Azioni o bond: il “gioco” del rischio vale ancora la candela?

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Uomo di spalle con valigetta, davanti a muro diviso con frecce opposte.

Negli Stati Uniti il rendimento implicito dell’S&P 500 è ormai quasi allineato a quello del Treasury decennale: il premio per sopportare volatilità, utili incerti e rischio di Borsa è sceso ai minimi da inizio millennio. Per Goldman Sachs, il rialzo dei rendimenti obbligazionari può diventare un freno al rally azionario.

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Perché comprare azioni, con tutta l’incertezza che le contraddistingue, quando si può avere la certezza della cedola di un titolo di Stato? La domanda è posta in modo elementare, ma non sono solo i piccoli risparmiatori a porsi il problema: anche le banche d’affari monitorano con interesse il vantaggio relativo, in termini di potenziale rendimento, nel confronto fra azioni e bond.

Il punto è che oggi questo premio è molto basso in termini storici. Negli Stati Uniti il premio per il rischio azionario, definito come la differenza tra l’earnings yield dell’S&P 500 e il rendimento del titolo “privo di rischio” per gli Usa, ossia il Treasury a dieci anni, si è praticamente azzerato. Prima del 2025, era successo qualcosa di simile solo nei primi anni Duemila, prima del crollo della new economy. Detta in termini più semplici, è da circa un quarto di secolo che il rischio intrinseco dell’azionario non viene remunerato così poco rispetto ai titoli di Stato considerati sicuri. Quindi, per tornare alla domanda iniziale: se la certezza della cedola rende quasi quanto l’incertezza del dividendo, perché rischiare?

Grafico azzurro mostra il premio per il rischio azionario S&P 500 dal 2001 al 2025.

Una parte di questo fenomeno è dettata dall’aumento dei rendimenti dei Buoni del Tesoro Usa, su cui gravano incertezze di lungo periodo legate alla centralità del dollaro e alla sostenibilità del bilancio federale americano. Elementi che rendono il Treasury meno “risk free” di quanto fosse percepito in passato. A fronte di queste incertezze, però, investitori e gestori possono cominciare a fare due calcoli: con un Treasury che paga circa il 4,5% lordo annuo, vale ancora la pena restare sulle azioni?

Il rischio correzione secondo Goldman Sachs

Secondo il chief global equity strategist di Goldman Sachs, Peter Oppenheimer, l’aumento dei rendimenti obbligazionari potrebbe rappresentare un ostacolo per ulteriori guadagni dell’azionario. Dopo anni di tassi d’interesse ultra-bassi, i rendimenti obbligazionari a lungo termine sono cresciuti in modo significativo. Come sottolinea il report di Goldman, “il rendimento del Treasury statunitense a 30 anni ha superato il 5%, raggiungendo il livello più alto dal 2007. I rendimenti dei bond con scadenze analoghe in Germania, Giappone e altri grandi mercati si collocano ora tra il 3,5% e il 6%”.

In Italia un Btp a 30 anni remunera circa il 4,5% lordo, per la verità non molto più di un anno fa: un segnale che conferma la fiducia dei mercati sulle finanze pubbliche del Paese.

Anche in Europa, come negli Usa, la domanda di capitale per finanziare nuovi investimenti pubblici è aumentata, soprattutto per infrastrutture critiche e difesa. A questo si sommano aspettative di inflazione ulteriormente inasprite dalla crisi energetica dovuta al blocco dello Stretto di Hormuz. Questi movimenti di mercato hanno portato la correlazione tra azioni e rendimenti obbligazionari a diventare negativa, osserva Goldman Sachs: le azioni sono salite mentre i prezzi dei bond sono scesi, dato che il prezzo dei bond diminuisce quando i rendimenti salgono.

Ed è così che il premio per il rischio di detenere azioni si è ridotto. “Se le interruzioni nelle forniture di petrolio proseguiranno nella seconda metà di quest’anno e le aspettative di inflazione saliranno ulteriormente, esiste un rischio concreto di un ostacolo per i mercati azionari”, scrive Oppenheimer.

“Sebbene i rendimenti obbligazionari siano in aumento, la velocità dell’aggiustamento è importante e potrebbe diventare un fattore di innesco per una correzione dell’azionario”, aggiunge. “Un forte aumento dei rendimenti obbligazionari rispetto ai livelli attuali rappresenta un ulteriore rischio significativo per gli investitori azionari”.

A invitare alla prudenza sono sia i comportamenti degli investitori istituzionali sia quelli dei piccoli trader. Dal sondaggio dei fund manager globali realizzato a maggio da Bank of America è emerso infatti un nuovo livello di liquidità sotto la soglia di guardia: 3,9%. Significa che, in caso di virata negativa dei mercati, i gestori avrebbero poche munizioni per comprare sui ribassi, che quindi potrebbero essere più forti qualora si verificasse un evento negativo capace di innescare vendite diffuse.

Sul fronte dei piccoli trader, invece, il Risk Appetite Indicator di Goldman Sachs Research ha raggiunto il livello più alto dal 2021. “Il crescente ottimismo si riflette anche nell’aumento della partecipazione degli investitori retail, in particolare negli Stati Uniti”, aggiunge Oppenheimer. Secondo le stime del trading desk della banca, i volumi di negoziazione retail sono aumentati del 28% da metà aprile.

Le due letture indicano una dinamica comune: investitori professionali e retail si trovano in una fase di forte propensione al rischio, con un ottimismo che storicamente può anticipare qualche forma di frenata.

La nuova mappa dei vincitori: meno duration, più asset reali

L’aumento dei rendimenti obbligazionari a lungo termine cambia anche il profilo delle imprese che tendono a fare meglio. Se in passato erano soprattutto le aziende orientate alla crescita a sovraperformare costantemente il mercato, oggi lo scenario appare meno lineare. “L’aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, che riflette una combinazione tra aumento del term premium e maggiori oneri legati al debito pubblico, ha ridotto il valore dei titoli growth a lunghissima duration, cioè società ad alta crescita da cui ci si attendono profitti consistenti in un futuro lontano”.

Anche le azioni più conservative e “simili ai bond” per profilo di rischio, titoli da cassettista, poco volatili, tendono a subire di più la concorrenza di rendimenti più elevati dei Buoni del Tesoro. La preferenza di Oppenheimer ricade, in questa fase, su titoli value più orientati alla crescita e su titoli growth dalla duration implicita meno lunga.

Domande frequenti su Azioni o bond: il “gioco” del rischio vale ancora la candela?

Qual è il dilemma principale affrontato dall'articolo riguardo azioni e obbligazioni?

L'articolo solleva il dubbio se valga ancora la pena investire in azioni, data la loro incertezza, rispetto alla certezza della cedola offerta dai titoli di Stato. Questo confronto è di interesse non solo per i piccoli risparmiatori ma anche per le banche d'affari.

Come viene descritto il premio per il rischio azionario nel contesto attuale?

Il premio per il rischio azionario, ovvero il rendimento aggiuntivo atteso dalle azioni rispetto a investimenti più sicuri, è attualmente molto basso in termini storici. Questo dato è evidenziato in particolare per il mercato statunitense.

Quali sono le indicazioni di Goldman Sachs riguardo al rischio di correzione?

L'articolo menziona 'Il rischio correzione secondo Goldman Sachs' come una delle intestazioni, suggerendo che la banca d'affari sta monitorando la possibilità di un calo dei mercati azionari.

Quali asset sono suggeriti nella 'nuova mappa dei vincitori' secondo l'articolo?

La 'nuova mappa dei vincitori' indica una preferenza per una minore 'duration' (sensibilità ai tassi d'interesse) e un maggiore investimento in 'asset reali'. Questo suggerisce una strategia orientata verso beni tangibili e meno esposti alle fluttuazioni dei tassi.

Perché le banche d'affari monitorano il confronto tra azioni e bond?

Le banche d'affari monitorano il confronto tra azioni e bond per valutare il vantaggio relativo in termini di potenziale rendimento. Stanno analizzando se il rendimento aggiuntivo offerto dalle azioni giustifichi il rischio maggiore rispetto ai titoli di Stato.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.