Per molti anni la promessa fantascientifica di mettere una fetta di portafoglio nello spazio — o meglio, nelle aziende focalizzate su questo settore — non ha prodotto miracoli: alti e bassi, senza mai strappare davvero, nel medio periodo, rispetto all’andamento dell’S&P 500. O almeno, questo è quanto si osserva dal lancio dell’S&P Kensho Space Index, nel giugno 2016, fino alla metà del 2024. Poi qualcosa cambia. Lo spazio cambia marcia, forse anche influenzato dai rumor sempre più insistenti sulla quotazione di SpaceX in Borsa. Negli ultimi 12 mesi arriva la consacrazione: una performance quasi cinque volte superiore a quella del mercato azionario americano, con un rialzo del 119% al 20 maggio 2026 contro il 25% dell’S&P 500.
Nel frattempo, il conto alla rovescia è partito ufficialmente per una delle quotazioni più attese di sempre. I documenti depositati alla Sec dalla compagnia spaziale di Elon Musk preparano il terreno all’Ipo di Space Exploration Technologies Corp., che ha chiesto la quotazione delle azioni ordinarie di classe A sul Nasdaq con il ticker SPCX. Il prospetto preliminare non indica ancora prezzo e dimensione definitiva dell’offerta, ma secondo le attese di mercato la raccolta potrebbe aggirarsi attorno agli 80 miliardi di dollari: una cifra che la renderebbe la più grande Ipo della storia, staccando nettamente Saudi Aramco, ferma a 26 miliardi nel 2019. Nel filing, Goldman Sachs figura come capofila dell’operazione insieme a Morgan Stanley, BofA Securities, Citigroup e J.P. Morgan.
Non solo SpaceX: le società spaziali già quotate
Per gli investitori, però, SpaceX non arriva in un vuoto di mercato. Attorno alla space economy esiste già un ecosistema di società quotate, molto diverse tra loro e spesso caratterizzate dalla volatilità tipica dei settori ad alta crescita. Tra i nomi più osservati c’è Intuitive Machines, specializzata in servizi lunari, payload delivery e infrastrutture per l’esplorazione della Luna, forte di un backlog da 1,1 miliardi di dollari. Rocket Lab è invece il caso più vicino all’immaginario SpaceX: offre servizi di lancio, veicoli spaziali, componentistica satellitare e software, con il razzo Electron tra i protagonisti del segmento dei piccoli lanciatori.
Più infrastrutturale è il profilo di Iridium Communications, attiva nelle comunicazioni satellitari globali per aviazione, marittimo, difesa ed emergenze. MDA Space rappresenta la componente più industriale della filiera, con attività in robotica, sistemi satellitari, geointelligence e osservazione della Terra. Sul fronte dei dati si colloca BlackSky Technology, che combina satelliti e analisi geospaziale per applicazioni in tempo reale, sempre più vicine a sicurezza nazionale, difesa e supply chain. Redwire, infine, presidia infrastrutture spaziali e tecnologie per aerospazio e difesa, mostrando quanto il confine tra spazio, AI, sicurezza e infrastrutture critiche sia ormai sempre più sottile.
Come fa guadagna SpaceX: Starlink, lanci e intelligenza artificiale
A giudicare dal filing depositato alla Sec, la società di Musk non vuole essere valutata solo come un produttore di razzi. Nel prospetto, SpaceX si presenta come un’infrastruttura integrata del futuro, costruita su tre segmenti: Space, Connectivity e AI. Il primo comprende Falcon, Dragon, Starship e i servizi di lancio; il secondo ruota attorno a Starlink; il terzo incorpora xAI, Grok, X e l’ambizione di costruire infrastrutture di calcolo per l’intelligenza artificiale, prima a terra e poi in orbita.
I numeri mostrano una società già enorme, ma ancora attraversata da una forte intensità di investimento. Nel 2025 SpaceX ha generato 18,7 miliardi di dollari di ricavi consolidati, con una perdita operativa di 2,6 miliardi e un Adjusted Ebitda di 6,6 miliardi. Nel primo trimestre 2026 i ricavi sono stati pari a 4,7 miliardi, con una perdita operativa di 1,9 miliardi e un Adjusted Ebitda di 1,1 miliardi.
Il cuore economico oggi è Starlink. Il segmento Connectivity ha prodotto nel 2025 11,4 miliardi di dollari di ricavi, 4,4 miliardi di utile operativo e 7,2 miliardi di Segment Adjusted Ebitda, beneficiando della crescita degli abbonati, dell’adozione enterprise e del miglioramento dell’efficienza della rete. Al 31 marzo 2026 SpaceX dichiarava circa 9.600 satelliti Starlink broadband e mobile in orbita bassa, 10,3 milioni di abbonati Starlink in 164 paesi, territori e mercati, oltre a servizi satellite-to-mobile su 7,4 milioni di dispositivi unici mensili in circa 30 paesi.
Il segmento Space, invece, è più importante strategicamente che per peso immediato nei ricavi. Nel 2025 ha generato 4,1 miliardi di dollari di ricavi, ma il prospetto precisa che i lanci dedicati ai satelliti Starlink non producono ricavi nel segmento Space: i costi vengono capitalizzati nella Connectivity e ammortizzati nel tempo. In altre parole, i razzi sono la leva industriale che consente a SpaceX di alimentare Starlink e, in prospettiva, l’infrastruttura AI orbitale.
Inoltre, all’inizio del 2026 Musk ha incorporato xAI in SpaceX, riorientando una parte importante del futuro dell’entità combinata verso lo sviluppo di data center in orbita, destinati a gestire la potenza di calcolo necessaria per l’intelligenza artificiale. Nel prospetto la società parla apertamente di orbital AI compute, cioè satelliti equipaggiati con capacità di calcolo AI, e afferma di aspettarsi i primi dispiegamenti già dal 2028.
“Ci si vuole svegliare la mattina e pensare che il futuro sarà grandioso, ed è proprio questo il senso dell’essere una civiltà spaziale”, ha detto Musk nel documento. “Significa credere nel futuro e pensare che il futuro sarà migliore del passato”.
Il rally dello spazio può aiutare l’Ipo
SpaceX arriva sul mercato con una storia di crescita eccezionale, ma anche con una struttura finanziaria ancora segnata da perdite, capex elevati e investimenti enormi su Starship, Starlink di nuova generazione e AI. Nel solo 2025 le spese in conto capitale sono state pari a 3,8 miliardi di dollari per il segmento Space, 4,2 miliardi per Connectivity e 12,7 miliardi per AI. Nel primo trimestre 2026 il capex dell’AI è stato di 7,7 miliardi, a conferma di quanto la nuova gamba legata a xAI stia cambiando il profilo del gruppo.
Non è un dettaglio secondario. Fino a non molto tempo fa, molti osservatori e vari ex dependenti della stessa azienda dubitavano che SpaceX fosse davvero pronta a quotarsi: la società era vista come un oggetto industriale troppo ambizioso, troppo legato alla visione di Musk e troppo impegnato in progetti di lungo termine per essere consegnato alla disciplina trimestrale dei mercati pubblici. La stessa SpaceX, per anni, aveva lasciato intendere che un approdo in Borsa avrebbe avuto senso solo a uno stadio molto più avanzato della missione marziana.
Il cambio di fase del settore in Borsa può aver modificato il calcolo. Se le azioni spaziali quotate hanno corso del 119% in un anno, battendo di quasi cinque volte l’S&P 500, l’Ipo di SpaceX può essere letta non soltanto come la causa del nuovo entusiasmo, ma anche come una conseguenza. La quotazione arriverebbe cioè nel momento in cui la Borsa è più disposta ad attribuire valore alla convergenza tra spazio, connettività, difesa, dati e intelligenza artificiale.
Da questo punto di vista, il timing appare quasi perfetto. SpaceX può presentarsi agli investitori non come una scommessa isolata su Marte, ma come il campione dominante di un settore che il mercato ha già cominciato a rivalutare. E può provare a raccogliere subito in emissione primaria il massimo possibile, prima che l’euforia venga messa alla prova dai numeri, dalla concorrenza e dai costi giganteschi della prossima frontiera: trasformare lo spazio non più in un’ispirazione fantascientifica, ma in un’infrastruttura economica quotata in Borsa.

