L’aumento degli investimenti nella difesa nasce da un contesto geopolitico eccezionale. Quanto della crescita degli investimenti è ormai strutturale? Con un accordo di pace, quali segmenti sarebbero più esposti a un ridimensionamento?
A.M. Riteniamo che il cambio di passo sia ormai in larga parte strutturale, indipendentemente da eventuali – e auspicabili – accordi di pace. Gli impegni assunti al vertice NATO dell’Aia del 2025 (5% del PIL per difesa e sicurezza entro il 2035, di cui almeno il 3,5% core) vanno oltre la risposta a una singola crisi e riguardano il rafforzamento delle capacità industriali e la ricostituzione degli stock su diversi fronti: munizionamento, difesa aerea, unmanned, spazio, cyber e comparto navale. Una stabilizzazione potrebbe ridimensionare la componente più legata al consumo immediato sul campo, ma difficilmente interromperebbe il ciclo pluriennale di ricostituzione degli stock e ammodernamento.
L’Europa, in particolare la Germania, ha annunciato un forte incremento della spesa per la difesa. Quanto rapidamente gli impegni si traducono in ordini, ricavi e cassa? Quanto di questa crescita arriva alle PMI rispetto ai grandi prime contractor?
E.N. Il passaggio dagli stanziamenti a ordini, ricavi e cassa non è immediato e può richiedere diversi trimestri o, per i programmi più complessi, alcuni anni per via dei processi di procurement, delle certificazioni e delle tempistiche dei programmi. In Italia, il processo di propagazione verso la filiera è in corso e passa in buona parte dal coinvolgimento dei grandi player nazionali: nella misura in cui operatori come Leonardo partecipano ai programmi tedeschi ed europei, l’impulso della spesa arriva anche alle PMI italiane nelle loro catene di fornitura.
L’Italia dispone di una filiera della difesa molto più ampia dei soli grandi gruppi. Qual è il posizionamento nel contesto europeo e dove vedete le maggiori opportunità?
E.N. L’Italia parte da una posizione particolarmente favorevole perché dispone non soltanto di alcuni grandi operatori internazionali, ma di un ecosistema molto articolato di PMI attive nel settore navale, nella meccanica di precisione, elettronica, avionica, sensoristica, materiali avanzati, cybersecurity, aerospazio e tecnologie dual use. Le maggiori opportunità le vediamo proprio in questa filiera, soprattutto nelle aziende con tecnologie o componenti mission-critical, chiamate ad aumentare la capacità produttiva per accompagnare la crescita dei programmi europei.
Quale ruolo può svolgere il private debt nel finanziare la crescita della filiera, in modo complementare al credito bancario o all’equity?
A.M. Il private debt può intervenire dove le banche incontrano dei limiti – capienza già satura su un nome, residue esclusioni settoriali – ma il ragionamento va esteso oltre questo. Riguarda anche la flessibilità di struttura, garanzie e durata, la capacità di finanziare operazioni di M&A e consolidamento della filiera e i casi in cui serve maggiore certezza di esecuzione rispetto al credito ordinario. Va inoltre considerata la dimensione dei ticket: molte PMI della filiera hanno fabbisogni troppo piccoli per l’interesse dei grandi fondi generalisti, ma esigenze finanziarie più complesse rispetto a ciò che può offrire il solo credito bancario tradizionale. Questa è una fascia intermedia in cui riteniamo il private debt specializzato possa dare un contributo particolarmente efficace. Anche l’equity, in alcune fasi, può essere lo strumento più adatto, ad esempio per accelerare la crescita, rafforzare la struttura del capitale o gestire un passaggio generazionale.
Finanziare aziende della difesa richiede competenze specifiche. Quali elementi analizzate nel merito di credito e come fa la differenza la specializzazione del gestore?
E.N. Nel credito il punto centrale rimane la capacità dell’impresa di generare cassa e rimborsare il finanziamento. Nel settore della difesa, tuttavia, per comprenderla correttamente occorre analizzare elementi specifici: qualità e durata del portafoglio ordini, posizione nella supply chain – tecnologia critica e certificata vs componente sostituibile –, visibilità dei programmi, autorizzazioni ed export control. È molto diverso fornire un componente facilmente sostituibile oppure detenere una tecnologia certificata e critica all’interno di una piattaforma con un ciclo di vita pluriennale. Per valutare questo posizionamento, oltre all’esperienza nel credito corporate, è quindi fondamentale avvalersi di competenze industriali specialistiche.
Difesa ed ESG sono stati a lungo considerati difficilmente conciliabili. Questo approccio sta cambiando?
E.N. Sì, sta cambiando. La sicurezza è sempre più considerata un presupposto della stabilità economica e sociale e questo ha portato molti investitori a rivedere esclusioni generalizzate nei confronti della difesa. ESG e difesa non sono quindi necessariamente incompatibili: resta però fondamentale un approccio selettivo, che valuti attentamente prodotti, utilizzi finali, mercati di destinazione e condotta delle aziende finanziate.
Guardando ai prossimi cinque-dieci anni, quali segmenti ritenete meglio posizionati per beneficiare del nuovo ciclo di investimenti nella difesa?
A.M. Guardando alla crescita futura, vediamo opportunità interessanti nell’unmanned e counter-UAS, nella difesa aerea e missilistica, nel cyber, nello spazio e nel navale/underwater. Sono segmenti nei quali l’evoluzione tecnologica si accompagna a un’esigenza strutturale di rafforzamento delle capacità europee e nei quali ci aspettiamo che gli investimenti rimangano sostenuti anche oltre l’attuale fase geopolitica.
(Articolo tratto dal magazine n. 94 di ottobre 2026 di We Wealth. Abbonati qui per leggere il Magazine in formato cartaceo o digitale.)

