La parola ai top 200 collezionisti di ARTnews 2026
«Non ho mai considerato il collezionismo una competizione. Da oltre trent’anni scelgo opere, non nomi o valori di mercato». Così Patrizia Sandretto Re Rebaudengo liquida la parola che più è rimbalzata nelle sale d’asta di New York nell’ultimo anno: trofeo. La collezionista torinese è, con Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, l’unica presenza residente in Italia nella Top 200 Collectors di ARTnews, dove compare anche un altro italiano, Augusto Perfetti, di stanza però a Lugano. Ed è in nutrita compagnia. Interpellati dalla rivista americana, che ogni anno accompagna la sua lista con un sondaggio fra i collezionisti, i grandi nomi del settore hanno risposto alla domanda “che cosa rende un’opera un trofeo?” per lo più con una presa di distanza, a volte garbata, a volte sferzante. Ne esce un ritratto del collezionismo d’arte nel 2026 assai meno monocorde dei titoli sui record.

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Foto di Riccardo Ghilardi
Un anno da podio
Le ultime due stagioni d’asta newyorkesi hanno ridato fiato a un mercato che molti descrivevano come traballante o in piena correzione. Il merito va soprattutto alla fascia più alta: le cosiddette opere trofeo, firmate da nomi canonici, con una provenienza impeccabile e, se non altro, la reputazione di investimento accorto. Lo scorso novembre, da Sotheby’s, il Ritratto di Elisabeth Lederer di Gustav Klimt ha raggiunto 236,4 milioni di dollari. A maggio, da Christie’s, Number 7A, 1948 di Jackson Pollock è salito a 181,2 milioni, la Danaïde di Constantin Brâncuși a 107,6 e No. 15 (Two Greens and Red Stripe) di Mark Rothko a 98,4, nuovo record per l’artista.
I trofei della stagione newyorkese
| Opera | Artista | Prezzo | Collezione di provenienza | Asta |
| Ritratto di Elisabeth Lederer (1914-16) | Gustav Klimt | 236,4 mln $ | Leonard A. Lauder | Sotheby’s, nov. 2025 |
| Number 7A, 1948 | Jackson Pollock | 181,2 mln $ | S.I. Newhouse | Christie’s, mag. 2026 |
| Danaïde (1913 ca.) | Constantin Brâncuși | 107,6 mln $ | S.I. Newhouse | Christie’s, mag. 2026 |
| No. 15 (Two Greens and Red Stripe) (1964) | Mark Rothko | 98,4 mln $ | Agnes Gund | Christie’s, mag. 2026 |
Fonte: ARTnews, case d’aste
C’è un dettaglio che rende la circolarità della vicenda. Brâncuși e Pollock venivano dalla raccolta di S.I. Newhouse, il Rothko da quella di Agnes Gund, il Klimt da Leonard A. Lauder: tre collezionisti presenti nella Top 200 di ARTnews dai primi anni Novanta fino alla loro scomparsa. I trofei odierni derivano dalla dispersione delle grandi collezioni di ieri. ARTnews parla apertamente di “anno del trofeo”, salvo chiedersi subito se sia davvero così.
Quando la discussione è chiusa
Fra le definizioni raccolte, la più affilata, e forse la più utile per chi guarda all’arte anche con occhi da investitore, è quella di Jennifer e Alec Litowitz: «Un trofeo è un’opera su cui il mondo dell’arte ha smesso di discutere». Monet, Picasso, i grandi Klimt: il verdetto è unanime, e il sovrapprezzo pagato è di fatto il prezzo di una controversia ormai chiusa. Poiché l’arte non ha un rendimento intrinseco, né cedole né flussi di cassa, il suo valore poggia soltanto sull’accordo fra le parti. Un’opera su cui tutti concordano finisce così per funzionare come una valuta, una riserva di valore. Non è una critica, precisano i due collezionisti, ma la descrizione di ciò che l’unanimità fa a un’opera.

Gustav Klimt, Ritratto di Elisabeth Lederer (1914-16)
Ryan Zurrer, fondatore di 1OF1, restringe ancora il campo: i veri trofei sono una manciata, meno di dieci per generazione, e devono essere al tempo stesso il capolavoro di un artista e il lavoro di un artista decisivo per la sua epoca. Lonti Ebers aggiunge una nota di cautela: nelle fasi di fiducia calante, osserva, il trofeo è un segno vistoso di successo a rischio minimo, ma ciò che oggi è un trofeo domani potrebbe non avere più un mercato. L’esempio scelto è quello di William-Adolphe Bouguereau, pittore accademico francese dell’Ottocento, celebratissimo in vita e poi a lungo dimenticato.
Secondo i top 200 collezionisti di ARTnews il martelletto conferma, non scopre
Sempre i Litowitz smontano l’idea che la fascia dei trofei rappresenti il mercato nel suo insieme: ne è quasi il rovescio. Pochi lotti dominano titoli e fatturati, mentre il mercato reale, contato per numero di transazioni, è fatto in larghissima parte di opere vendute a cifre modeste. E c’è di più: con garanzie e offerte irrevocabili concordate prima dell’asta, il risultato di un trofeo è in parte uno strumento negoziato. «Il martelletto conferma un accordo almeno quanto scopre un prezzo».

Constantin Brâncuși, Danaïde (1913 ca.)
Per Pedro Barbosa, collezionista di San Paolo che si concentra su arte concettuale e archivi, quei record sono la punta di un iceberg: una classe di attivi a sé, che vive di rarità estrema, storia condivisa e conservazione del patrimonio, e che rispecchia i mercati finanziari più dell’ecosistema vivo dell’arte. «Il mercato dei trofei è fatto di certezza e consenso; il vero collezionismo consiste nel rischiare prima che il consenso esista». Il concetto ritorna, con sfumature diverse, in Zurrer e in Pete Scantland, per i quali il talento del collezionista sta nel riconoscere l’importanza di un’opera prima che lo certifichi il mercato secondario. Grażyna Kulczyk lo riassume così: la storia dell’arte ha un suo ritmo, e non è quello del mercato.
Caccia grossa? No, grazie
La parola stessa, del resto, a molti non piace. Francesca Thyssen-Bornemisza confessa che la fa trasalire: viene dalla caccia, evoca una parete di scalpi, «ed è esattamente l’opposto di ciò che l’arte ha significato nella mia vita». Hortensia Herrero, che ha aperto al pubblico la propria raccolta in un centro d’arte a Valencia, rifiuta l’idea di opere appese come le coppe di una squadra di calcio o le prede di un cacciatore: preferisce condividere che competere. Per Pamela Joyner e Alfred Giuffrida un trofeo è letteralmente il premio di chi ha vinto una gara, e loro non gareggiano: lavorano piuttosto perché artisti meritevoli ma sottovalutati conquistino il posto che spetta loro nella storia dell’arte. Estrellita e Daniel Brodsky, infine, si considerano custodi temporanei, più che proprietari.

Scorcio del museo privato di Hortensia Herrero
Il coro è ampio. Jorge M. Pérez dice che il termine non fa nemmeno parte del suo vocabolario; prendono le distanze, ciascuno a modo suo, Becky e David Gochman, Nadia e Rajeeb Samdani, Julia Stoschek, Michael Ovitz e Christen Sveaas. Quando provano a ridefinirlo, molti finiscono per descrivere un legame più che un oggetto. Per il thailandese Purat “Chang” Osathanugrah un trofeo è una relazione, l’opera a cui si torna anni dopo, quando l’euforia dell’acquisto è svanita; per Darlene Pérez è quella davanti a cui ci si ferma ancora dopo averla vista migliaia di volte. Cheech Marin la mette giù semplice: non deve costare milioni, deve contare.
Un canone con le porte girevoli
Che cosa sia un trofeo, peraltro, cambia con il tempo. Jenny Yeh ricorda che ogni generazione riscrive il canone, e ARTnews le fa eco con un promemoria storico: secoli fa il trofeo per eccellenza era la grande pittura di storia. Anita Blanchard e Martin Nesbitt vanno oltre: il canone tradizionale ha ignorato artisti straordinari per ragioni che con la qualità avevano poco a che fare, dall’accesso alla visibilità, dalla razza al genere, fino a chi deteneva il potere di collezionare, esporre e scrivere la storia dell’arte. Il mercato, aggiungono, non valorizza ancora in modo adeguato gli artisti neri, latini e indigeni, e l’accesso alle opere importanti sul mercato primario resta diseguale.
Il giapponese Ryutaro Takahashi vede un mercato globale dei trofei modellato troppo sull’estetica occidentale, che lascia ai margini i modi di guardare dell’Oriente. Komal Shah e Gaurav Garg richiamano il lento lavoro di riconoscimento fatto di studi, mostre e impegno istituzionale: alcune delle svolte più importanti della storia dell’arte, osservano, cominciano ben prima che il mercato sappia come prezzarle. Ariel Marcelo Aisiks, che colleziona anche archivi d’artista, propone la definizione forse più originale: un vero trofeo è un’acquisizione che amplia per sempre ciò che gli studiosi sono in grado di sapere.
E i trofei di casa?
Alla domanda se abbiano mai comprato qualcosa che oggi considerano un trofeo, alcuni rispondono con nomi e titoli. Julie ed Edward Minskoff citano Standard Station di Ed Ruscha e la scultura La guenon et son petit di Picasso. Bob e Jane Clark indicano Black Cloud & One Building Standing di Theaster Gates, opera che ha orientato tutti i loro acquisti successivi. Basma Al Sulaiman sceglie The Black Arch delle sorelle Raja e Shadia Alem, realizzata per il primo padiglione saudita alla Biennale di Venezia del 2011. Blanchard e Nesbitt raccontano invece Vignettes di Kerry James Marshall: un regalo di Natale, che l’artista in persona andò ad appendere a casa loro la vigilia. Difficile, ammettono, separare il quadro dal ricordo. Per Nicola Erni, al contrario, il trofeo è la collezione nel suo insieme: una storia della fotografia di moda.
I trofei sfuggiti persino ai top 200 collezionisti di ARTnews
L’ultima domanda riguardava il trofeo mancato. Lonti Ebers ammette di averne persi innumerevoli; Nancy Nasher e David Haemisegger, quando un’opera finisce in un’altra collezione o, meglio ancora, in un museo, se ne rallegrano. La risposta che squarcia di più è però di Francesca Thyssen-Bornemisza, e non riguarda il mercato: l’oro scita sottratto dalle forze di occupazione russe al museo di storia locale di Melitopol, le icone di Kherson portate via dalle truppe in ritirata, le antichità del museo di Mariupol, biblioteche e archivi cinematografici perduti in un deliberato tentativo di cancellare l’identità culturale ucraina. «Quelli sono i trofei che mi sono sfuggiti», conclude. «Tutto il resto è una nota a piè di pagina».

