Gli ultimi anni hanno segnato una nuova fase per gli investimenti e, in particolare, per la gestione attiva. L’avanzata degli ETF è uno dei principali driver di questo cambiamento: a marzo 2026, gli ETF attivi hanno raggiunto 100 miliardi di euro di masse gestite in Europa, per un totale di 2.141 prodotti. Ma l’evoluzione non si limita a questo.
A questo si aggiungono la crescente attenzione alla longevità e all’invecchiamento demografico, obiettivi di investimento sempre più orientati al lungo periodo, una maggiore sensibilità verso i temi della previdenza e della pensione e strategie che, più che alle singole asset class, guardano ai risultati. È quanto emerge dall’analisi degli esperti di Fidelity International sulla crescente popolarità dell’investimento attivo.
Cosa significa oggi investire in modo attivo
Oggi, come racconta Samantha Ricciardi, Head of EMEA di Fidelity International, l’investimento attivo non si definisce più soltanto dalla selezione dei singoli titoli o dalla concentrazione del portafoglio, ma dagli obiettivi di chi investe e dal ruolo che la strategia è chiamata a svolgere. La costruzione del portafoglio è infatti diventata più pragmatica e orientata ai risultati, siano essi di breve, medio o lungo periodo. Anche il rischio attivo non viene quindi più valutato in modo isolato, ma in relazione al ruolo che può svolgere all’interno di un’architettura di investimento più ampia.
Gestione attiva: tra performance e trasparenza
Alla luce di questa evoluzione, ci si potrebbe aspettare una domanda di soluzioni attive in crescita. Tuttavia, secondo Ricciardi, permane un certo scetticismo degli investitori nei confronti della gestione attiva, legato alla difficoltà di molti operatori dell’asset management di sovraperformare il benchmark con continuità, soprattutto negli anni successivi alla crisi del 2008.
Questo aspetto, precisa, non è sintomo di una perdita di validità di questa tipologia di gestione. I risultati vanno letti nel contesto di mercato e in relazione agli obiettivi del portafoglio: una strategia difensiva, per esempio, può rimanere indietro quando i mercati registrano rendimenti elevati, senza che ciò ne comprometta necessariamente la funzione nel lungo periodo. Per gli investitori, la questione non è quindi rinunciare al rischio attivo, ma capire quale rischio assumere, se sia coerente con gli obiettivi del portafoglio e come debba essere gestito al variare delle condizioni di mercato. Allo stesso tempo, cresce l’esigenza di trasparenza: risultati difficili da comprendere o spiegare sono sempre meno accettabili, anche alla luce della crescente attenzione regolamentare al rapporto tra costi e risultati.
L’investimento attivo diventa modulare
Questa evoluzione porta quindi verso una gestione attiva più “modulare”, che rende più flessibile il processo di investimento, soprattutto quando viene costruito intorno a obiettivi ed esigenze specifiche.
In linea con questo scenario, sottolinea Ricciardi, sta aumentando anche la domanda di soluzioni di portafoglio strutturate come “building block”, ovvero componenti che possono essere combinate e sostituite in funzione degli obiettivi dell’investitore. Cresce quindi anche la richiesta di strumenti e servizi più granulari, specializzati e facilmente integrabili nella costruzione del portafoglio.
Questa tendenza si riflette anche nella crescita degli ETF attivi, che oggi, aggiunge Ricciardi, intercettano oltre un terzo dei flussi totali del segmento.
Più granularità, tra ricerca e approccio sistematico
Da questa analisi emerge un altro elemento importante: la crescente richiesta di precisione da parte degli investitori, così come di “granularità” dell’offerta, a cui si affianca l’interesse per approcci capaci di combinare la profondità della ricerca con una disciplina sistematica. Una combinazione che può offrire maggiore trasparenza e ripetibilità nella gestione delle esposizioni al rischio, senza rinunciare al contributo della ricerca, sia nell’analisi del contesto macroeconomico sia nella valutazione dei fondamentali delle singole società.
Questa evoluzione riflette il crescente bisogno degli investitori di comprendere più a fondo l’origine del rischio assunto e la sua funzione all’interno del portafoglio, con particolare attenzione alle esposizioni ai fattori e alla loro costruzione. La diffusione di approcci sistematici e ibridi risponde anche ai progressi nella qualità dei dati, nella tecnologia e nei processi di gestione e implementazione.
Dal contenitore alla soluzione di portafoglio
L’evoluzione verso modelli di investimento sempre più personalizzati sta portando gli investitori a essere meno legati al singolo “contenitore” e più attenti alle caratteristiche della soluzione sottostante. Fondi attivi, ETF e altre strutture possono infatti rappresentare modalità diverse per accedere alle stesse fonti di rendimento, a seconda degli obiettivi. Diventano quindi centrali la capacità della soluzione di generare i risultati attesi e la possibilità di integrarla in modo efficiente nell’architettura di investimento, nei sistemi di reporting e nei modelli di governance.
Per gli asset manager, questa evoluzione implica la possibilità di mettere ricerca e competenze di investimento al servizio di strutture differenti, adattandole agli obiettivi degli investitori e alle diverse fasi del percorso di investimento, dall’accumulo al decumulo. La struttura attraverso cui viene implementata una strategia diventa quindi parte integrante della soluzione, al pari delle idee di investimento che la sostengono, spiegano gli esperti.
Competenze al servizio degli obiettivi
Le esigenze degli investitori sono sempre più eterogenee, influenzate da obiettivi, contesti normativi e requisiti di governance differenti, mentre un contesto economico più incerto rende più complesso il processo di investimento. In questo scenario, diventa quindi importante poter contare su insight specifici, supportati da processi verificabili, che aiutino gli investitori a comprendere i fattori alla base dei risultati.
La gestione attiva si sta quindi evolvendo oltre la semplice selezione dei titoli, combinando, dove opportuno, approcci fondamentali e sistematici e applicando le competenze di investimento anche alla costruzione e all’implementazione del portafoglio. L’obiettivo non è moltiplicare le soluzioni, ma renderle più pertinenti rispetto agli obiettivi dell’investitore. In un contesto in cui i risultati dipendono tanto dagli insight sottostanti quanto dal modo in cui le diverse esposizioni vengono combinate, la capacità di costruire soluzioni coerenti con gli obiettivi di chi investe può diventare un elemento distintivo della gestione attiva.

