Il ritmo delle richieste di rimborso dai fondi di private credit americani continua a crescere: dopo i 7,7 miliardi richiesti nel primo trimestre, si è già saliti a quota 12 miliardi, ancor prima della chiusura del quarter. Che si tratti o meno di una vendita da panico non pienamente giustificata, i limited partner globali hanno già iniziato a riconsiderare le proprie intenzioni di investimento nei nuovi fondi di private credit, secondo quanto emerge dal nuovo rapporto Global Private Capital Barometer realizzato da Coller Capital.
Per il 72% degli investitori professionali in private market negli Usa, esporsi a nuovi fondi sarà meno interessante nei prossimi due anni, opinione condivisa dal 70% degli LP in Asia e dal 58% degli omologhi europei. Questa diffidenza va in una direzione opposta rispetto all’orientamento generale verso i private market: un terzo degli intervistati prevede di accelerare il ritmo degli impegni nei prossimi due anni, mentre il 57% si aspetta che resti invariato.
“Dopo diversi anni di rapida espansione, il private credit potrebbe trovarsi davanti a una fase di consolidamento”, si legge nel rapporto. “Il capitale stava già iniziando a concentrarsi tra gli operatori esistenti e i nostri risultati indicano che questa tendenza potrebbe accelerare nei prossimi anni”.
E questo al netto del fatto che l’87% degli LP preveda di mantenere o aumentare le proprie allocazioni target al private credit. La fuga osservata tra gli investitori retail dai fondi semi-liquidi è quindi condivisa da una minoranza degli LP, ma per chi deve fare raccolta su nuovi prodotti la vita sarà più difficile. Una parte di questa riluttanza deriva dalla concentrazione “sulle relazioni esistenti con GP consolidati”. Tuttavia, pesa almeno in parte “un più ampio disagio rispetto alle potenziali perdite e ai rischi nei portafogli di private credit, di cui i media hanno dato conto negli ultimi mesi”.
Il 18% dei 108 investitori sondati da Coller ritiene che nel private credit esista un problema sistemico: una percentuale minoritaria, ma comunque rilevante se si considera la durezza della diagnosi. Il 29%, invece, è convinto che il rischio dell’asset class sia in linea con le aspettative, mentre poco più della metà vede solo rischi isolati superiori alle attese iniziali.
Nonostante le turbolenze osservate in America sui fondi semi-liquidi, fra gli LP resta molto forte l’idea che questo genere di veicolo più flessibile continuerà a crescere. Il 73% si aspetta che entro il 2035 la quota delle masse complessive dei mercati privati detenuta in fondi evergreen aumenterà, di cui un 36% che prevede un incremento significativo. Nonostante l’attuale crisi di fiducia su molti fondi evergreen di private credit, solo il 9% si aspetta un calo.
I fondi zombie
Le difficoltà nel liquidare i portafogli e arrivare alle exit hanno reso gli investitori particolarmente guardinghi anche rispetto al fenomeno dei cosiddetti fondi zombie, la cui vita viene prolungata dai general partner per massimizzare le commissioni di gestione. Il 54% degli investitori si aspetta che il numero di zombie fund nei propri portafogli aumenti nei prossimi due anni. Già nella precedente edizione della ricerca era emerso come quasi la metà degli investitori ritenesse di avere già almeno un fondo zombie in portafoglio.
Da qui una serie di contromisure per controbilanciare gli incentivi di un investimento che rischia di rendere meno del previsto: riduzione delle commissioni di gestione, modifica dei termini economici del fondo per favorire uscite tempestive, sostituzione del gestore. Solo un LP su dieci lascia che gli zombie fund facciano il proprio corso naturale.
“Mentre i periodi di detenzione nel private equity continuano ad allungarsi, la liquidità resta una priorità per molti GP”, si legge nel rapporto. Circa quattro investitori su dieci ritengono che i GP non stiano fornendo liquidità abbastanza presto.
“Anche se le condizioni di uscita dovessero migliorare, il 40% si aspetta che l’attività dei continuation vehicle continui ad aumentare, il 29% prevede che resti ai livelli attuali e poco meno di un terzo, il 31%, ritiene che diminuirà”.

