Crescita del prodotto interno lordo del 3%, deficit del 3% e 3milioni di barili supplementari di produzione energetica al giorno. Non un sogno, ma la trinità che ha in mente Scott Bessent, Segretario del Tesoro statunitense per rimodellare l’economia Usa nel prossimo decennio.
Questa necessità di cambiamento non dipende solo dall’incertezza commerciale che è stata imposta da Donald Trump, ma soprattutto dalla precaria situazione fiscale degli Stati Uniti e un deficit che, essendo superiore al 6% del Pil, è insostenibile. “Dal 2019 l’onere degli interessi è più che quadruplicato, passando da 250miliardi a 1.100 miliardi di dollari e, con le tendenze attuali, questo significherebbe che i pagamenti degli interessi raggiungeranno entro il 2030 1.800 miliardi di dollari, assorbendo il 35% dei ricavi del Governo statunitense”, spiegano gli esperti di Fidelity International.
In un simile scenario, con deficit alle stelle e i dazi che portano ulteriore instabilità, la reazione più razionale per gli investitori dovrebbe essere quella di ridurre l’esposizione alle industrie che dipendono fortemente dalle importazioni, come i farmaceutici e i semiconduttori. Allo stesso tempo, a preoccupare è anche il deterioramento dei consumi e l’occupazione, tutti ingredienti che tengono l’economia americana sul filo del rasoio.
La corsa al dollaro è finita?
Prima dell’elezione di Trump c’erano moltissimi punti di domanda intorno al dollaro statunitense, infatti era difficile capire se il nuovo governo repubblicano avrebbe puntato sulla sua forza o sulla sua debolezza. Ad oggi, la realtà è duplice. In un primo momento, il tasso di cambio effettivo reale del biglietto verde ha raggiunto il livello più forte dal 1986. Questo ha, però, preparato il territorio per un’inversione pluriennale, cambiando radicalmente la narrativa sull’eccezionalismo statunitense.
Dopo l’annuncio delle tariffe del 2 aprile il dollaro ha perso valore, basti pensare che ad aprile, il biglietto verde ha toccato un minimo di oltre dieci anni rispetto al franco svizzero e un minimo di tre anni rispetto all’euro. Al 16 maggio, un euro vale quanto 1,12 dollari. Non tutto però dipende dalla perdita dell’eccezionalismo statunitense, ma molto dipende anche dal rafforzamento dell’euro e della sterlina.
Azionario oltre l’eccezionalismo statunitense
Aprile è stato un mese impegnativo per i mercati, dopo più di un anno di crescita, Wall Street ha subito una battuta di arresto e per la prima volta dopo il 1976 l’indice S&P 500 ha subito un rallentamento – in questo caso del 7% – invece che crescere.
Nell’incertezza generale, capire quali azioni potrebbero performare male in un simile ambiente è fondamentale e, secondo gli esperti, ci sono tre livelli di impatti a cui guardare:
- Gli impatti di primo ordine riguardano probabilmente azioni con una significativa esposizione ai ricavi statunitense;
- In secondo luogo, se le tariffe statunitensi dovessero permanere, è probabile un aumento delle esportazioni cinesi verso l’Europa. Questo potrebbe spingere l’Unione Europea a introdurre tariffe proprie o, al contrario, ad approfittarne per importare beni a basso costo;
- Infine, questa scelta, sarebbe vantaggiosa per alcuni consumatori, ma influenzerebbe negativamente alcuni produttori europei e porterebbe a un aumento della disoccupazione.
In generale, nonostante il mercato si stia riprendendo e le tariffe globali sono in pausa, ci sono ancora rischi sostanziali. A soffrire pesantemente di questa situazione, infatti, è stata la fiducia degli americani. “Da un punto di vista analitico, questo arresto brusco rappresenta qualcosa di simile al periodo del Covid, quando da un giorno all’altro una gran parte dei lavoratori mondiali è stata mandata a casa e abbiamo dovuto pensare a quanto a lungo le aziende sarebbero durate con entrate pari a zero. È indubbiamente meno grave del Covid, in quanto non è un arresto globale completo, ma d’altra parte è anche peggiore – perché è uno scontro di leadership, culture ed economie”, spiegano gli esperti.
Non solo Usa: come diversificare il portafoglio
Dopo il crollo nero di Wall Street ad inizio aprile, sono molti gli investitori che hanno pensato di abbandonare gli Stati Uniti e tornare a guardare al resto del mondo. In quest’ottica, ad esempio, i nomi cinesi domestici sono ancora attraenti, con valutazioni basse e parecchi nomi che negoziano vicino al cash netto. Anche lo yen e il franco svizzero si trovano in una posizione interessante.
Attenzione però ai beni rifugio. “C’è un vecchio adagio per cui bisogna acquistare l’assicurazione prima che la tua casa bruci e non dopo, ed è lì che siamo ora. Ma la casa è mezza bruciata o completamente bruciata? Di conseguenza, alcuni dei rifugi sicuri sono piuttosto costosi ora, quindi non vogliamo pagare troppo per la protezione e inseguire il movimento”, concludono gli esperti.

