Le aziende temono sempre di più i rischi legati al clima – il 76% quelli di transizione e il 75% quelli fisici – ma il 96% non ha ancora un piano completo per affrontarli. E mentre il mercato si interroga sulla capacità reale di gestire l’emergenza climatica, gli indici climatici accelerano: +17,03% tra il 2020 e il 2025, con una volatilità più bassa dei benchmark tradizionali. In questo contesto di urgenza e pragmatismo crescente si è inserito il Salone Sri 2025 alla Borsa Italiana, dove la finanza sostenibile ha cambiato tono: meno ideale, più concreta.
La conferenza “Clima e investimenti di transizione: cosa succede ora, cosa succederà in futuro?”, moderata da Elena Bonanni di ET.Group, ha riunito tre prospettive che compongono il nuovo capitalismo della transizione: Morningstar Indexes, con la lettura dei dati globali e delle performance; Dpam, che porta l’esperienza dell’investimento attivo e dell’engagement; e Unipol Gruppo, che interpreta la sostenibilità dal punto di vista dell’assicuratore e investitore istituzionale.
Il tempo dell’intenzione è finito
La sensazione comune è che la sostenibilità abbia smesso di essere un linguaggio aspirazionale per diventare un’infrastruttura economica. Come ha detto Margaret Stafford, Associate Director of product management di Morningstar Indexes, “la transizione non è più solo un tema etico, ma un indicatore di efficienza economica. I portafogli che gestiscono attivamente il rischio climatico tendono a mostrare maggiore resilienza e stabilità”.
Questa affermazione riassume il punto di svolta: l’Esg, dopo anni di narrativa valoriale, entra nella stagione della misurabilità, della standardizzazione e – soprattutto – della redditività.
Sfdr 2.0: meno burocrazia, più sostanza
Il cuore normativo della transizione europea batte sul terreno della Sfdr 2.0, la revisione del regolamento sulla finanza sostenibile che, come anticipato da Stafford e approfondito da Gerrit Dubois, Sri specialist di Dpam, promette una semplificazione radicale.
Tre categorie uniche sostituiranno gli attuali articoli 6, 8 e 9: sustainable, transition e other Esg products. Gli obblighi di disclosure saranno ridotti, con focus su indicatori chiave di sostenibilità (Kpi) e la cancellazione delle dichiarazioni Principal Adverse Impact a livello di entità.
L’obiettivo è rendere il sistema più leggibile, sia per gli asset manager sia per gli investitori finali, senza indebolire la trasparenza. Secondo Stafford, “il vero valore della revisione è nella chiarezza: permettere a ogni strategia di essere compresa e confrontata, liberando risorse analitiche e tempo manageriale per la sostanza, non la compliance”.
Per il wealth management, questo significa un’opportunità doppia. Da un lato, un mercato regolato con criteri più netti riduce l’ambiguità comunicativa. Dall’altro, spinge verso una personalizzazione più sofisticata delle strategie Esg, in linea con la domanda dei clienti Hnw che cercano coerenza tra impatto, rendimento e rischio.
La critica costruttiva di Dpam: “Non una bacchetta magica”
Nel suo intervento, Gerrit Dubois ha definito la Sfdr 2.0 “una riforma necessaria, ma non una silver bullet”. Le sue slide, dense di dati, hanno mostrato la complessità del momento regolamentare.
Da un lato, il 76% delle imprese analizzate da Dpam dichiara di attendersi un impatto negativo dai rischi di transizione; il 75% teme danni dai rischi fisici legati al cambiamento climatico. Eppure, il 96% delle stesse aziende non possiede ancora un piano di transizione completo, e solo il 35% ha elaborato un piano di adattamento climatico. È una fotografia che misura la distanza tra consapevolezza e azione.
Dubois osserva che “la regolamentazione può orientare, ma non sostituire la governance interna delle imprese. Il vero salto di qualità sarà nella capacità di tradurre obblighi formali in trasformazione industriale reale”.
A rendere più complesso il quadro, le slide Dpam mostrano anche una possibile riduzione del perimetro Csrd (Corporate sustainability reporting directive). Se passasse la proposta della Commissione europea, il numero di imprese obbligate a rendicontare passerebbe dalle attuali 46.450 a circa 15.000: un taglio del 66%. Questo restringimento del campo potrebbe ridurre la quantità di dati disponibili proprio quando gli investitori istituzionali ne hanno più bisogno per misurare l’esposizione ai rischi climatici.
Secondo Dubois, “meno reporting significa meno accountability. E meno accountability significa più rischio percepito, soprattutto per chi, come gli asset manager attivi, fonda le proprie decisioni sull’analisi comparativa dei dati Esg”.
Il dilemma della qualità del dato
La ricerca Dpam mostra che il 95% delle società fornisce un livello di assurance “limitato” sulle proprie dichiarazioni di sostenibilità; solo il 5% offre una verifica “ragionevole”. Inoltre, il 99% dei report analizzati non include qualified conclusions, ovvero verifiche approfondite e certificate. In altre parole, la qualità del dato Esg resta ancora un anello debole.
Per un investitore istituzionale o un wealth manager, ciò significa che la “due diligence di sostenibilità” non può basarsi solo su dati dichiarativi, ma deve essere rafforzata da modelli proprietari di analisi e da engagement diretto con le imprese.
È in questa direzione che Dpam ha costruito la propria strategia: la “Climate transition at Dpam” si articola su tre livelli di azione – disclosure aziendale, engagement azionario e dialogo tra asset owner e asset manager – con un approccio sistemico alla stewardship.
Dubois lo definisce “un ecosistema della transizione”: una rete di responsabilità condivise tra chi investe, chi emette e chi regola.
Morningstar Indexes: la transizione come leva di performance
A livello globale, il contributo di Morningstar Indexes ha evidenziato una dinamica che interessa direttamente il wealth management: la convergenza tra rendimento e decarbonizzazione.
Gli indici Morningstar Developed Markets Low Carbon Transition Leaders hanno registrato un rendimento medio del 17,03% nel periodo 2020-2025, con un excess return di +1,64% rispetto al benchmark di mercato. Il rapporto rischio-rendimento (Sharpe ratio) si è attestato a 0,88, con una volatilità standard del 14,04%.
In parallelo, l’intensità di carbonio media dei portafogli è scesa a 801,56 tonnellate di CO₂ equivalente per milione di euro investito, contro le oltre 1.165 dei portafogli “tradizionali”. La quota media di esposizione ai combustibili fossili si è ridotta al 7,4%, mentre i fondi Paris-Aligned sono scesi al 3%.
Il messaggio è netto: i portafogli climatici non solo non penalizzano il rendimento, ma offrono migliore resilienza nei drawdown (massimo ribasso -13,91% contro -15,71% del benchmark) e un up-capture ratio del 105,9%, segno che sovraperformano nelle fasi di rialzo di mercato.
Per il wealth management, questo significa che l’investimento “low carbon” sta diventando un elemento strutturale di costruzione del portafoglio, non un’opzione decorativa.
La domanda istituzionale: readiness e capitale
Secondo la ricerca Morningstar Voice of the Asset Owner 2025, il 73% degli investitori istituzionali globali considera la climate transition readiness la priorità ambientale più rilevante nelle decisioni di investimento. Seguono la gestione energetica e i rischi fisici associati al cambiamento climatico.
Nel Regno Unito e in Canada oltre il 70% degli asset owner misura già l’impronta di carbonio dei propri portafogli; in Germania la percentuale è del 64%, in Francia del 59%, mentre negli Stati Uniti scende al 47%.
A livello europeo, i fondi climatici hanno raggiunto un patrimonio di oltre 750 miliardi di dollari, secondo dati Morningstar, con l’Europa che concentra più del 60% del totale globale. Il 52,9% di questi fondi è classificato come Articolo 8 Sfdr, il 30,6% come Articolo 9, mentre il 16% resta inquadrato come “non applicabile”.
I flussi netti nei fondi climatici hanno superato i 30 miliardi di dollari nel primo semestre 2025, invertendo il trend di deflussi registrato nel 2023. Il dato interessante è che i fondi di climate transition – focalizzati sull’evoluzione dei business model industriali – crescono più rapidamente dei fondi pure green (green bond, clean energy), segno che il mercato privilegia l’adattamento progressivo rispetto alla “purezza” tematica.
La prospettiva italiana: sostenibilità industriale, non ideologica
A portare la discussione su un piano più concreto è stato Luca Giordano, head of corporate social responsibility di Unipol Gruppo. Il suo intervento, in inglese, ha colpito per la semplicità e la chiarezza di tre concetti chiave.
1. La Sfdr trasforma la sostenibilità in un processo industriale
Primo: la Sfdr ha avuto il merito di industrializzare la sostenibilità. “Grazie alla Sfdr – ha spiegato Giordano – siamo passati da un approccio culturale a un approccio industriale. Abbiamo reso i processi interni scientifici, strutturati, basati su metriche e risk management. La sostenibilità è ora parte integrante del nostro modo di fare impresa.”
In altre parole, la regolamentazione, pur con tutti i suoi difetti, ha costretto gli operatori a dotarsi di sistemi, dati e governance adeguati. Ha trasformato la sostenibilità da narrativa reputazionale a processo produttivo.
2. “Non chiediamo meno regole, ma regole migliori”
Secondo: la critica al concetto di “onere amministrativo”. Giordano ha dichiarato di non condividere la lamentela diffusa sul peso burocratico delle normative ESG. “Siamo una grande organizzazione – ha detto – con responsabilità verso la società, i clienti e i cittadini. Non chiediamo meno regolazione, chiediamo una regolazione migliore. Il problema non è la quantità, ma la qualità delle regole”.
3. La redditività sostenibile come leva per gli assicuratori
Terzo: l’importanza della redditività sostenibile. Dal punto di vista di un assicuratore, che gestisce passività di lungo periodo e deve garantire remunerazione e protezione, la sostenibilità non è un costo, ma un moltiplicatore di rendimento.
“I nostri policyholder ci affidano denaro per vent’anni – ha ricordato Giordano – e chiedono due cose: sicurezza e remunerazione. La sostenibilità serve proprio a questo: ridurre il rischio e garantire rendimento stabile nel tempo. Non ci sono due obiettivi in conflitto, ma una complementarità”.
Transition fund: la nuova frontiera della trasformazione industriale
In questa logica, Unipol accoglie con favore la nascita della nuova categoria di “transition fund”, che amplia il ventaglio dei progetti finanziabili e consente di convogliare risorse verso aziende impegnate nella trasformazione. “Questi strumenti – ha aggiunto – possono favorire la riconversione industriale e al tempo stesso garantire ritorni sostenibili per i nostri assicurati”.
Un equilibrio nuovo tra etica e rendimento
L’intervento di Unipol si collega a quello di Morningstar e Dpam in un punto essenziale: la sostenibilità deve diventare una leva di valore economico, non un’etichetta.
Nel linguaggio della consulenza patrimoniale, questo significa integrare i fattori Esg nel processo di asset allocation come elementi di efficienza del portafoglio, non come limitazioni etiche.
La correlazione tra performance e qualità della gestione climatica è ormai dimostrata empiricamente. I portafogli allineati a benchmark climatici come i Paris Aligned Benchmarks mostrano una volatilità inferiore di 150-200 punti base rispetto ai mercati sviluppati, un beta medio di 0,99 e una correlazione lineare positiva con la stabilità dei flussi di cassa societari.
La gestione del rischio climatico si traduce così in una gestione del rischio finanziario: minore esposizione a shock regolamentari, migliore prevedibilità dei costi di capitale, maggiore attrattività per gli investitori istituzionali.
Il wealth management nel nuovo scenario climatico
Per i professionisti del wealth management, l’impatto di questa evoluzione è profondo.
La transizione climatica cambia la logica stessa della consulenza. I portafogli devono essere progettati per resistere non solo ai cicli economici, ma anche ai cicli climatici e normativi.
Le due diligence ESG diventano parte integrante dei processi di selezione. L’analisi dei dati non finanziari entra nei modelli di rischio-rendimento, e la capacità di leggere gli indici climatici diventa una competenza core per consulenti e private banker.
Nel 2025, secondo Morningstar, oltre il 60% dei wealth manager europei ha introdotto metriche di carbon footprint nei portafogli modello, e il 45% utilizza benchmark climatici nei mandati discrezionali.
La “transizione” non è più un tema tematico: è una asset class trasversale.
Il capitale privato come leva della transizione
Una parte crescente del capitale necessario alla decarbonizzazione proviene dal settore privato. Secondo dati PitchBook citati da Morningstar, gli investimenti in climate tech nel private equity e venture capital hanno raggiunto 97 miliardi di dollari nel 2024, con un Cagr del 28% rispetto al 2020.
Le opportunità si concentrano su tre aree: efficienza energetica industriale, mobilità elettrica e gestione circolare delle risorse. Questi trend, già visibili nei portafogli dei principali family office europei, stanno creando un terreno comune tra impatto e rendimento.
Per i wealth manager italiani, la sfida è duplice: da un lato, selezionare veicoli affidabili e trasparenti; dall’altro, educare gli investitori alla comprensione dei rischi e delle metriche climatiche, superando la percezione di complessità che spesso accompagna l’Esg investing.
La nuova grammatica della sostenibilità
Dopo un decennio di esperimenti, la finanza climatica entra nella fase della disciplina. Le parole chiave non sono più “valore etico” o “responsabilità sociale”, ma efficienza, misurabilità e accountability.
Morningstar porta i dati e le evidenze di mercato. Dpam introduce la dimensione della stewardship e della qualità del dato. Unipol, infine, aggiunge la prospettiva industriale e assicurativa, ricordando che la sostenibilità è sostenibile solo se genera valore per i clienti.
Il messaggio comune è chiaro: la transizione climatica è il nuovo linguaggio della finanza. Non è più un obiettivo esterno al rendimento, ma il suo fondamento.
E nel panorama competitivo europeo, i wealth manager che sapranno tradurre questo linguaggio in scelte d’investimento concrete – misurabili, performanti e trasparenti – saranno quelli in grado di costruire non solo portafogli resilienti, ma relazioni di fiducia durature con una nuova generazione di investitori consapevoli.

