Collina dei Ciliegi, la sfida (vinta) di un rosso travestito da bianco

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È il primo vino rosso del progetto vitivinicolo “Supervalpantena” e si chiama “Prea Rosso Verona IGT 2021”. È frutto del lavoro meticoloso, paziente e rigoroso di una squadra italofrancese di agronomi, enologi, esperti. E della visione di un imprenditore, Massimo Gianolli, che del “cuore, l’occhio e la volontà” ha fatto la sua guida

Indice

Il vino rosso “gemello del bianco” di Collina dei Ciliegi

La volontà di fare «un grandissimo vino», la scelta di avvalersi dei migliori professionisti, «di quelli che con gli stivaloni vanno nel terreno», la benedizione di un terreno «preso per caso», argilloso, cretacico, «buono sia per il bianco che per il rosso», a 700 metri di altezza. Un’indole inclusiva e comunitaria. Il coraggio di non seguire le convenzioni. E la paziente saggezza di attendere, senza fretta, il frutto del proprio investimento. Si sta parlando del vino Prea Rosso Verona IGT 2021, fresco debuttante a inizio ottobre 2025 in casa Collina dei Ciliegi, sotto gli occhi “paterni” del suo presidente Massimo Gianolli.

Un uomo in abito grigio, con barba e microfono in testa, siede a un tavolo e sorride con le mani giunte. Sullo sfondo sono visibili delle tende marroni e parte di un'altra persona, oltre a una bottiglia di Collina Ciliegi Rosso.
Massimo Gianolli (anche in apertura). Tutte le foto sono cortesia Collina dei Ciliegi

Alle origini del rosso de La Collina dei Ciliegi

La prima produzione de La Collina dei Ciliegi risale al 2005 (immissione sul mercato, 2010). Nel 2016, analizzando con l’esperto Christian Roger i vini sino a quel momento prodotti nella località di Erbin, a Grezzana nel veronese, si fa strada in Massimo Gianolli la convinzione che la Collina dei Ciliegi, con la particella Prea, potesse intraprendere «un nuovo e innovativo progetto vitivinicolo anche spingendo la ricerca enologica al di fuori dei confini della DOC». A tal fine Roger propone di coinvolgere fin da subito i due scienziati del terroir Lydia e Claude Bourguignon, agronomi di fama internazionale».

Una donna anziana con i capelli grigi parla al microfono a un tavolo apparecchiato con bottiglie di vino Collina Ciliegi Rosso e bicchieri vuoti, mentre due uomini anziani siedono vicino ad ascoltare. L'ambiente sembra essere al chiuso, forse durante una degustazione di vini o una tavola rotonda.
Da sinistra a destra, Christian Roger, Lydia e Claude Bourguignon

Gianolli riconosce subito nei due studiosi «il cuore, l’occhio e la volontà» che tanto ispirano la sua visione imprenditoriale. «Sono ciò che ho trovato nei grandissimi professionisti (a Roger e ai Bourguignon si unisce l’enologo Paolo Posenato, ndr), di cui mi sono circondato in questo viaggio. Non solo competenze elevatissime, ma anche umanità». Gli esperti «con gli stivaloni» mettono letteralmente le mani nel terreno, procedono al necessario carotaggio («13 buchi, specifica Lydia Bourguignon), agli opportuni test in situ e alle analisi di laboratorio per comprendere se il suolo è in sofferenza idrica, le sue caratteristiche, il clima. Si capisce che l’appezzamento Prea è «un terreno degno di un grande progetto», prosegue Gianolli. È un terreno cretacico, organicamente di ottima qualità, aerato e non compresso, «che lascia agio alle radici di penetrarvi, senza dimenticare un grande asset italiano: il sole», aggiunge Lydia.


Primo piano di una persona che versa il Collina Ciliegi Rosso da una bottiglia in un bicchiere inclinato tenuto da un'altra persona, con un tovagliolo avvolto intorno alla bottiglia, su uno sfondo elegante e poco illuminato.

Dal “paradiso” alle analisi scientifiche

Il luogo in cui nascono i vini Prea è per Gianolli «il paradiso». L’imprenditore racconta di aver voluto avere la certezza che un grande vino in quel luogo si potesse fare, e di averla avuta grazie agli esperti di cui si è circondato. «Sapevo dove volevo arrivare, ma non avevo la mappa per farlo. Loro me l’hanno data, a patto che io accettassi tutti i passaggi necessari. Li ho accettati». Gli esperti al tavolo del Club Duomo 18, in cui si tiene la presentazione del nuovo rosso de La Collina dei Ciliegi, lo affermano in coro: «Massimo fin da subito è stato chiaro sul voler fare “un grandissimo vino”». Afferma il presidente: «Non c’è speculazione: mio padre acquistò questo terreno nel 1970, perché era vicino a casa, senza avere idea di cosa acquistasse; e io ho una pazienza infinita nello stare dietro al progetto».


Due bicchieri da vino e una bottiglia trasparente si trovano su un tavolo accanto a due bottiglie di vino Pica e di Collina Ciliegi Rosso, con figure sfocate in giacca e cravatta sullo sfondo.

Fa sorridere oggi pensare che “Prea” in dialetto veronese volesse dire “pietra”, a testimonianza della “sfiducia produttiva” di cui tradizionalmente era stato oggetto l’appezzamento, la cui erba non si riteneva «buona nemmeno per un mulo», ricorda Gianolli.

L’analisi della stratigrafia di questi suoli dell’alta Valpantena conferma che i terreni non soltanto sono di origine cretacica (143-66 milioni di anni fa, coevi dei dinosauri), ma anche mai lavorati in modo intensivo. Una caratteristica che li rende ricchissimi di sostanze come calcare attivo e magnesio, «particolarmente vocati, in determinate parcelle, per la produzione di vini bianchi».

Uve italiane

I Bourguignon confermano che i migliori “estrattori di terroir” erano proprio i vitigni autoctoni. Nel caso di specie, la Garganega (bacca bianca) e la Corvina (bacca rossa). Dichiarano di prediligere portainnesti più orientati alla qualità che alla vigoria e alla produttività; e che l’irrigazione dovesse essere prevista solo e unicamente a titolo di “soccorso”. Inoltre danno «chiare indicazioni affinché i nuovi impianti non fossero preceduti da attività di movimento terra, scassi e terrazzamenti che avrebbero determinato l’alterazione degli equilibri di un territorio unico, rispettando così l’orografia originaria e la profilazione stratigrafica dei terreni, permettendo alla vite nel tempo di penetrare con le radici gli interstizi della roccia calcarea fissurata tipica del luogo».

La scelta delle uve è ricaduta per lo più su varietà autoctone come Corvina, Teroldego, Garganega.

Si arriva al Prea Rosso IGT 2021 La Collina dei Ciliegi

La particella Prea si rivela un vero e proprio haut-lieu, racconta Lydia, straordinario in tutti i sensi. «In Francia si dice che è impossibile fare un grande vino rosso da un terroire di vino bianco, ma che si può produrre un grande vino bianco da un terroire di vino rosso. Nel caso della Valpantena questo detto è stato sconfessato: il terreno va bene per entrambe le tipologie di vino». Chiediamo alla dottoressa Bourguignon che cosa si intenda esattamente con il termine tanto abusato di “terroir”: «Suolo, composizione del terreno, topografia, clima, flora. È tutto l’ecosistema».

Dal termine delle analisi in poi si fa tutto il possibile per dare la massima espressione ai vini che verranno: il Prea Bianco IGT 2022 (due anni di affinamento tra cemento e anfore di ceramica) e il Prea Rosso IGT 2021, che La Collina dei Ciliegi ha ora presentato. Le uve di questo vino, una volta vendemmiate, vengono diraspate e trasportate in vasche di cemento dove avviene la fermentazione per circa 10 gg. Alla svinatura segue la malolattica sempre in vasche di cemento. Quindi, il trasferimento per l’affinamento in botti di rovere e in tonneaux di rovere francese. Una piccola partita è affinata solo in anfora di terracotta. Questa prima fase di affinamento ha durata di 24 mesi. Una volta terminato l’affinamento in legno e anfora, il vino trascorre un anno nelle vasche di cemento prima dell’imbottigliamento.


Una persona in abito bianco tiene in mano un bicchiere di vino bianco, visto da dietro, con bottiglie sfocate - tra cui Collina Ciliegi Rosso - sullo sfondo.

Due “gemelli eterozigoti”

La critica già parla di “un vino rosso travestito da bianco” e di “un bianco travestito da rosso”. Due vini che hanno potenza e struttura e al contempo finezza, con un finale di lunghissima eleganza. In entrambi si sente molto il territorio, i suoi quasi 700 metri d’altitudine, il magnesio, ossia una componente sapida, salina che rende il Prea Bianco IGT e il Prea Rosso IGT 2021 de La Collina dei Ciliegi due “gemelli eterozigoti” (Massimo Gianolli concorda con la definizione), i primi di quella che ha tutte le premesse per essere una produzione longeva.

Domande frequenti su Collina dei Ciliegi, la sfida (vinta) di un rosso travestito da bianco

Qual è la filosofia alla base della produzione del vino rosso de La Collina dei Ciliegi?

La filosofia si basa sulla volontà di creare un 'grandissimo vino' attraverso la collaborazione con professionisti esperti e la valorizzazione di un terreno argilloso e cretacico a 700 metri di altezza. Si enfatizza un approccio inclusivo, comunitario e il coraggio di discostarsi dalle convenzioni, con una paziente attesa per il frutto maturo.

Quali sono le caratteristiche del terreno che favoriscono la produzione di questo vino?

Il terreno è descritto come argilloso e cretacico, situato a 700 metri di altezza, e si è rivelato adatto sia per la produzione di vini bianchi che rossi. Questa benedizione del terreno, preso 'per caso', è un elemento chiave per la qualità del vino.

Quali uve vengono utilizzate per produrre il Prea Rosso IGT 2021 La Collina dei Ciliegi?

L'articolo menziona specificamente 'Uve italiane' come componente fondamentale per la produzione del Prea Rosso IGT 2021 La Collina dei Ciliegi. Non vengono specificati ulteriori dettagli sulle varietà di uve italiane impiegate.

Come viene descritta la relazione tra il vino rosso e il suo 'gemello bianco'?

Il vino rosso viene definito il 'gemello del bianco' di Collina dei Ciliegi, suggerendo una stretta parentela o un'analogia nella loro produzione o caratteristiche. L'articolo parla di 'Due gemelli eterozigoti', indicando una somiglianza con differenze intrinseche.

Quali passaggi sono stati intrapresi per raggiungere la produzione del Prea Rosso IGT 2021 La Collina dei Ciliegi?

Il percorso ha incluso la volontà di fare un 'grandissimo vino', la scelta dei migliori professionisti del settore e la benedizione di un terreno particolarmente vocato. Il processo ha richiesto pazienza e saggezza nell'attendere il momento giusto per il raccolto.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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