Brexit, Parigi sarà la nuova capitale europea dell’arte?

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Dopo la firma dell’accordo post Brexit, a Londra il sistema dell’arte storce il naso. Troppa burocrazia, perdita dei vantaggi fiscali nei confronti degli stati membri. Un mix letale che in meno di dieci anni potrebbe dare a Parigi lo scettro di capitale europea del mercato dell’arte

Minor libertà alla circolazione delle opere d’arte, delle persone (inclusi artisti e produttori di beni culturali), più burocrazia, costi più elevati, perdita del proprio vantaggio fiscale. Sono gli effetti immediati della Brexit sul mercato britannico – londinese – dell’arte.
Con il primo gennaio 2021, termina il periodo di transizione post Brexit: alla vigilia di Natale, il governo britannico ha finalmente firmato l’accordo commerciale post Brexit con l’Ue. E il verdetto degli specialisti del sistema dell’arte britannico non è positivo. Il tanto battagliato accordo di cooperazione e commercio fra Ue e Regno Unito? «Tetro». Almeno per quanto riguarda il mercato dell’arte. È lapidario Bendor Grosvenor, storico dell’arte ed editorialista del Guardian. Secondo l’esperto, non solo sarà più difficile commerciare in arte con l’Unione europea, ma anche all’interno dello stesso Regno Unito.

L’accordo non rende in alcun modo più competitivo il mercato dell’arte dopo la Brexit, afferma Grosvenor. Dal 2021, ogni opera d’arte comprata in Ue costerà il 5% in più in termini di Iva. Il Regno Unito perderà il vantaggio competitivo fiscale che aveva in ambio Ue. Prima della Brexit, molti mercanti “passavano” dal Regno Unito per vendere, essendo il paese quello con l’Iva inferiore (5 per cento; in Italia è il 10). Ora, non facendo più parte la Gran Bretagna più parte dell’Unione europea, dovrà sottostare alle aliquote degli altri paesi. Il paese più vantaggioso per l’Iva sulle opere d’arte è ora la Francia.

Alexander Herman, dell’Istituto di arte e diritto, è invece soddisfatto perché rimane la cooperazione per gli oggetti d’arte e cultura illegalmente sottratti dai territori degli stati membri. Il Regno Unito mantiene il divieto, in base al Regolamento 2019/880, di introdurre nel territorio nazionale beni trafugati.

Su tutte, resta la nota dolente della burocrazia, soprattutto per il trasporto. La libera circolazione delle merci non esiste più, «non sarà più possibile far andare semplicemente un camion da Londra a Parigi», lamenta un trasportatore specializzato ad Artnet. La Brexit per il trasporto d’arte significa compilare più scartoffie, dover riscuotere e pagare balzelli. «La maggior burocrazia si tradurrà in ritardi». Ne beneficeranno i lavori d’arte meno costosi, quelli per cui la licenza all’esportazione non è necessaria. La soglia è di 180.000 sterline per i dipinti e di 65.000 per le sculture.

Saggiamente, Edward Dolman, ceo di Phillips, afferma che le case d’asta semplicemente dovranno stare a guardare, per scoprire poi che cosa succederà. Si dice inoltre fiducioso nei confronti del governo londinese. La politica britannica è consapevole del ruolo preminente che la Gran Bretagna ha nel mercato dell’arte, conclude il manager.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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