La competizione fra Stati Uniti e Cina ha costretto l’Europa a un brusco risveglio. Il vecchio alleato d’Oltreoceano, da perno delle istituzioni internazionali è diventato fonte di continue destabilizzazioni. Anche dopo Trump, quello americano è un alleato che l’Europa rischia di non ritrovare più. Ad essere cambiata è la priorità numero uno di Washington: non perdere la battaglia con la Cina per la supremazia, in particolare tecnologica. Una battaglia che Vecchio Continente, sempre più isolato, rischia di osservare da spettatore. Da componente del board Bce (2005-11) e, poi, da presidente di Societe Generale (2015-26), Lorenzo Bini Smaghi ha attraversato in prima fila diverse crisi esistenziali dell’Europa: dallo choc del 2011, alla crisi energetica del 2022, fino alla rottura dell’asse Usa-Ue. “Da soli” (Rizzoli) è il racconto di questa nuova tappa della storia europea.
Spesso le discussioni sull’Europa cominciano descrivendo cosa bisognerebbe fare. Le chiedo invece: un’Europa “da sola” che continua su questa rotta, come va a finire?
Un’Europa “da sola”, se non si da una mossa, rischia di essere schiacciata dagli Stati Uniti e dalla Cina, che sono entrambi disposti ad usare tutti gli strumenti a disposizione per prevalere sull’altro. L’Europa, in questa competizione, rischia di diventare terra di conquista, per le imprese tecnologiche americane e per gli esportatori cinesi, perdendo gradualmente i propri vantaggi competitivi.
La sua tesi centrale è che l’Europa difficilmente potrà contare sul sostegno americano anche dopo Trump. Il protezionismo diventerà la nuova normalità?
Non c’è solo il pericolo del ritorno del protezionismo, ma anche del ricorso a tutti gli strumenti a disposizione, inclusi quelli di difesa o tecnologici, per cercare di prevalere. Economia, tecnologia e difesa sono strettamente collegati. Se l’Europa non è capace di difendersi o di disporre di una tecnologia propria, diventa vulnerabile dal punto di vista economico. Non è pertanto in grado di crescere in modo autonomo né di sostenere il proprio modello di welfare. Per questo motivo, la scelta non è più tra investire in difesa o in welfare, sono necessari entrambe. Senza una autonomia militare non c’è più welfare.
I trattati europei nascono in un’epoca di globalizzazione crescente e di fiducia nel commercio come strumento di pace duratura. Questa cornice di valori va ripensata in vista di un’unione più stretta e “da sola”?
L’apertura e l’integrazione economica europea non sono più sufficienti per promuovere la crescita economica, in un contesto in cui Cina e Stati Uniti possono usare qualsiasi strumento per ostacolarci. Bisogna essere autonomi, soprattutto nei settori chiave, non solo nell’aeronautica e nell’agricoltura. Ci vogliono delle aziende europee in grado di competere con quelle americane nella finanza, nella tecnologia, nella gestione dei dati. Ciò richiede meno nazionalismo economico e più iniziative comuni europee per far nascere dei campioni europei.
Mentre l’Europa appare sempre più isolata, prevalgono forze conservatrici storicamente contrarie all’integrazione. Potranno essere le Le Pen e le Meloni a completarla?
L’esperienza di questi mesi ha dimostrato che non c’è una via nazionale alternativa a quella europea per difendere gli interessi dei paesi membri. Con gli Stati Uniti e la Cina che avanzano, la ricerca di conservare l’esistente o addirittura di tornare indietro nel processo di integrazione significa essere nel menu, invece che al tavolo delle potenze mondiali. Se n’è accorto il Regno Unito che sperava di guadagnarsi un ruolo geopolitico dopo la Brexit e invece si è trovata ancor più isolata di prima.
In Europa i cantieri restano aperti troppo a lungo, come quello dell’Unione bancaria e dei capitali. Cosa può davvero sbloccarli?
Ci vuole un po’ meno cecità da parte dei politici nazionali nel difendere lo status quo, che impedisce la creazione di un vero mercato europeo. Se non si avanza sull’unione dei capitali ben presto non ci saranno più borse significative in Europa e le principali aziende continentali se ne saranno andate a Wall Street. Questo è l’obiettivo americano: gestire il risparmio europeo verso gli investimenti che interessano agli Usa, a cominciare dal finanziamento del crescente debito pubblico. Mantenere il primato del dollaro è una priorità per l’Amministrazione americana. Non è invece nei nostri interessi.
A proposito di “campioni europei”: a suo parere ne servirebbero anche nel risparmio gestito?
Certo, anche nel risparmio gestito ci vogliono operatori che ragionano con una prospettiva europea, incluso per quel che riguarda la composizione degli indici. Ricordiamoci che durante la crisi dell’euro i primi ad uscire erano gli investitori che non avevano capito il progetto di moneta unica. Se non abbiamo grandi operatori europei, quelli più piccoli si riducono a fare da distributori di prodotti americani. Alla faccia della sovranità europea.
Parlando di investimenti privati, il risparmio delle famiglie europee è considerato una risorsa preziosa. È favorevole a un’estensione degli investimenti nella cosiddetta “economia reale”?
Difficile pensare che le famiglie possano investire direttamente nell’economia reale, in capitale di rischio, senza far ricorso ai servizi degli intermediari specializzati, se non altro per diversificare il rischio. Oggi in Europa questo settore è dominato da gestori americani. Quelli europei sono troppo piccoli e frammentati per poter competere, diventando così dei distributori di prodotti altrui. Se si vuole che il risparmio europeo vada a finanziare l’economia reale bisogna favorire lo sviluppo di fondi di venture capital che accompagnino la crescita delle imprese sul continente, ed evitare che debbano emigrare.
Articolo tratto dal numero di We Wealth – settembre 2026

