie che vogliono far fruttare i propri soldi senza correre eccessivi rischi. È fondamentale chiarire che l’utilizzo di questo strumento si basa su una prospettiva di breve termine e su un profilo di rischio veramente conservatore”, aveva affermato Matteo Cadei (Aegis Scf), “per obiettivi finanziari a lungo termine, come la pensione, l’università dei figli, o in generale la costruzione di un patrimonio, i buoni fruttiferi postali non sono sicuramente la scelta più adatta, dato che la loro natura limita il potenziale di crescita del capitale nel lungo periodo”.

Oggi, più che allora, i limiti dello strumento sembrano evidenti rispetto ai Btp, se si vuole restare nel perimetro della garanzia statale.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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