C’è stato un tempo in cui il mercato azionario seguiva il ritmo dei fondamentali: utili, flussi di cassa, vantaggi competitivi venivano analizzati proprio per “prezzare” correttamente un titolo. Ma oggi quel tempo sembra lontano.
Sul principale mercato mondiale, gli Stati Uniti, gli investitori che ancora si affidano all’analisi fondamentale sono ormai una minoranza, quasi residuale, sovrastata da flussi passivi, algoritmi e dinamiche tecniche che muovono i prezzi andando oltre la realtà delle aziende.
Il risultato? Un mercato diviso in due: da un lato settori dove le valutazioni mantengono ancora un legame con il valore intrinseco; dall’altro, aree che sembrano vivere in un mondo parallelo. Questa nuova architettura sta cambiando il lavoro dei gestori attivi. Ma come si legge un mercato così? E quali opportunità apre? Lo racconta Dmitry Solomakhin, Portfolio Manager del Fidelity FAST Global Fund.
La crescita degli investimenti passivi
Fondi indicizzati, Etf e strategie derivate sono stati tra i grandi protagonisti dei mercati finanziari degli ultimi dieci anni. Le ragioni sono diverse e spaziano dai bassi costi all’elevata semplicità di gestione, fino all’ampio margine di diversificazione offerto da questi strumenti.
Secondo un report di Morningstar, solo nel primo trimestre del 2025, gli asset gestiti passivamente hanno raccolto un totale di 16mila miliardi di dollari, contro i poco più di 14mila degli asset attivi. In più, sempre secondo Morningstar, negli ultimi dieci anni i fondi passivi sono risultati di gran lunga più attrattivi rispetto a quelli attivi negli Stati Uniti. In Europa la situazione non sembra tanto diversa: stando ai numeri contenuti nel Fact Book 2025 dell’Efama, nel 2024 la quota di fondi passivi in portafoglio è cresciuta del +29%, registrando una crescita più che doppia rispetto al 2014.
Un contesto del genere riduce ulteriormente il peso degli investitori fondamentali, come spiega Solomakhin.
“L’ascesa degli investimenti passivi ha avuto un peso significativo, ma la trasformazione del mercato è molto più profonda. Negli Stati Uniti, per esempio, gli investitori che basano le proprie decisioni sui fondamentali — analizzando le aziende come business reali e investendo con un orizzonte pluriennale — oggi rappresentano appena il 6-7% dei volumi di scambio. Il resto del mercato è dominato da flussi passivi, operatività retail e strategie sistematiche. Questi attori reagiscono più al momentum e al sentiment che alla valutazione intrinseca dei titoli. Il risultato è un mercato in cui i prezzi sono trainati dai flussi e dalle dinamiche tecniche, piuttosto che dai fondamentali economici delle società”, prosegue.
Secondo l’esperto di Fidelity, uno scenario simile, in cui gli asset crescono perché vengono acquistati da un investitore “euforico”, è il più adatto alla comparsa delle famose bolle finanziarie. Sono comparse nell’era del Covid, con il rally dei titoli growth speculativi (rinnovabili, veicoli elettrici e idrogeno) e le SPAC (Special Purpose Acquisition Company) senza solidi modelli di business.
“La bolla di questo 2025 riguarda diverse forze in campo. Prima fra tutte, la narrativa sull’AI, sostenuta dai grandi investimenti di Amazon, Google e Meta. Queste aziende generano enorme liquidità e alimentano un sentiment già molto positivo. Le politiche monetarie più accomodanti hanno alimentato ulteriormente questo dinamismo, mentre il Governo Trump ha incentivato la propensione al rischio”, osserva Solomakhin.
Mercato diviso: due binari che non si incontrano
Ciò che risulta più lampante è una sorta di diramazione dei mercati. È come se il mercato si muovesse su due binari paralleli ma completamente distanti.
“Da un lato vediamo aree del mercato ‘normali’, in cui, cioè, le valutazioni dei titoli riflettono i fondamentali sottostanti, penso ai settori dell’automotive, della chimica e degli industriali — ma non legati all’AI. Dall’altro lato, altre parti sembrano vivere in una realtà del tutto diversa. E mentre l’AI si prende tutta la luce dei riflettori, settori come l’informatica quantistica, la crittografia e il nucleare cercano di prendersi il loro spazio”, sottolinea.
La strategia contrarian del FAST Global Fund
Il Fidelity FAST Global Fund sceglie – consapevolmente – di andare controcorrente e si posiziona in contrasto con il mercato attuale. Il Fondo, anche grazie a questa sua natura contrarian, può agire come un diversificatore in portafoglio e apportare diversi benefici agli investitori.
“Va specificato che il portafoglio long rimane focalizzato su titoli specifici, singole realtà in ripresa e situazioni speciali. E quest’anno devo dire che ha dato i suoi frutti. Invece, il portafoglio short punta su società con valutazioni elevate, spesso prive di modelli di business credibili e incapaci di generare ricavi. Questi titoli in realtà hanno messo a segno un rally grazie al continuo entusiasmo speculativo. In questo caso i fondamentali e le valutazioni sono completamente scollegate”, prosegue.
Il fondo punta nella direzione opposta a quella del mercato e dei competitor. Ma la sua particolarità è una concentrazione su quei titoli e quelle società meno conosciute, poco attraenti e spesso mal gestite. Una scelta pensata per distinguersi dal resto, ma anche per offrire molte più idee di investimento.
“Agli investitori con orizzonti temporali brevi suggerisco un’allocazione ridotta; al contrario, chi predilige il lungo termine può considerare di allocare una quota più consistente. In questo modo il fondo stesso può assumere un ruolo più rilevante nella diversificazione di rischio e rendimento”, spiega.
Dove nascono le opportunità di lungo periodo
Considerando l’interesse sempre maggiore degli investitori a guardare il lungo periodo, ecco dove cogliere le opportunità migliori considerando un portafoglio long.
“Bunge, per esempio, è in portafoglio da sei o sette anni. È un trader globale di cereali: compra materie prime, le lavora e genera margini sul prodotto trasformato. Per molto tempo ha pagato una gestione poco efficace, ma il nuovo management sta costruendo un track record davvero solido. E a mio avviso continuerà a sorprendere nei prossimi due o tre anni.
Un altro nome che vorrei fare è Teva — nel Fondo dal 2016 — un’azienda che sta uscendo dalla fase più complicata della sua storia e si sta trasformando in una biofarmaceutica innovativa, grazie a una guida completamente nuova”, conclude.
Queste due società sono storie di recupero di lungo periodo, dove i fondamentali stanno tornando a contare. Ed è lì che, secondo Solomakhin, si aprono oggi le opportunità più interessanti.

