Gli investimenti alternativi stanno diventando una componente sempre più centrale anche per i portafogli privati. Non perché “di moda”, ma perché offrono qualcosa che i mercati quotati non possono dare: rendimento generato da economia reale e minore dipendenza dalla volatilità giornaliera.
Ne è convinta Chiara Chimenti, chief operating and strategy officer di Yeldo, che spiega come strumenti come private debt, private equity, infrastrutture e venture capital stiano assumendo un ruolo complementare alle asset class tradizionali, soprattutto grazie al premio di illiquidità e alla possibilità di diversificare meglio.
Chimenti, negli ultimi anni si parla sempre più di investimenti alternativi, ma cosa si intende davvero e perché oggi è così rilevante per un investitore inserirli in portafoglio?
Gli alternativi sono strumenti fuori dai mercati quotati, come ad esempio private debt, private equity, infrastrutture o venture capital. Sono strumenti che generano rendimento da attività economiche reali, non dalla volatilità giornaliera dei listini ed è questo che li rende complementari alle asset class tradizionali.
Oggi sono rilevanti sia perché diversificano meglio — riducono l’esposizione ai movimenti dei mercati pubblici – ma soprattutto perché offrono un premio di illiquidità in quanto il rendimento è legato alla natura del sottostante, non alla volatilità giornaliera.
L’investitore adatto non è quello “paziente”, ma quello che accetta un orizzonte non deterministico, cioè durate che possono estendersi oltre la previsione iniziale. E cerca rendimento ancorato a economia reale, non a cicli di mercato.
Il tema dei rendimenti non va affrontato in modo generico: il rendimento negli alternativi dipende dalla natura del sottostante. Un senior loan garantito da un immobile, un progetto di sviluppo o un’operazione di private equity hanno profili di rischio–rendimento completamente diversi. Per ogni operazione va compreso da cosa quel rendimento è generato.
Una delle barriere percepite è il ticket d’ingresso, sono ancora necessari capitali molto alti per accedervi?
Molto meno di prima. L’evoluzione normativa europea — penso all’Eltif 2.0 — e la digitalizzazione hanno abbassato le soglie di accesso: oggi si può entrare in operazioni professionali con ticket a partire da 10–25 mila euro. Nel perimetro del real estate alternativo, si investe tipicamente in immobili a reddito in segmenti resilienti come living, multifamily e logistica oppure in sviluppi immobiliari finanziati tramite debito strutturato — senior, whole-loan, mezzanine — un segmento in forte espansione in Europa o ancora real asset infrastrutturali legati a energia e digital infrastructure.
Quanto al ticket “ottimale”, più che la soglia minima conta la diversificazione: 3–5 operazioni indipendenti permettono già una prima costruzione equilibrata.
È in questa logica che si inserisce il fondo open-ended di private credit accessibile attraverso la nostra piattaforma: una soluzione già diversificata, costruita con criteri istituzionali, con un ticket minimo di 100.000 euro e rendimenti attesi in area double digit.
Rendimento elevato significa maggiore rischio: secondo lei, quali sono i rischi chiave per l’investitore?
Il tema del rischio è centrale e va affrontato con molta trasparenza.
Nel “real estate alternativo” i rischi principali sono tre:
- Rischio di credito o di progetto: è la possibilità che i tempi, i costi o le vendite non vadano come pianificato. Nel debito gli elementi chiave sono LTV, valore delle garanzie, covenant e qualità dell’asset.
- La solidità della controparte: è probabilmente il fattore più importante: track record, capitale proprio investito, governance e capacità di gestire eventuali ritardi.
- L’illiquidità e l’orizzonte non deterministico: questi strumenti non sono liquidabili su base giornaliera e possono richiedere più tempo del previsto. L’investitore deve saperlo a priori e integrare questa caratteristica nella pianificazione della propria liquidità.
Il modo corretto di gestire questi rischi si crea attraverso la selezione rigorosa delle controparti e la diversificazione e comprensione dei meccanismi contrattuali che proteggono l’investitore.
Qual è il principale “gap” di conoscenza degli investitori italiani nell’utilizzo di strumenti strutturati e dei private markets?
In Italia sembra esserci un gap di familiarità. I dati europei mostrano che, nonostante livelli di risparmio molto alti, solo una minoranza degli investitori retail utilizza strumenti finanziari strutturati: il Parlamento Europeo evidenzia che poco più di un quarto investe attivamente, mentre molti mantengono liquidità o immobili tradizionali. Questo non riflette disinteresse, ma un approccio storicamente prudente e poco esposto al mondo dei private markets, che fino a poco tempo fa era quasi esclusivamente riservato a investitori istituzionali.
Per superare questo gap servono operatori che raccontino le operazioni con realismo: spiegando struttura, garanzie, flussi, e rendendo gli investitori consapevoli.
Nella sua visione, perché il private credit può rappresentare l’asset class ponte verso un portafoglio più moderno e bilanciato?
Credo che gli alternativi hanno la potenzialità di diventare nei prossimi anni, una componente strutturale anche dei portafogli privati. Questo perché rispondono a un’esigenza reale: trovare rendimento in strumenti ancorati all’economia e meno impattati dalla volatilità di breve periodo.
In questo percorso, la tecnologia avrà un ruolo abilitante. Serve una tecnologia che educa, che semplifica l’accesso, che mostra l’andamento delle operazioni in modo trasparente. Grazie a piattaforme regolamentate, reportistica chiara e processi standardizzati, anche chi non è un grande investitore istituzionale può partecipare con consapevolezza.
Tra le asset class, il private credit (anche su real estate) è secondo me quella più adatta a fare da ponte: unisce struttura, reddito, rischio misurabile e coerenza con l’economia reale. Se usato con disciplina, può portare gli investitori verso un portafoglio moderno, bilanciato, costruito per il lungo termine.

