Imposta di successione: questione di aliquota o di sistema?

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L’emergenza sanitaria da Covid-19 e le drammatiche conseguenze economiche, oltreché sociali, hanno contribuito ad orientare il dibattito politico verso un incremento dell’imposta di successione

Il punto di partenza di tale dibattito risiederebbe nell’assunto per il quale l’imposta di successione italiana rappresenterebbe una misura fiscale eccessivamente soft, sia se analizzata in valore relativo – e dunque guardando esclusivamente al carico tributario – sia in chiave assoluta – e dunque in ottica di comparazione tra l’ordinamento italiano ed altri sistemi giuridico-economici europei e non.
L’imposta di successione italiana – come evidenziato dall’OECD in sede di pubblicazione dell’ “Inheritance taxation in OECD countries” (rapporto del maggio 2021) – rientra tra le misure impositive meno gravose (su scala mondiale!). In termini di aliquote, a fronte di ordinamenti ove il fenomeno successorio è soggetto a tassazione elevata (basti pensare alla Francia ed agli Stati Uniti dove le aliquote massime raggiungono, rispettivamente, il 45 ed il 40 %), l’ordinamento italiano si caratterizza per aliquote che oscillano, al più, tra il 4 e l’8%.
E’ chiaro che una misura tributaria così leggera determina il conseguimento di un gettito fiscale altrettanto esiguo se rapportato, ad esempio, ad altre forme di imposizione. Basti pensare, al gettito derivante dalla tassazione dei redditi delle persone fisiche.
A tal riguardo sono esemplificativi i dati emergenti dal “Bollettino Entrate Tributarie” pubblicato dal MEF da cui risulta che se il gettito dell’imposta di successione/donazione per l’anno 2019 e per l’anno 2020 è stato pari, rispettivamente, a 766 milioni e 429 milioni di euro, l’IRPEF versata dai contribuenti per gli anni 2019 e 2020 è stata pari a 191.602 e 187.436 milioni di euro.
I dati testimoniano la necessità di formulare, in una prospettiva di “politica fiscale”, una riflessione attinente non tanto al possibile incremento dell’imposta di successione, quanto all’effettivo stato di vitalità del tributo medesimo.
Occorre chiedersi se la modifica dell’imposta in parola debba passare necessariamente dal riconoscimento di una maggiore gravosità alla medesima o se, di contro, un’eventuale modifica “al rialzo” della stessa imponga una revisione organica del sistema impositivo che tenga conto non soltanto delle ragioni sociali e culturali che caratterizzano il nostro ordinamento ma anche del carico tributario complessivamente gravante sui contribuenti.
Un incremento dell’imposta di successione senza effettuare un ragionamento che tenga conto del funzionamento complessivo del sistema tributario, quale insieme elementi strettamente interconnessi gli uni con gli altri, potrebbe determinare un ulteriore aggravio del già significativo carico tributario che caratterizza il nostro ordinamento.

di Valentina Guarise

Laureata in Economia e Diritto dell’impresa a pieni voti presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Torino, dottore commercialista e revisore dei conti.
Ha avuto un’esperienza pregressa in un altro studio tributario internazionale di primario livello e dal 2009 collabora con lo studio Bourlot Gilardi Romagnoli e Associati.
Le sue aree di specializzazione professionale sono: consulenza fiscale e societaria a primarie società, con particolare esperienza nelle aree della pianificazione fiscale e della assistenza ad operazioni di M&A, consulenza fiscale a persone fisiche, strumenti per la protezione patrimoniale e passaggio generazionale.
Durante la propria esperienza ha assistito clienti, tra i quali gruppi multinazionali di rilevanti dimensioni, basati in Italia e all’estero, operanti in svariati settori, fra cui automotive, alimentare, beni di consumo e servizi digitali evoluti.

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