Fallimenti “congelati”: 6.500 imprese a rischio

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Secondo le stime di Bankitalia, il crollo del pil nazionale dello scorso anno potrebbe condurre a un incremento di circa 2.800 fallimenti entro il 2022. Ma a questi potrebbero affiancarsi altri 3.700 “mancati”, congelati per effetto delle misure di sostegno dispiegate dal governo Conte

Alcune delle imprese già in difficoltà prima della crisi e che presumibilmente sarebbero fallite nel corso dell’anno, potrebbero essere sopravvissute grazie alle misure di sostegno

Qualora le difficoltà di tali aziende rivelino una natura strutturale, è possibile che si tratti solo di fallimenti rimandati nel tempo

Le imprese a rischio potrebbero aumentare di circa 6.500 unità nei prossimi due anni (quasi il 60% di quelle stimate nel 2019)

I timori legati alle conseguenze della crisi sul tessuto imprenditoriale tricolore hanno incentivato l’adozione di un parterre di misure di sostegno, sia in forma diretta e volte a rispondere alla sete di liquidità (come i contributi a fondo perduto e le moratorie sui prestiti) sia attraverso il settore bancario, con le garanzie pubbliche. Ma non solo. A questi interventi economici si sono accompagnati interventi anche sul quadro giuridico. Misure che, se da un lato hanno contribuito ad attenuare l’impatto dello shock pandemico, dall’altro hanno finito soltanto per “congelare” alcuni fallimenti.
Secondo una nota della Banca d’Italia, infatti, “l’incertezza sulle prospettive economiche, l’aumento dell’indebitamento delle imprese e l’indebolimento patrimoniale nel frattempo intervenuti, sollevano l’interrogativo di come si evolveranno i fallimenti nei prossimi mesi, quando saranno ritirate le misure di sostegno”. Stando alle stime, la contrazione del prodotto interno lordo registrata nel 2020 (pari al 9% secondo le ultime proiezioni macroeconomiche dell’istituto) potrebbe portare a un aumento di circa 2.800 fallimenti entro il 2022.

Bisogna considerare, tuttavia, che il numero di fallimenti registrati nell’ultimo anno risulta inferiore di circa un terzo rispetto al 2019 (quando se ne contavano circa 11mila). Una differenza legata, secondo i ricercatori, a due fattori principali. “In primo luogo, vi hanno contribuito la moratoria sui fallimenti (in vigore da inizio marzo a fine giugno) e il rallentamento generale dell’attività nei tribunali in conseguenza delle misure di contenimento della pandemia”, spiegano. In secondo luogo, alcune delle imprese già in difficoltà prima della crisi “e che presumibilmente sarebbero fallite in corso d’anno, potrebbero essere sopravvissute grazie alle misure di sostegno economico”. Ma potrebbe trattarsi solo di una situazione temporanea: “qualora le difficoltà di tali imprese abbiano natura strutturale”, precisano i ricercatori, “è possibile che si tratti solo di fallimenti rimandati nel tempo”.

Il numero di fallimenti “mancati” (dato dalla differenza tra il livello fisiologico dei fallimenti e le misure dispiegate nell’anno pandemico) risulterebbe pari a 3.700 unità. Di conseguenza, le imprese a rischio potrebbero aumentare di circa 6.500 unità nei prossimi due anni (quasi il 60% di quelle stimate nel 2019), di cui una buona parte già nel 2021.

Ma si tratta di numeri che vanno interpretati “con grande cautela”, avvertono i ricercatori. Questo perché l’elasticità dei fallimenti al ciclo economico potrebbe essere stata sottostimata “per la presenza di non-linearità dovute alla caduta eccezionale del pil”. Ma anche sovrastimata, in quanto non considera i possibili interventi del governo o il dispiegamento di risorse superiori alle attese. Per non dimenticare poi “i meccanismi di aggiustamento e di potenziali esternalità che lo shock economico in un’area potrebbe produrre su altre aree a essa connesse, attraverso relazioni produttive”, concludono.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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