Italiani cauti, con un fiume di denaro e più avversi al rischio

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Tre italiani su quattro hanno dichiarato di aver accumulato risparmio durante la pandemia. Nel primo trimestre del 2021, la liquidità delle famiglie è aumentata di 85,5 miliardi (+5,7%), toccando la cifra record di 1.600 miliardi. Come mobilitare questa massa di risparmio su temi di sostenibilità?

Trabattoni: Gli italiani stanno entrando nella fase del “guardo avanti con cautela”

Perissinotto: Il valore del tempo è il più grande alleato per gli investitori”

“La scarsa (o ridotta) propensione al consumo durante la pandemia ha creato un fiume di denaro che invade la nostra società. Tre italiani su quattro hanno dichiarato di aver accumulato risparmio durante la pandemia. La parola d’ordine d’oggi? Cautela”.
A parlare è Giorgio De Rita, segretario generale Censis, che durante la 1° giornata del Salone del Risparmio di Milano ha presentato il 2° rapporto Censis-Assogestioni intitolato «Gli italiani e la finanza sostenibile, per andare oltre la pandemia» e discusso da Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni, Paolo Ciocca, commissario Consob, Marco Morelli, executive chairman Axa IM, Saverio Perissinotto, amministratore delegato e direttore generale Eurizon Capital Sgr, Massimo Tosato, chairman M&G Investments e Carlo Trabattoni, ceo asset & wealth management Assicurazioni Generali.
Nel primo trimestre del 2021 il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie è arrivato a quasi 4.900 miliardi, con un aumento del 10,9% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2020. Nello stesso periodo la liquidità delle famiglie è aumentata di 85,5 miliardi di euro (+5,7%), toccando la cifra record di 1.600 miliardi.

Secondo Galli, il risparmio ha un ruolo per la costruzione di un’economia più sostenibile e inclusiva. “I gestori di questo risparmio hanno molto lavoro da fare. Soprattutto se guardiamo all’ingente liquidità detenuta dalle famiglie italiane. Una risorsa a cui dare valore nell’interesse sia dei risparmiatori che del sistema economico del Paese», ha dichiarato.

“È chiaro che c’è uno stock di liquidità che è un problema storico del nostro Paese. Ma avere uno stock di risparmio così grande è anche un punto di partenza di grande forza”, ha proseguito Perissinotto, che poi ha aggiunto: “Sono convinto che si debba continuare a cercare di spiegare che il valore del tempo è il più grande alleato per gli investitori”.

Ma come provare a mobilitare questa massa di risparmio su temi di sostenibilità? Dalla ricerca è emerso che il 63,4% degli italiani conosce gli strumenti finanziari Esg basati su criteri di investimento responsabile e che il 52,5% sarebbe interessato a metterci soldi (quota che sale al 67,2% tra le persone benestanti e al 72,1% tra i giovani). Nelle scelte di investimento l’opzione green piace: per il 63,9% degli italiani gli investimenti Esg rappresentano, infatti, un’opportunità per investire bene e dare prova dei valori nei quali si crede.

“Abbiamo alle spalle almeno un decennio di rendimenti sociali sostanzialmente azzerati. La sostenibilità sta invece offrendo la possibilità di tornare a un investimento socialmente utile e non soltanto finanziariamente utile”, ha spiegato De Rita, aggiungendo però che è ovvio che il rendimento economico resta uno dei condizionatori.

Il punto è che gli italiani sono particolarmente attenti e cauti, pochi investono sulla finanza e pochissimi sull’economia reale. I motivi? Tra i fattori che portano gli individui a tenere i soldi nel cassetto ci sono “una scarsa confidenza nel futuro, una difficoltà a individuare le opportunità di investimento e l’arretramento del welfare”, ha illustrato De Rita.

Gli italiani stanno entrando nella fase del “guardo avanti con cautela”, ha aggiunto Carlo Trabattoni. Quindi come si può ampliare la diffusione dei prodotti Esg tra gli investitori?

L’81,2% degli italiani è favorevole all’introduzione di agevolazioni e incentivi. Inoltre, per il 72,5% è strategico il ruolo della consulenza finanziaria nel promuovere gli investimenti Esg. Attenzione però: gli italiani temono il green washing. Per l’84,6% servono regole condivise a livello europeo e strumenti come l’adozione di marchi ‒ ad esempio un bollino ‒ con cui gli investitori possano identificare i prodotti finanziari green. Infine, l’80,8% introdurrebbe penalizzazioni per le aziende o i fondi di investimento che non rispettano le finalità ambientali e sociali indicate, dando anche la possibilità agli investitori di recedere subito dall’investimento.

di Stefania Pescarmona

Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Giornalista professionista, è laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Torino. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor

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