I negoziati fra Iran e Stati Uniti restano minacciati da una possibile ripresa delle ostilità, ma i mercati finanziari non si sono limitati a recuperare tutte le perdite seguite al 27 febbraio: l’S&P 500, il Nasdaq e, da ultimo, il Nikkei hanno raggiunto nuovi massimi storici. Nelle due settimane da inizio aprile il Nikkei ha guadagnato il 10,8%, il Nasdaq ha aggiunto il 9,6%, l’S&P 500 il 7% e l’Euronext World il 4,9%.
La speranza è che l’accordo di pace fra Usa e Iran sia vicino, ipotesi nuovamente auspicata da Donald Trump, che ha dichiarato di aspettarsi una risoluzione entro fine mese. Ma i messaggi contraddittori continuano, con il segretario Usa alla Difesa, Pete Hegseth, che ha rimesso sul tavolo gli attacchi alle infrastrutture elettriche dell’Iran qualora non si riuscisse a trovare un accordo.
A rimanere su una posizione nettamente più difficile, nonostante un parziale ribasso, è il Brent, che rimane a 97 dollari al barile contro i 70 dollari pre-guerra. L’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia ha descritto quello di marzo come il “più grave shock dell’offerta [di petrolio] nella storia”.
Nel frattempo, l’impatto effettivo dell’interruzione dello Stretto sta crescendo. A inizio aprile, i transiti attraverso lo Stretto restavano fortemente limitati, con spedizioni di greggio, liquidi di gas naturale e prodotti raffinati pari a circa 3,8 milioni di barili al giorno, contro oltre 20 milioni di febbraio, prima della crisi. Ad oggi, scrive l’Agenzia internazionale dell’energia nel suo ultimo rapporto, la perdita complessiva di esportazioni supera i 13 milioni di barili al giorno, con tagli alla produzione e danni alle infrastrutture che hanno generato perdite cumulative di offerta superiori a 360 milioni di barili a marzo e 440 milioni previsti per aprile.
L’impatto economico di questa crisi deve ancora arrivare, sia sull’inflazione sia sulla crescita, ma il mercato sta già guardando oltre. Un comportamento che ricorda il recupero “a V” avvenuto dopo il crollo verticale del marzo 2020 in piena era Covid. Secondo Goldman Sachs esiste una probabilità del 30% che gli Stati Uniti finiscano in recessione nei prossimi 12 mesi, per via dei rincari petroliferi. “Sebbene Stati Uniti e Iran abbiano concordato una tregua di due settimane, la situazione resta molto fluida e continuiamo a vedere rischi per i prezzi dell’energia orientati al rialzo, a causa di possibili interruzioni dell’offerta più prolungate, che potrebbero avere impatti significativi su economie e mercati”, hanno commentato gli analisti di Goldman.
Abbiamo chiesto a Gabriel Debach, market analyst di eToro, basato a Tel Aviv (Israele), come debba essere interpretata questa reazione di ottimismo futuro da parte dei mercati.
Il ritorno precoce di nuovi record per Wall Street le ricorda il rimbalzo a V post Covid?
In scala ridotta sì, e vale la pena rifletterci. Allora le paure erano enormemente più grandi (pandemia globale, lockdown totali, economia ferma), eppure il mercato le ha digerite con una velocità sorprendente, impiegando 124 sedute per tornare sui massimi. Oggi succede qualcosa di simile, anche se le cause sono ben diverse. La tregua dell’8 aprile ha alleggerito il peso geopolitico e ha invertito rapidamente le aspettative sui tassi (meno inflazione da petrolio, meno “higher for longer”). Il mercato ha respirato prima ancora dell’annuncio ufficiale, recuperando i suoi massimi in sole 52 sedute. Il punto non è l’ottimismo. È la dinamica. Le paure, anche quelle che sembrano enormi, possono evaporare in fretta in questi cicli moderni, soprattutto quando il pricing del rischio si sgonfia. Non è ottimismo ingenuo: diciamo che è il tipico comportamento collettivo, prima si vende la paura, poi si compra il sollievo.
Questa reazione è un fuoco di paglia? Soprattutto considerando che si parla di una possibile crisi energetica che sarebbe la peggiore dagli anni ’70, se non la peggiore in assoluto?
Non necessariamente. Le perplessità restano (e sono tante): la tregua è solo una sospensione, non una soluzione alle cause profonde del conflitto, e il rischio di riacutizzazione esiste. Però l’ottimismo e la crescita degli utili (soprattutto in America) continuano a sostenere le valutazioni. Il rimbalzo non nasce prevalentemente da un miglioramento dei fondamentali, ma da una decompressione del rischio: il doppio premio che sosteneva il dollaro forte (geopolitico + monetario) si è allentato. Non è un rally basato su crescita esplosiva, ma su una paura ridimensionata. Dopo tanto affanno, il cuore cerca riconforto, direbbe Petrarca. Finché questo processo di decompressione resta in piedi, il movimento ha carburante.
Il ritorno degli istituzionali nell’azionario Usa, che appariva già la geografia di mercato più “cara”, è più sensato oggi che l’Europa torna a fare i conti con le sue vulnerabilità energetiche?
Qui i nuovi dati del BofA Global Fund Manager Survey di aprile 2026 aggiungono un quadro più completo e sfumato. Da un lato, il segnale sulle valutazioni è chiaro: la percentuale netta di gestori globali che considera le azioni statunitensi sopravvalutate è scesa ai livelli più bassi dal febbraio 2019, quindi prima del Covid. È un ridimensionamento evidente delle paure di bolla, coerente con il calo del premio per il rischio. Dall’altro lato, il posizionamento resta prudente. Il sentiment complessivo dei gestori è il più negativo da giugno 2025. Le aspettative sulla crescita globale scendono al -36%, minimo da agosto 2025. Per la prima volta da settembre 2025, si prevede un deterioramento degli utili globali (-14%). Le aspettative di inflazione risalgono al 69% netto, dal 45% del mese precedente.
Anche i flussi confermano questa ambivalenza. Il Chaikin Money Flow su SPY e QQQ resta intorno alla parità, pur in miglioramento, e i volumi sono inferiori ai picchi di fine febbraio. Il capitale più informato sta tornando, ma senza aumenti aggressivi di esposizione. Il ritorno c’è e si sta rafforzando sulla componente valutativa, ma resta fragile e tattico. Più che un nuovo ciclo rialzista pienamente convinto, è un alleggerimento della pressione ribassista. E questo, anche con S&P 500 e Nasdaq 100 su nuovi massimi storici, è un dettaglio che il mercato non può permettersi di ignorare.

