Quando si parla di investimenti, l’intuito può rivelarsi un cattivo consigliere, soprattutto nel breve periodo. È quanto emerge dall’analisi di Kevin Thozet, membro del Comitato Investimenti di Carmignac, che attraverso dieci statistiche mette in luce alcuni dei meccanismi più controintuitivi dei mercati finanziari.
Azioni e obbligazioni: cosa guida le performance nel lungo periodo
La performance attesa delle principali asset class, sulla base di ipotesi normative, può essere sintetizzata come segue.
La performance dei titoli azionari deriva principalmente dalla crescita degli utili e, in misura minore, dai dividendi distribuiti agli azionisti. Nel lungo periodo, gli utili tendono a evolvere di pari passo con la crescita nominale dell’economia, ovvero la crescita reale del PIL sommata all’inflazione. È possibile considerare anche l’andamento dei multipli di valutazione, ma si tratta di un esercizio estremamente complesso. Inoltre, nel lungo termine, questa variazione tende a neutralizzarsi, ipotizzando un ritorno a un livello di valutazione stabile.
Le obbligazioni, invece, presentano una performance ampiamente ancorata al rendimento a scadenza. Sul fronte del prezzo, man mano che ci si avvicina alla scadenza, quello di un’obbligazione tende a convergere verso la parità, ovvero verso il suo valore di rimborso. Il rendimento, invece, combina tre componenti. Il primo è il tasso monetario determinato dal tasso della Banca Centrale, che remunera il semplice fatto di rinviare il consumo. Il secondo è il premio a termine, che remunera l’incertezza legata alla durata dell’investimento, in particolare rispetto all’andamento dell’inflazione. Il terzo è il premio per il rischio di credito, che remunera il rischio che l’emittente non sia in grado di onorare i propri impegni.
Tuttavia, quando si parla di investimenti, l’intuito può spingere ad attendere il “momento giusto”, a confondere volatilità e rischio oppure a considerare la liquidità sempre come un investimento prudente. I dati di lungo periodo raccontano però una storia molto diversa.
Mercati azionari e market timing: perché l’intuito può ingannare
Gli anni molto positivi sono più frequenti di quelli negativi
Nel corso degli ultimi 100 anni, sono stati più numerosi gli anni solari in cui gli indici azionari hanno registrato performance superiori al 20% rispetto a quelli caratterizzati da performance inferiori allo 0%.

Anche il peggior “market timer” alla fine può essere premiato
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, investendo sistematicamente ogni anno nell’asset class peggiore tra azioni, obbligazioni governative e obbligazioni societarie, si sarebbe comunque generato un rendimento.

Il miglior timing di mercato è essere già presenti sul mercato
Negli ultimi 40 anni, investendo 1 euro esclusivamente in corrispondenza dei livelli massimi dell’indice azionario statunitense (S&P 500), il tasso interno di rendimento (TIR) sarebbe stato del 10%. Investendo invece soltanto al raggiungimento dei livelli minimi, il TIR sarebbe stato dell’11%.

Orizzonte temporale, volatilità e rischio
Con il tempo le traiettorie divergono. I rendimenti, invece, convergono
La volatilità delle performance annualizzate cambia in funzione dell’orizzonte temporale. Per i titoli azionari europei passa dal 20% su un orizzonte di 1 anno, al 9% su 5 anni, fino al 4% su un periodo di 10 anni. Più l’orizzonte temporale di investimento si allunga, più il rendimento annuo tende quindi a convergere verso la propria media storica. Al contrario, le fasi di drawdown e i cambiamenti di regime continuano a essere difficili da prevedere.

Quasi quattro anni su dieci al ribasso
La convinzione che un orizzonte temporale di investimento lungo garantisca una buona performance nasconde un importante dato storico: dal 1928, le azioni statunitensi hanno trascorso quasi quattro anni su dieci all’interno di mercati al ribasso secolari, i cosiddetti “decenni perduti”, caratterizzati da periodi di stagnazione e rendimenti reali bassi, se non negativi. Lo stesso fenomeno riguarda anche i mercati obbligazionari, come avvenuto dal 1940 al 1981 o, più recentemente, dal 2021.

Il rischio non coincide sempre con la volatilità
Qual è il rischio più significativo? Non tanto la volatilità, quanto la possibilità di subire perdite eccezionali. Gli investitori vengono remunerati non per le oscillazioni giornaliere, ma per la possibilità che si verifichi uno scenario futuro molto negativo. Durante la Grande Depressione, il PIL reale statunitense è diminuito di circa il 30% e le azioni statunitensi hanno registrato un crollo di quasi il 65%. Tuttavia, il rischio più distruttivo può essere quello meno visibile: dal 1913, il dollaro ha perso quasi il 97% del proprio potere d’acquisto.

Un brusco calo non si traduce necessariamente in un anno negativo
Il drawdown medio annuo sui mercati azionari è pari al -12%. In un anno su tre, il calo massimo registrato nel corso dell’anno è stato del 12% o superiore; eppure, in quegli stessi anni, le performance annuali sono risultate positive nel 30% dei casi, con una performance media annua del +19%.

Mercati obbligazionari: il rendimento come punto di riferimento
Mercati del credito: il rendimento come punto di riferimento
La differenza dei mercati azionari, i mercati obbligazionari offrono un punto di ancoraggio ben definito: il rendimento odierno, nella stragrande maggioranza dei casi e su un orizzonte temporale adeguato, rappresenta la performance di domani. Il rendimento iniziale spiega quasi l’82% delle performance registrate nei 5 anni successivi sui mercati del credito high yield e il 90% di quelle dei mercati del credito investment grade.

Gestione attiva e lungo termine
Anche le “stelle” hanno i loro momenti di ombra
I fondi azionari internazionali di punta del momento condividono spesso una caratteristica: si collocano nel primo quartile nel lungo periodo. Ma questa fotografia di lungo termine può nascondere percorsi decisamente più turbolenti. In un campione di sei fondi, tutti posizionati nel primo quartile a 10 anni, questa percentuale scende al 50% considerando periodi mobili di 5 e 3 anni. Anche i campioni attraversano quindi fasi di calo.

La differenza tra l’essere “ben investito” e “ottimamente investito”
Su 30 anni, un investimento in azioni internazionali, che hanno generato un rendimento medio del 6% annuo, avrebbe trasformato 100.000 euro in oltre 574.000 euro. Con una sovraperformance annua dello 0,5% in media, corrispondente alla sovraperformance media osservata nei gestori azionari globali realmente attivi, il guadagno aggiuntivo avrebbe raggiunto circa 90.000 euro. Con una sovraperformance annua del 4%, ovvero quella generata da Carmignac Investissement¹ nel periodo, lo stesso investimento avrebbe invece superato 1.744.940 euro, corrispondenti a oltre un milione di euro di guadagno aggiuntivo.

Per concludere
Dietro queste dieci statistiche emerge un insegnamento fondamentale: il lungo termine non è una linea retta, ma resta il terreno di gioco migliore per gli investitori pazienti. È necessario, tuttavia, essere disposti ad accettare deviazioni e ostacoli. I mercati non promettono un percorso agevole: premiano coloro che raggiungono la meta.
1 Le performance passate non sono necessariamente indicative di risultati futuri. L’investimento nel Fondo presenta un rischio di perdita del capitale. Il rendimento può aumentare o diminuire in base alle fluttuazioni dei tassi di cambio.
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