Nel 2026 la resilienza dei portafogli non sarà più una semplice aspirazione teorica, ma una condizione necessaria per affrontare un contesto di mercato frammentato e instabile. Volatilità elevata, incertezze geopolitiche e traiettorie divergenti delle politiche monetarie continueranno a mettere sotto pressione le strategie di allocazione tradizionali, imponendo agli investitori una riflessione più profonda sulla costruzione dei portafogli.
Sul fronte delle banche centrali, il quadro resta eterogeneo. In Europa, gli analisti ipotizzano una fase iniziale di pausa nei tagli dei tassi da parte della Bce, seguita – secondo le attese attuali – da un possibile rialzo verso la fine del 2026. Negli Stati Uniti, al contrario, le previsioni continuano a indicare un allentamento della politica monetaria, mentre l’attenzione del mercato resta concentrata sul futuro avvicendamento alla guida della Federal Reserve e sulle sue potenziali implicazioni.
Ma non è tutto. In un contesto segnato anche dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale e della spesa per la difesa, oltre agli effetti ancora in evoluzione dei dazi statunitensi, la diversificazione torna a essere una direttrice centrale nella costruzione dei portafogli. Ecco perché l’attenzione degli investitori dovrebbe spostarsi sempre più verso strumenti in grado di ridurre la dipendenza da dinamiche di mercato fortemente sincronizzate, tra cui gli asset non correlati, come sottolineano gli esperti di Jupiter Asset Management.
Perché la diversificazione resta centrale nel 2026
Gli ultimi anni hanno mostrato come le rotazioni di mercato siano diventate più frequenti e concentrate nel tempo. Quindi nulla esclude che potranno ripresentarsi anche nel 2026.
“Nel biennio 2024-2025, per esempio, un intero ciclo di mercato si è compresso in un periodo piuttosto breve. Dopo la forte performance dei Magnifici Sette nella seconda metà del 2024, il mercato ha assistito a un ritorno di interesse verso i titoli value, seguito da ulteriori rotazioni nel corso del 2025, anche in risposta a eventi politici e a dinamiche speculative”, spiega Amadeo Alentorn, head of systematic equities di Jupiter AM.
Oltre il 60/40: i limiti della diversificazione tradizionale
Queste frequenti rotazioni di mercato hanno messo in discussione l’efficacia dei modelli di allocazione più tradizionali. Oggi, la semplice combinazione di azioni e obbligazioni sembra non essere più sufficiente per garantire una protezione efficace in portafoglio.
“Negli ultimi anni la correlazione tra azioni e obbligazioni è cresciuta in modo significativo, riducendo i benefici della diversificazione. In questo contesto, strategie market neutral possono offrire una bassa correlazione rispetto alle asset class tradizionali, contribuendo a stabilizzare il profilo di rischio del portafoglio sia nelle fasi rialziste sia in quelle ribassiste”, aggiunge Alentorn.
Il nuovo equilibrio macro e le implicazioni per i portafogli
Il contesto macroeconomico continua a giocare un ruolo determinante nella costruzione dei portafogli. Nel corso del 2025, l’evoluzione della politica monetaria statunitense e le scelte spesso imprevedibili dell’amministrazione Trump hanno riportato i mercati in un clima di incertezza, alimentando una maggiore volatilità sulle principali asset class.
“Quest’anno l’eccezionalismo degli Stati Uniti si è notevolmente affievolito. Il Continente ha perso la capacità di crescere in modo più rapido rispetto alle altre principali economie e crediamo che questa tendenza possa proseguire anche nel 2026. Le cause di questo fenomeno sono legate ad alcune scelte dell’amministrazione statunitense, prima fra tutte l’annuncio dei dazi che, di fatto, hanno agito come una tassa aggiuntiva su consumatori e imprese indebolendo l’economia statunitense”, osserva Mark Nash, investment manager, Global Macro Solutions di Jupiter AM.
A un mercato del lavoro in stallo e una disoccupazione in aumento, si aggiungono le incognite legate alle prossime possibili mosse della Fed. Dopo il recente taglio di 25 punti base, gli analisti attendono un maggior allentamento della politica monetaria nel prossimo anno. Questo impone agli investitori una rivalutazione delle proprie strategie.
“Con un’economia che necessita ancora di sostegno, i rendimenti obbligazionari potrebbero scendere e il dollaro statunitense indebolirsi strutturalmente. In questo contesto, asset come l’oro e i mercati emergenti possono offrire una protezione alternativa del capitale e contribuire a ridurre la correlazione complessiva del portafoglio”, continua Nash.
Il ruolo degli asset non correlati in portafoglio
Alla luce dello scenario delineato, l’inserimento di asset non correlati può rappresentare un elemento chiave nella costruzione di portafogli più resilienti. Si tratta di strumenti la cui performance tende a seguire dinamiche differenti rispetto ai mercati tradizionali, contribuendo a ridurre la volatilità complessiva e a rendere più stabile il profilo rischio-rendimento, senza necessariamente compromettere le prospettive di performance.
“Quando un asset registra una performance debole, un altro asset non correlato può mantenersi stabile o addirittura avere buone performance. Questo meccanismo contribuisce a rendere più regolare l’andamento del portafoglio. Per questo la volatilità complessiva del portafoglio dovrebbe risultare inferiore rispetto a quella delle singole componenti”, spiega Ned Naylor-Leyland, investment manager, Gold & Silver di Jupiter AM.
Oro: asset non correlato o riserva strategica?
Tra gli asset spesso considerati non correlati rientrano anche i metalli preziosi, in particolare l’oro, che nel 2025 ha registrato performance rilevanti e attirato un’attenzione crescente da parte degli investitori. Una classificazione che, tuttavia, richiede alcune precisazioni, soprattutto alla luce del legame tra il prezzo dell’oro e l’andamento dei tassi reali.
“Il prezzo dell’oro tende a muoversi in senso inverso rispetto ai tassi reali, ossia ai rendimenti obbligazionari corretti per l’inflazione. Quindi, ipotizzando ulteriori tagli dei tassi da parte della Fed nel 2026, ci sarebbe un effetto positivo per l’oro, a seguito di una riduzione dei tassi reali”, aggiunge Naylor-Leyland.
Da sempre l’oro funge da riserva di valore, comportandosi in modo diverso rispetto ad azioni e obbligazioni, anche in contesti di mercato caratterizzati da instabilità e tensioni geopolitiche.
Stando al report pubblicato dal World Gold Council, negli ultimi tre anni il metallo giallo è stato al centro di un corposo approvvigionamento da parte delle banche centrali che hanno scelto di ampliare le proprie riserve di oro per beneficiare delle sue ottime performance, della sua abilità di diversificazione e della capacità di offrire una protezione maggiore contro l’inflazione.
“Come ha confermato anche Mike Wilson, CIO di Morgan Stanley, scegliere un portafoglio con una struttura 60/20/20 – in cui un 20% rappresenta la componente mineraria – piuttosto che un tradizionale 60/40 può offrire maggior riparo dall’inflazione agli investitori globali”, conclude Naylor-Leyland.

