Borse più forti del covid o in odore di bolla?

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La crisi più grave dal 2008 ha solo ferito il mercato azionario, che ha raggiunto nuovi record prima della recente correzione. Ma c’è un dato che fa riflettere: se analizziamo corsi e profitti dal 1995 osserviamo una chiara correlazione. Nella crisi attuale, invece, le quotazioni azionarie in America sono cresciute più rapidamente dei profitti. Ecco perché

Una delle fattezze più sorprendenti della crisi da coronavirus sta nella risposta dei mercati azionari a quello che, dopotutto, è stato il più grosso inciampo dell’economia mondiale dai tempi della Grande recessione del 2008. Dato che, quando le cose vanno male, i profitti vanno ancora peggio, ci saremmo aspettati una risposta delle Borse almeno proporzionale rispetto alla gravità della caduta. Invece (guardiamo qui all’America), la risposta dei prezzi delle azioni è stata molto più leggera rispetto al passato. Addirittura, la crisi sembra aver fatto da trampolino di lancio verso nuovi record, prima della recente correzione.
Il grafico (riportato sotto) si vale di due variabili: da un lato, i profitti societari di contabilità nazionale (dopo l’imposta), in due versioni, al lordo e al netto degli aggiustamenti necessari per riportare ammortamenti e variazione di scorte dal costo storico al costo di sostituzione. I profitti societari di contabilità nazionale includono anche gli utili fatti all’estero da società americane (ed è da ricordare che questi utili sono una cospicua fetta dei profitti complessivi delle società quotate). La seconda variabile è un indice dei prezzi delle azioni: il Wilshire 5000 (che include 6700 società). Certo, i profitti di contabilità nazionale includono tutto l’universo societario, ma le 6700 società quotate possono essere considerate un campione rappresentativo di quell’universo.
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Fonte: elaborazione su dati Bea e Wilshire. Profitti al lordo e al netto degli aggiustamenti necessari per riportare ammortamenti e variazione di scorte dal costo storico al costo di sostituzione
Queste tre grandezze sono state trasformate in numeri indici che partono dal 1995, anzi, per essere più precisi, dal terzo trimestre del 1995 (un anno prima che Alan Greenspan pronunciasse, il 5 dicembre 1996, il famoso discorso sulla “esuberanza irrazionale” della Borsa americana). Si è scelto un anno base lontano nel tempo perché la relazione fra Borsa e profitti può essere disturbata da molteplici fattori che offuscano il parallelismo nel breve periodo. In un periodo più lungo, le due grandezze – corsi e profitti – dovrebbero andare di conserva, dato che la teoria economica ci dice che i prezzi di Borsa rappresentano il valore attuale dei profitti futuri.

Naturalmente, i profitti di contabilità nazionale sono quelli presenti, non quelli futuri, ma, in mancanza di sfere di cristallo, prendiamo quelli presenti come segnaletici di quelli a venire. Come si vede, in occasione della Grande recessione del 2008, il parallelismo era confermato. Ma dopo il 2009 qualcosa è cambiato e le quotazioni azionarie in America sono cresciute più rapidamente dei profitti, e, fino adesso la distanza è andata aumentando. Su queste colonne (cfr. We Wealth di maggio, n.35) avevamo avanzato due spiegazioni di questa discrasia fra Wall Street e Main Street.

Da una parte, ritornando ai ‘profitti futuri’, si può pensare che le Borse, affette, come spesso accade, di inguaribile ottimismo, vedono i profitti futuri in netto rialzo. Dall’altra parte, bisogna sottolineare che i profitti, oltre a essere futuri, sono riportati al presente (‘scontati’) con un tasso di interesse (di solito è quello a zero rischio). La seconda spiegazione allora – alternativa o complementare – ci dice che, dati tassi di interesse storicamente bassi (che tali rimarranno, malgrado molti prevedano devastanti rialzi), scontando i profitti futuri a un tasso più basso, questi si rivelano più alti di quanto sarebbero con un tasso di sconto più elevato.

Aggiungiamo adesso una terza spiegazione suggerita da un andamento crescente dei profitti nell’ultimo anno, malgrado le devastazioni della pandemia. A queste devastazioni ha fatto contrasto una risposta di politica economica tempestiva e imponente: una risposta che ha non solo mantenuto i redditi delle famiglie, ma anche sostenuto i bilanci delle imprese, e non solo di quelle grandi. In molti casi anche piccoli negozi o piccole attività hanno ricevuto sussidi e ristori che hanno più che compensato il reddito perso a causa delle chiusure. Ciò detto, un 35% di distanza fra livello dei profitti e livello delle quotazioni può non essere interamente spiegato dai tre fattori menzionati. Un quarto fattore sarebbe l’odore di bolla. Il tempo ce lo dirà. Nell’attesa, come si concludeva a maggio, “scongiuri e auguri”.

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