La Cina riforma le sue aziende statali. È l’ora di investire?

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Come investire nelle aziende statali in Cina

La Cina riforma le sue aziende statali, introducendo un legame diretto tra performance del management e rendimento azionario. È il momento di inserirle in portafoglio? E se sì, come? Parola agli analisti

Indice

  • Da inizio 2021 l’Hang Seng China Central SOEs Index (un sottoindice delle aziende statali con quotazioni di minoranza a Hong Kong) ha sovraperformato l’Hang Seng del 40%
  • In passato le aziende statali registravano una crescita dei ricavi inferiore, return on equity più bassi e una leva finanziaria molto più elevata rispetto alle aziende private
  • Debach (eToro): “L’incorporazione di aziende statali cinesi in un portafoglio di investimento dovrebbe rimanere limitata, idealmente non superiore al 5%”

Gli investitori osservano le aziende statali cinesi con rinnovato interesse, data la loro recente performance superiore agli indici di mercato più ampi. Un dinamismo sostenuto dalle ultime riforme di Pechino, volte a migliorarne produttività e gestione finanziaria. Quest’anno, in particolare, il governo ha comunicato ai loro dirigenti che avrebbe iniziato a valutarli in base alla performance del mercato azionario. Cambiamenti che “sembrano promettere miglioramenti futuri nella gestione e nei risultati finanziari”, secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro intercettato da We Wealth.

Da inizio 2021 l’Hang Seng China Central SOEs Index (un sottoindice delle aziende statali con quotazioni di minoranza a Hong Kong) ha sovraperformato l’Hang Seng del 40%, anche se in termini assoluti è rimasto piatto in un contesto di prolungata crisi del mercato azionario. “In passato le aziende statali registravano una crescita dei ricavi inferiore, return on equity (o Roe, ovvero la capacità di generare utili in relazione al capitale di rischio investito, ndr) più bassi e una leva finanziaria molto più elevata rispetto alle aziende private”, spiega al Financial Times Winnie Wu, strategist di BofA Securities a Hong Kong. Di fatto, hanno raramente attirato l’attenzione degli investitori, sebbene società come Sinopec, PetroChina, Icbc e China Mobile siano tra le più grandi al mondo per fatturato.

Fonte: Financial Times

Investire nelle aziende statali cinesi: i rischi

Negli ultimi due anni, però, le aziende statali hanno eguagliato le società private in termini di Roe e distribuito una parte maggiore dei loro utili sotto forma di dividendi, secondo BofA Securities. Anche se alcuni analisti restano scettici, sottolineando che la convergenza dei rendimenti sia dovuta più alle difficoltà delle società private che a un miglioramento delle aziende statali. “Investire nelle aziende statali cinesi sembra allettante. Tuttavia, è essenziale non dimenticare la natura enigmatica e rischiosa del mercato cinese”, avverte Debach. “La domanda interna – ancora anemica – e una ripresa che stenta a decollare senza il supporto statale, rendono l’investimento nelle aziende statali rischioso, benché possano rappresentare un’opportunità di acquisto a prezzi minimi e non massimi”, spiega l’esperto.

Cina: come investire nelle aziende statali

Secondo Debach, l’incorporazione di aziende statali cinesi in un portafoglio di investimento dovrebbe comunque rimanere limitata, idealmente non superiore al 5%, come parte di una strategia di diversificazione geografica e settoriale. Queste aziende, spesso attive in settori cruciali come telecomunicazioni, energia e finanza, possono offrire una certa stabilità e attrattivi dividendi, dice Debach. “Oltre alle aziende statali è prudente tenere sotto osservazione anche titoli privati cinesi in settori emergenti come tecnologia e consumo, che potrebbero trarre vantaggio dalla tanto attesa ripresa economica e autosufficienza tecnologica”, suggerisce l’esperto. Più netto a riguardo Kevin Carter, ceo di EMQQ Global, società partner di HANetf. “Quando si parla di mercati emergenti, riteniamo che gli investitori dovrebbero sempre evitare le aziende statali”, afferma Carter. “Sono aziende spesso inefficienti e presentano molti conflitti di interesse, primo tra tutti il fatto che l’obiettivo primario delle imprese statali non sia quello di una generazione di utili per i proprietari e – come noto – l’unico modo per far crescere il valore di una società è farne crescere gli utili. Di conseguenza, non si viene a creare valore e ritorno per l’investitore”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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