Junkfood e mercati: è inziato un nuovo periodo di detox?

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Un primo piano di un bidone della spazzatura pieno di rifiuti di fast food. Gli oggetti visibili includono un bicchiere di soda schiacciato di Carmignac Investimenti con strisce rosse e un logo riconoscibile, scatole di pizza e sacchetti di carta marrone. La scena trasmette un senso di disordine e spreco urbano.

pressioni normative, cambiamenti nelle abitudini dei consumatori e nuovi paradigmi di investimento: riuscirà il settore del food a reinventarsi?

Febbraio è iniziato e come ogni anno molti investitori stanno affrontando anche i primi mesi del 2025 in regime di dieta, cercando di equilibrare gli eccessi di pietanze e dolci che hanno accompagnato le festività natalizie adottando abitudini alimentari più salutari. Tuttavia, le recenti performance di alcuni colossi dell’industria alimentare, suggeriscono che il trend verso una maggiore attenzione alla salute non sia solo un fenomeno stagionale.

Come evidenziato da Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac, “per le aziende il cui modello di business consiste nell’acquisto di materie prime e nella vendita di un marchio riconoscibile, la situazione è complessa”.

Il settore, infatti, è chiamato a rispondere con nuove strategie, tra regolamentazioni più severe, nuove preferenze dei consumatori e pressioni economiche che stanno ridisegnando le dinamiche di crescita, quali saranno le prospettive future per gli investitori?

L’impatto delle regolamentazioni e le sfide per i produttori

L’industria alimentare si trova innanzitutto dinnanzi a un problema normativo. Negli Stati Uniti, l’FDA (Food and Drug Administration) ha adottato una posizione più rigida sull’etichettatura degli alimenti, e l’avanzamento della normativa “TRUTH in Labelling Act” suggerisce una crescente attenzione alla qualità e alla trasparenza dei prodotti alimentari.

Secondo i dati riportati da Carmignac, gli alimenti ultraprocessati rappresentano oggi il 60% dell’apporto calorico giornaliero medio di un americano, dato che tuttavia è destinata a cambiare sotto la spinta delle istituzioni e della crescente consapevolezza dei consumatori.

“Sebbene sia improbabile che la domanda a breve termine possa cambiare – osserva Thozet – l’evoluzione e l’inasprimento dell’assetto normativo e il cambiamento culturale verso una maggiore consapevolezza riguardo alla salute, nel lungo periodo potrebbero rappresentare un fattore negativo per le aziende del settore”.

L’effetto dei nuovi paradigmi di consumo sui mercati

Se la percentuale di alimenti ultraprocessati consumati dalle famiglie americane dovesse ridursi ai livelli europei, come in Francia o Germania (dove si attesta attorno al 40%), le prospettive di crescita dei grandi gruppi alimentari ne risentirebbero notevolmente. Secondo stime di Carmignac, una riduzione del consumo di questi prodotti potrebbe comportare una decelerazione della crescita delle vendite del settore dall’attuale 2,5% annuo a circa l’1%.

Parallelamente, le aziende sono costrette a rivedere le proprie strategie produttive. “Le alternative agli ingredienti processati risultano mediamente più costose del 10% – osserva Thozet – un fattore critico in un contesto economico in cui i consumatori sono particolarmente attenti all’inflazione. Inoltre, il costo sociale del consumo di junk food, stimato attorno al 3% del PIL globale, potrebbe indurre ulteriori interventi normativi e fiscali per compensare gli effetti negativi sulla salute pubblica”.

Anche l’avvento di farmaci GLP-1, in grado di ridurre l’appetito e quindi il consumo di determinati alimenti, sta generando ulteriori incertezze nel mercato. Alcuni studi indicano che i consumatori di questi farmaci potrebbero ridurre del 30% la loro spesa nei negozi di alimentari e addirittura del 70% la spesa per fast food, dolciumi e bibite.

La trasformazione del settore tra innovazione e fusioni

Nel tentativo di adattarsi a queste sfide, diverse aziende, soprattutto europee, stanno ridefinendo le proprie strategie di business. Unilever, ad esempio, ha progressivamente spostato il focus dai prodotti alimentari ai settori dell’igiene e della cura della persona, che ora rappresentano il 25% delle sue vendite. Nestlé, invece, ha puntato su segmenti in forte crescita come il caffè e il pet food, che costituiscono il 20% del fatturato dell’azienda con un tasso di crescita annuo del 10%.     

Ma non è tutto. Nel settore agro-alimentare si assiste infatti anche a un fenomeno di polarizzazione della spesa dei consumatori. “Esiste infatti un legame diretto tra la qualità degli alimenti e i livelli di reddito – spiega Thozet – e i consumatori, inoltre, sono sempre più consapevoli degli effetti nocivi degli alimenti ultraprocessati, ma non tutti possono permettersi di acquistare alternative più sane”.

I retailer di fascia alta, come Costco e Amazon, continuano a performare bene grazie alla maggiore disponibilità economica dei loro clienti, mentre i discount, come Dollar General e Dollar Tree, affrontano pressioni più significative.

Le implicazioni per gli investitori

Il mercato azionario riflette queste dinamiche. Secondo Bloomberg, negli ultimi tre mesi il settore dei beni di prima necessità ha registrato una sottoperformance rispetto a quello dei beni di consumo discrezionali, anche a causa del ridimensionamento dei timori di una recessione economica. Le aziende alimentari più esposte alle sfide normative e ai rischi legati alla malnutrizione hanno subito le maggiori contrazioni di valore.

“In un simile contesto, con una crescita organica improbabile, la strategia delle aziende di produzione alimentare si orienta verso l’efficienza dei costi e la ricerca di espansione verso l’esterno attraverso accordi e sinergie dovute dalle fusioni”.

Nel settore si osserva inoltre un crescente numero di fusioni e acquisizioni, una strategia chiave per mantenere la competitività. Mondelez e Hershey si stanno consolidando nel comparto dolciario, mentre Post Holdings e Lamb Weston hanno rafforzato la propria presenza nei prodotti surgelati a base di patate. Queste operazioni, secondo gli analisti di Carmignac, potrebbero intensificarsi nel 2025.   

In conclusione

“Considerato che alcuni retailer di generi alimentari premium scambiano a prezzi record e a valutazioni senza precedenti – nonostante i margini relativamente bassi – e che le principali aziende del settore food and beverage si trovano ad affrontare molteplici venti contrari, preferiamo evitare i titoli del settore alimentare e della distribuzione a favore delle società di beni di consumo con un’esposizione ai prodotti per la cura della casa e della persona. Quando il cibo spazzatura e i mercati finanziari entrano in collisione, la nostra salute e i nostri portafogli rischiano di pagare un prezzo elevato. Manteniamo una certa cautela sul settore”.

di Antonio Murtas

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Bocconi di Milano. Ha scritto per We Wealth di private insurance, asset management, private banking e private markets.

Domande frequenti su Junkfood e mercati: è inziato un nuovo periodo di detox?

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L'articolo introduce l'analisi del settore junk food e dei mercati partendo dal periodo post-festività natalizie del 2025, quando molti investitori intraprendono diete e cercano abitudini alimentari più salutari.

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Le recenti performance dei colossi dell'industria alimentare suggeriscono che l'attenzione alla salute non è solo un fenomeno stagionale, ma un trend più duraturo.

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