Sono tra i più entusiasti del cambiamento tecnologico, ma anche tra i più stanchi d’Europa. Il 54% dei lavoratori italiani si sente affaticato e solo il 46% dichiara di essere motivato ad andare al lavoro almeno una volta a settimana: una quota ben inferiore al 64% globale e al 61% europeo. È la fotografia, insieme luminosa e inquieta, che emerge dall’edizione 2025 della PwC Global Workforce Hopes and Fears Survey, condotta su 50 mila lavoratori in 48 Paesi, di cui 1.675 in Italia, con il supporto dell’Ufficio Studi di PwC Italia.
Il dato è ancora più evidente tra i più giovani: due terzi degli entry level si sentono stanchi e uno su tre confessa di provare noia o frustrazione. A pesare è un mix di incertezza, precarietà e difficoltà economiche: il 14% dichiara di avere problemi nel pagamento delle bollette, mentre solo il 44% si sente economicamente sicuro.
Eppure la tecnologia, in particolare la GenAI, sta già migliorando produttività e creatività, offrendo nuove opportunità di crescita personale e professionale. «È cruciale che le imprese accompagnino questa trasformazione con una strategia chiara, investendo nello sviluppo delle competenze interne per cogliere appieno i benefici dell’intelligenza artificiale, mitigandone al contempo i rischi, soprattutto etici», spiega Alessandro Grandinetti, Partner PwC Italia e Clients & Markets Leader.
Non è però solo una questione di tecnologia. La fiducia nella leadership resta un nodo irrisolto: solo il 46% dei lavoratori italiani si fida dei dirigenti aziendali, mentre il 53% mostra maggiore fiducia nei propri manager diretti. Dove manca fiducia, cala la motivazione.
La sicurezza psicologica – ovvero la possibilità di sperimentare senza timore di sbagliare – si rivela una leva decisiva: chi la percepisce si dice più ottimista sul futuro del proprio ruolo. Anche qui la tecnologia divide. Quasi un lavoratore su due (44%) prevede un impatto significativo dell’innovazione digitale sul proprio lavoro nei prossimi anni, ma il 41% già utilizza strumenti di intelligenza artificiale. E chi lo fa guarda avanti con più fiducia.
Gli utilizzatori di IA segnalano infatti un aumento della produttività (57%), della creatività (58%) e della qualità del lavoro (64%). L’adozione quotidiana di soluzioni più evolute, come la GenAI, amplifica ulteriormente questi effetti: l’80% di chi la usa abitualmente afferma di aver visto miglioramenti tangibili nel proprio modo di lavorare.
Anche la motivazione cresce. Il 56% di chi impiega l’IA dichiara di “non vedere l’ora” di iniziare la giornata almeno una volta a settimana, contro il 38% dei non utenti. Tra chi utilizza la GenAI, si registra un aumento della motivazione del 72%.
Restano però criticità strutturali. Solo il 56% dei lavoratori italiani comprende chiaramente gli obiettivi della propria azienda e appena il 43% ritiene significativa la propria carriera. Pesa anche il timore di non essere pronti al futuro: il 27% teme che metà delle proprie competenze possa diventare irrilevante entro tre anni, una percentuale che sale al 37% tra i più giovani.
Eppure solo il 47% ha acquisito di recente nuove competenze utili, nonostante il 68% consideri la formazione continua una priorità assoluta. «Le imprese devono supportare la transizione tecnologica valorizzando il capitale umano», conclude Grandinetti. «La crescita sostenibile passa dall’investimento sulle persone, che restano il motore dell’innovazione».
Il quadro che emerge è quello di un Paese in bilico tra entusiasmo e affaticamento: pronto ad abbracciare il cambiamento, ma in cerca di nuovi equilibri. L’intelligenza artificiale non sostituirà l’uomo, ma potrà restituirgli senso, fiducia e tempo — se le imprese sapranno mettere al centro il benessere e lo sviluppo delle persone.

