Quanta arte c’è nei portafogli dei family office.
Il Global Family Report 2025 di UBS appena rilasciato fotografa gli investimenti delle grandi famiglie, anche in arte, a livello internazionale nel corso dell’ultimo anno secondo i dati offerti dai family office. Le strategie di allocazione, gli asset nei portafogli, la propensione al rischio, l’ottimizzazione dei costi di gestione, la geografia degli investimenti e gli aspetti successori sono i temi con i quali le grandi famiglie si confrontano nella scelta di investimento del loro patrimonio disponibile soprattutto in un contesto geopolitico ed economico instabile come quello attuale.
Il report, grazie alle interviste a ben 317 family office raccolte nei primi cinque mesi del 2025, indica le risposte a questi temi. Almeno quelle adottate dalle famiglie che indirettamente ricadono nelle interviste e che sono, con i loro 1,1 miliardi di dollari dati in gestione, tra le più ricche al mondo.
Anche prima dell’annuncio dell’aumento dei dazi statunitensi, le dinamiche commerciali globali (per i tecnici si parla di “guerra commerciale”) hanno rappresentato il principale rischio di investimento del 2025. Guardando ai prossimi cinque anni, i family office sono preoccupati per i maggiori conflitti geopolitici, per una possibile recessione globale o per una crisi del debito. Per proteggere i portafogli, si cerca di diversificare attraverso le strategie di base come la selezione dei gestori e/o la gestione attiva, gli hedge fund e sempre più spesso i metalli preziosi, tra i quali l’oro ha registrato negli ultimi due anni una forte crescita.
Nei portafogli dei family office l’arte è un asset alternativo
L’arte e i beni da collezione rientrano pure tra gli asset alternativi. Negli anni pre e post pandemia le statistiche e i sondaggi hanno evidenziato infatti la crescente percezione di questi beni non solo come oggetti da collezione ma anche come beni di investimento. Soprattutto è mutata la visione dei collezionisti che tra i più giovani sono entrati nel mercato con un approccio anche speculativo oltre che passionale.
I sondaggi rivelano che le motivazioni finanziarie sono al secondo posto nelle motivazioni per l’acquisto di beni d’arte da parte dei collezionisti (28% degli intervistati), dopo quelle legate all’identità personale e all’autostima (37%), soprattutto in Europa e negli Stati Uniti (fonte The survey of global collecting 2023 di Art Basel & UBS).
A livello di investimenti strutturati i family office offrono una prospettiva che arricchisce l’analisi. Guardando ai dati generali relativi all’allocazione degli investimenti nel 2024 delle grandi famiglie emerge che a fronte del 44% di investimenti in beni alternativi, rispetto a quelli tradizionali come azioni (30%), obbligazioni e altre attività finanziarie, l’uno per cento del totale investito è rivolto ai beni artistici e antichità. Le proprietà immobiliari pesano l’11% nel portafoglio medio mentre l’oro il 2%.
Un problema: l’arte è un asset illiquido
Il ricorso limitato ai beni artistici nel paniere degli investimenti dipende dalla forte volatilità e dalla scarsa liquidità che li caratterizza. Su quest’ultimo aspetto gli ultimi dati sulle aste internazionali di New York (gli USA sono il principale mercato internazionale di arte a livello globale) evidenziano che in soli quattro anni si è passati da nessuna garanzia di terzi sulla vendita delle collezioni offerte in catalogo alla totale copertura delle opere che risultano quindi pre-vendute prima delle aste per rassicurare i collezionisti e gestire il rischio finanziario della vendita (fonte Pi-eX Ltd).
Inoltre, la scarsa disponibilità di opere di fascia alta sul mercato che ha caratterizzato il 2024 e l’anno precedente ha limitato gli investimenti. Se da un lato il numero delle transazioni è cresciuto soprattutto nell’ultimo anno dall’altro il mercato ha visto una riduzione delle vendite di lotti in asta di fascia alta confermando le difficoltà delle case d’asta nel raccogliere opere di qualità che possono giustificare l’aspetto dell’investimento. Se si guarda al livello massimo del mercato, solo un’opera ha superato la soglia dei 100 milioni di dollari nel 2024 (“L’empire des lumières”, 1954, René Magritte battuto per 121,1 milioni di dollari da Christie’s) rispetto alle due del 2023 e alle sei del 2022 (fonte Arte & Finance 2025 di Deloitte).
Distribuzione degli investimenti in arte a livello geografico
A livello geografico le percentuali evidenziano che l’uno per cento della ricchezza investita in arte è riscontrabile nei principali mercati di questo bene da collezione come Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Nord Asia. In Svizzera, che nel 2024 si è consolidata come sesto mercato al mondo per i beni d’arte nonostante il contesto generale non favorevole e ha registrato un incremento dell’80% nel fatturato in asta rispetto all’anno precedente (fonte Artprice), la percentuale degli investimenti in arte arriva fino al quattro per cento del totale mentre in America latina, Sud Est Asiatico e nell’Asia del Pacifico il dato è pari a zero.
Investimenti in arte nei family office: un confronto con gli anni precedenti
Se si confrontano poi i dati del 2024 con quelli degli anni precedenti si vede che l’allocazione del risparmio in arte e antiquariato ha subito una sensibile diminuzione negli anni della pandemia e in quelli immediatamente successivi con una eccezione per il 2022. Nel 2019 la ricchezza investita in questi beni era pari al 3% del portafoglio mentre a partire dal 2020 in avanti il dato si è assestato sull’uno per cento per salire al due per cento nel 2022 e poi riportarsi all’uno per cento nel 2023 e nel 2024 compresa la stima per il 2025.
L’andamento riflette quello del mercato che ha visto nel 2022 salire il fatturato complessivo del settore a 67,8 miliardi di dollari (64,4 miliardi di dollari era il fatturato del 2019) e poi gradualmente scendere a 65 miliardi di dollari nel 2023 e a 54,5 miliardi di dollari nel 2024 (fonte The Art Market 2025 di Art Basel & UBS).
La previsione dei family office per i prossimi cinque anni evidenziano che la classe d’investimento preferita rimane quella dei titoli azionari dei mercati sviluppati mentre un numero minore preferisce il reddito fisso. Inoltre, molti vedono aumentare le allocazioni sui mercati privati. Con riguardo ai beni artistici solo l’otto per cento dei family office intervistati pensa di incrementare l’allocazione della ricchezza disponibile mentre il 60% degli intervistati pianifica di lasciare inalterata l’attuale percentuale di investimento e il tre per cento di ridurla.
Articolo originiariamente apparso su We Wealth Magazine n. 81. Abbonamenti qui.

