La spinta ad aumentare il sostegno all’economia reale attraverso private equity e private credit sta guadagnando terreno in Italia e in Europa, anche se il mercato resta ancora molto piccolo rispetto agli Stati Uniti. Ma se i prestiti alle aziende passano sempre più da soggetti non bancari, meno regolamentati e meno trasparenti, e il relativo rischio viene trasmesso a fondi pensione e assicurazioni, quanto può fare male alla stabilità finanziaria? La domanda è passata dagli Stati Uniti, dove sono emerse tensioni in alcuni segmenti del private credit, all’Europa. Nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, la Bce ha messo in luce i possibili impatti di una grave crisi del settore software e di un aumento delle insolvenze sul debito privato.
“I mercati del private credit nell’area euro restano ancora più piccoli rispetto a quelli degli Stati Uniti, ma sono cresciuti con forza negli ultimi anni”, mette in chiaro Francoforte. Esistono però “legami transfrontalieri significativi: gli investitori dell’area euro destinano circa il 60% dei loro investimenti in private credit a fondi esteri, mentre le imprese non finanziarie dell’area euro ricevono circa il 70% dei finanziamenti di private credit da fondi con sede al di fuori dell’area euro”. L’America, dunque, potrebbe diventare un problema anche europeo. Ma in che misura?
La buona notizia è che il rischio di contagio sarebbe basso per le banche europee. L’impatto potrebbe invece essere più significativo per fondi pensione e assicurazioni. Queste ultime, in particolare, sono tra gli investitori più esposti al private credit, anche perché rappresentano un soggetto istituzionale di lungo periodo ideale per assorbire il debito privato generato dai fondi. Negli Stati Uniti, inoltre, le società di private equity hanno acquisito con crescente frequenza compagnie assicurative vita, favorendo un aumento dell’esposizione degli assicuratori agli asset privati. Nell’area euro il fenomeno appare più limitato, pur mostrando una tendenza al rialzo.
La Bce: dry powder e AI possono allentare gli standard di credito
L’interesse è evidente: assicurazioni e fondi pensione possono offrire capitale paziente a un mercato che finanzia imprese non quotate e progetti di lungo periodo. Il problema, però, è che la grande quantità di denaro raccolto dal private credit, come scrive la stessa Bce, potrebbe “anche incentivare i gestori ad allentare gli standard di sottoscrizione, nel tentativo di impiegare capitale nonostante la riduzione delle opportunità di investimento”. Per diversi osservatori, questo allentamento è già avvenuto nel recente passato. Un minor rigore nella selezione del credito rischia quindi di trasformarsi in perdite più elevate in caso di crisi.
Dopo la crisi finanziaria del 2008, la regolamentazione ha reso le banche più prudenti e patrimonializzate. Una parte del credito più rischioso si è però spostata fuori dal perimetro bancario tradizionale, trovando nuove vie per raggiungere le imprese e trasferendo il rischio verso investitori istituzionali — e, in prospettiva, anche verso clienti retail esposti ai mercati privati. La Bce non ne nasconde i potenziali vantaggi, ma ormai i rischi richiedono strumenti di monitoraggio più puntuali e severi, “soprattutto alla luce del deterioramento della qualità del credito, della possibile espansione verso strutture orientate alla clientela retail e di un potenziale ruolo del private credit nel finanziamento legato all’intelligenza artificiale”.
Assicurazioni più esposte in valore assoluto, fondi pensione più colpiti sugli asset
Banche, compagnie assicurative e fondi pensione dell’area euro sembrano avere, in aggregato, esposizioni limitate al private credit, ma tali esposizioni sono concentrate in pochi grandi operatori, scrive la Bce. “Le esposizioni al private credit di assicurazioni e fondi pensione sono stimate rispettivamente in circa 211 miliardi e 52 miliardi di euro, pari a circa il 2,3% e all’1,4% del totale degli attivi, con una considerevole eterogeneità tra Paesi ed esposizioni significativamente più elevate in Germania, Francia e Paesi Bassi”, si legge nel report.
Nello scenario simulato dalla Bce, le perdite complessive — includendo non solo l’esposizione diretta al private credit, ma anche gli spillover su leveraged loan, obbligazioni high yield ed equity — sarebbero nell’ordine del 4% degli attivi per le assicurazioni e del 5-6% per i fondi pensione. In valore assoluto, tuttavia, l’impatto più rilevante ricadrebbe sulle assicurazioni, per la maggiore dimensione dei loro bilanci. La Bce ha ribadito che gli effetti di una crisi del genere non assomiglierebbero a quelli della crisi del 2008, per via della limitata esposizione e della maggiore solidità delle banche. La presenza del private credit nelle strategie assicurative e previdenziali, tuttavia, è in fase di espansione: il contraccolpo futuro potrebbe quindi essere più importante rispetto a quanto stimato oggi.
“Il private credit, considerato isolatamente, è improbabile che al momento rappresenti una minaccia per la stabilità finanziaria dell’area euro”, si legge nel rapporto. “Tuttavia, le lacune nei dati ostacolano una valutazione completa dei rischi, mentre la sua opacità, la sua concentrazione e il potenziale di contagio restano motivo di preoccupazione. Un’improvvisa inversione del sentiment di mercato potrebbe far propagare le tensioni finanziarie ai mercati più ampi e causare perdite di valutazione significative. Questo effetto potrebbe essere rafforzato dall’opacità dei mercati del private credit, inducendo gli investitori a reagire con forza”.
Il punto, dunque, non è che il private credit sia già il nuovo subprime. È che, proprio mentre viene promosso come canale per finanziare l’economia reale e democratizzare l’accesso ai mercati privati, la sua crescita sta rendendo più urgente capire dove finisca davvero il rischio.

