Klimt da 236 milioni e record da podio: chi sono i più grandi collezionisti al mondo (e perché snobbano le “opere trofeo”)

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La collezionista Miuccia Prada, seduta su una panca blu, davanti a un muro di piastrelle blu che compongono un'opera d'arte e parete di legno scuro. La signora Prada compare nella Top 200 collezionisti ARTnews anche per il 2026

La lista annuale di ARTnews dei 200 maggiori collezionisti al mondo fotografa un 2026 dominato, in asta, dalle opere trofeo: da Klimt a Brâncuși, passando per Pollock e Rothko. Ma interpellati sul tema, i grandi nomi del collezionismo prendono le distanze. Il vero trofeo, per loro, non lo decide il martelletto

Indice

La parola ai top 200 collezionisti di ARTnews 2026

«Non ho mai considerato il collezionismo una competizione. Da oltre trent’anni scelgo opere, non nomi o valori di mercato». Così Patrizia Sandretto Re Rebaudengo liquida la parola che più è rimbalzata nelle sale d’asta di New York nell’ultimo anno: trofeo. La collezionista torinese è, con Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, l’unica presenza residente in Italia nella Top 200 Collectors di ARTnews, dove compare anche un altro italiano, Augusto Perfetti, di stanza però a Lugano. Ed è in nutrita compagnia. Interpellati dalla rivista americana, che ogni anno accompagna la sua lista con un sondaggio fra i collezionisti, i grandi nomi del settore hanno risposto alla domanda “che cosa rende un’opera un trofeo?” per lo più con una presa di distanza, a volte garbata, a volte sferzante. Ne esce un ritratto del collezionismo d’arte nel 2026 assai meno monocorde dei titoli sui record.

Manichino su appendiabiti, donna con abito e collana vistosa, dipinti e divani sullo sfondo.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Foto di Riccardo Ghilardi

Un anno da podio

Le ultime due stagioni d’asta newyorkesi hanno ridato fiato a un mercato che molti descrivevano come traballante o in piena correzione. Il merito va soprattutto alla fascia più alta: le cosiddette opere trofeo, firmate da nomi canonici, con una provenienza impeccabile e, se non altro, la reputazione di investimento accorto. Lo scorso novembre, da Sotheby’s, il Ritratto di Elisabeth Lederer di Gustav Klimt ha raggiunto 236,4 milioni di dollari. A maggio, da Christie’s, Number 7A, 1948 di Jackson Pollock è salito a 181,2 milioni, la Danaïde di Constantin Brâncuși a 107,6 e No. 15 (Two Greens and Red Stripe) di Mark Rothko a 98,4, nuovo record per l’artista.

I trofei della stagione newyorkese

OperaArtistaPrezzoCollezione di provenienzaAsta
Ritratto di Elisabeth Lederer (1914-16)Gustav Klimt236,4 mln $Leonard A. LauderSotheby’s, nov. 2025
Number 7A, 1948Jackson Pollock181,2 mln $S.I. NewhouseChristie’s, mag. 2026
Danaïde (1913 ca.)Constantin Brâncuși107,6 mln $S.I. NewhouseChristie’s, mag. 2026
No. 15 (Two Greens and Red Stripe) (1964)Mark Rothko98,4 mln $Agnes GundChristie’s, mag. 2026

Fonte: ARTnews, case d’aste

C’è un dettaglio che rende la circolarità della vicenda. Brâncuși e Pollock venivano dalla raccolta di S.I. Newhouse, il Rothko da quella di Agnes Gund, il Klimt da Leonard A. Lauder: tre collezionisti presenti nella Top 200 di ARTnews dai primi anni Novanta fino alla loro scomparsa. I trofei odierni derivano dalla dispersione delle grandi collezioni di ieri. ARTnews parla apertamente di “anno del trofeo”, salvo chiedersi subito se sia davvero così.

Quando la discussione è chiusa

Fra le definizioni raccolte, la più affilata, e forse la più utile per chi guarda all’arte anche con occhi da investitore, è quella di Jennifer e Alec Litowitz: «Un trofeo è un’opera su cui il mondo dell’arte ha smesso di discutere». Monet, Picasso, i grandi Klimt: il verdetto è unanime, e il sovrapprezzo pagato è di fatto il prezzo di una controversia ormai chiusa. Poiché l’arte non ha un rendimento intrinseco, né cedole né flussi di cassa, il suo valore poggia soltanto sull’accordo fra le parti. Un’opera su cui tutti concordano finisce così per funzionare come una valuta, una riserva di valore. Non è una critica, precisano i due collezionisti, ma la descrizione di ciò che l’unanimità fa a un’opera.

Il ritratto di Elizabeth Lederer di Klimt Una donna con un abito bianco ornato e decorato si staglia su uno sfondo vivace con forme astratte e figure colorate e stilizzate, in un dipinto di Gustav Klimt. L'ambientazione è ricca di dettagli e motivi decorativi, è fra le opere trofeo cui guardano i top 200 collezionisti di ARTnews
Gustav Klimt, Ritratto di Elisabeth Lederer (1914-16)

Ryan Zurrer, fondatore di 1OF1, restringe ancora il campo: i veri trofei sono una manciata, meno di dieci per generazione, e devono essere al tempo stesso il capolavoro di un artista e il lavoro di un artista decisivo per la sua epoca. Lonti Ebers aggiunge una nota di cautela: nelle fasi di fiducia calante, osserva, il trofeo è un segno vistoso di successo a rischio minimo, ma ciò che oggi è un trofeo domani potrebbe non avere più un mercato. L’esempio scelto è quello di William-Adolphe Bouguereau, pittore accademico francese dell’Ottocento, celebratissimo in vita e poi a lungo dimenticato.

Secondo i top 200 collezionisti di ARTnews il martelletto conferma, non scopre

Sempre i Litowitz smontano l’idea che la fascia dei trofei rappresenti il mercato nel suo insieme: ne è quasi il rovescio. Pochi lotti dominano titoli e fatturati, mentre il mercato reale, contato per numero di transazioni, è fatto in larghissima parte di opere vendute a cifre modeste. E c’è di più: con garanzie e offerte irrevocabili concordate prima dell’asta, il risultato di un trofeo è in parte uno strumento negoziato. «Il martelletto conferma un accordo almeno quanto scopre un prezzo».

Testa dorata stilizzata su piedistallo cubico di pietra chiara, sfondo nero, opera di Brancusi. Si chiama Danaide.
Constantin Brâncuși, Danaïde (1913 ca.)

Per Pedro Barbosa, collezionista di San Paolo che si concentra su arte concettuale e archivi, quei record sono la punta di un iceberg: una classe di attivi a sé, che vive di rarità estrema, storia condivisa e conservazione del patrimonio, e che rispecchia i mercati finanziari più dell’ecosistema vivo dell’arte. «Il mercato dei trofei è fatto di certezza e consenso; il vero collezionismo consiste nel rischiare prima che il consenso esista». Il concetto ritorna, con sfumature diverse, in Zurrer e in Pete Scantland, per i quali il talento del collezionista sta nel riconoscere l’importanza di un’opera prima che lo certifichi il mercato secondario. Grażyna Kulczyk lo riassume così: la storia dell’arte ha un suo ritmo, e non è quello del mercato.

Caccia grossa? No, grazie

La parola stessa, del resto, a molti non piace. Francesca Thyssen-Bornemisza confessa che la fa trasalire: viene dalla caccia, evoca una parete di scalpi, «ed è esattamente l’opposto di ciò che l’arte ha significato nella mia vita». Hortensia Herrero, che ha aperto al pubblico la propria raccolta in un centro d’arte a Valencia, rifiuta l’idea di opere appese come le coppe di una squadra di calcio o le prede di un cacciatore: preferisce condividere che competere. Per Pamela Joyner e Alfred Giuffrida un trofeo è letteralmente il premio di chi ha vinto una gara, e loro non gareggiano: lavorano piuttosto perché artisti meritevoli ma sottovalutati conquistino il posto che spetta loro nella storia dell’arte. Estrellita e Daniel Brodsky, infine, si considerano custodi temporanei, più che proprietari.

Installazioni colorate sospese, pareti in mattoni, scale in pietra e un arco in mattoni.
Scorcio del museo privato di Hortensia Herrero

Il coro è ampio. Jorge M. Pérez dice che il termine non fa nemmeno parte del suo vocabolario; prendono le distanze, ciascuno a modo suo, Becky e David Gochman, Nadia e Rajeeb Samdani, Julia Stoschek, Michael Ovitz e Christen Sveaas. Quando provano a ridefinirlo, molti finiscono per descrivere un legame più che un oggetto. Per il thailandese Purat “Chang” Osathanugrah un trofeo è una relazione, l’opera a cui si torna anni dopo, quando l’euforia dell’acquisto è svanita; per Darlene Pérez è quella davanti a cui ci si ferma ancora dopo averla vista migliaia di volte. Cheech Marin la mette giù semplice: non deve costare milioni, deve contare.

Un canone con le porte girevoli

Che cosa sia un trofeo, peraltro, cambia con il tempo. Jenny Yeh ricorda che ogni generazione riscrive il canone, e ARTnews le fa eco con un promemoria storico: secoli fa il trofeo per eccellenza era la grande pittura di storia. Anita Blanchard e Martin Nesbitt vanno oltre: il canone tradizionale ha ignorato artisti straordinari per ragioni che con la qualità avevano poco a che fare, dall’accesso alla visibilità, dalla razza al genere, fino a chi deteneva il potere di collezionare, esporre e scrivere la storia dell’arte. Il mercato, aggiungono, non valorizza ancora in modo adeguato gli artisti neri, latini e indigeni, e l’accesso alle opere importanti sul mercato primario resta diseguale.

Il giapponese Ryutaro Takahashi vede un mercato globale dei trofei modellato troppo sull’estetica occidentale, che lascia ai margini i modi di guardare dell’Oriente. Komal Shah e Gaurav Garg richiamano il lento lavoro di riconoscimento fatto di studi, mostre e impegno istituzionale: alcune delle svolte più importanti della storia dell’arte, osservano, cominciano ben prima che il mercato sappia come prezzarle. Ariel Marcelo Aisiks, che colleziona anche archivi d’artista, propone la definizione forse più originale: un vero trofeo è un’acquisizione che amplia per sempre ciò che gli studiosi sono in grado di sapere.

E i trofei di casa?

Alla domanda se abbiano mai comprato qualcosa che oggi considerano un trofeo, alcuni rispondono con nomi e titoli. Julie ed Edward Minskoff citano Standard Station di Ed Ruscha e la scultura La guenon et son petit di Picasso. Bob e Jane Clark indicano Black Cloud & One Building Standing di Theaster Gates, opera che ha orientato tutti i loro acquisti successivi. Basma Al Sulaiman sceglie The Black Arch delle sorelle Raja e Shadia Alem, realizzata per il primo padiglione saudita alla Biennale di Venezia del 2011. Blanchard e Nesbitt raccontano invece Vignettes di Kerry James Marshall: un regalo di Natale, che l’artista in persona andò ad appendere a casa loro la vigilia. Difficile, ammettono, separare il quadro dal ricordo. Per Nicola Erni, al contrario, il trofeo è la collezione nel suo insieme: una storia della fotografia di moda.

I trofei sfuggiti persino ai top 200 collezionisti di ARTnews

L’ultima domanda riguardava il trofeo mancato. Lonti Ebers ammette di averne persi innumerevoli; Nancy Nasher e David Haemisegger, quando un’opera finisce in un’altra collezione o, meglio ancora, in un museo, se ne rallegrano. La risposta che squarcia di più è però di Francesca Thyssen-Bornemisza, e non riguarda il mercato: l’oro scita sottratto dalle forze di occupazione russe al museo di storia locale di Melitopol, le icone di Kherson portate via dalle truppe in ritirata, le antichità del museo di Mariupol, biblioteche e archivi cinematografici perduti in un deliberato tentativo di cancellare l’identità culturale ucraina. «Quelli sono i trofei che mi sono sfuggiti», conclude. «Tutto il resto è una nota a piè di pagina».

Domande frequenti su Klimt da 236 milioni e record da podio: chi sono i più grandi collezionisti al mondo (e perché snobbano le “opere trofeo”)

Qual è la prospettiva di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo sul collezionismo rispetto alla competizione e ai 'trofei'?

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo non considera il collezionismo una competizione e da oltre trent'anni si concentra sulla scelta di opere d'arte, piuttosto che su nomi o valori di mercato. Per lei, la parola 'trofeo' non è centrale nella sua attività di collezionista.

Chi sono gli unici collezionisti italiani residenti in Italia menzionati nella Top 200 Collectors di ARTnews?

Nella Top 200 Collectors di ARTnews, gli unici collezionisti residenti in Italia citati sono Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Miuccia Prada e Patrizio Bertelli. Viene menzionato anche un altro italiano, Augusto P.

Cosa conferma il martelletto delle aste secondo i top 200 collezionisti di ARTnews?

Secondo i top 200 collezionisti di ARTnews, il martelletto delle aste conferma le tendenze e le valutazioni esistenti nel mercato dell'arte, piuttosto che scoprire nuove tendenze o valori inediti. Questo suggerisce un mercato consolidato.

Qual è l'atteggiamento dei collezionisti di fronte alle 'opere trofeo'?

L'articolo suggerisce che i collezionisti di alto livello, come quelli presenti nella Top 200 di ARTnews, tendono a snobbare le 'opere trofeo'. Questo indica una preferenza per acquisizioni basate su altri criteri rispetto alla mera ostentazione o al valore di mercato elevato.

Quali sono le implicazioni finanziarie del fatto che il martelletto 'conferma, non scopre' secondo i collezionisti?

Se il martelletto delle aste si limita a confermare, piuttosto che scoprire, ciò implica che gli investimenti in opere d'arte potrebbero essere più prevedibili ma meno propensi a generare guadagni eccezionali da scoperte inaspettate. Il valore è già stabilito.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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